mercoledì 17 luglio 2013
mercoledì 20 febbraio 2013
Etichette: 17maggio, amici, amicizia, cabine telefoniche, compleanno, doctor who, estate, grovigli, libri, marta, nostalgia
martedì 18 dicembre 2012
martedì 16 ottobre 2012
When It Will Be Right, I Don't Know. What It Will Be Like, I Don't Know. We Live In Hope Of Deliverance From The Darkness That Surrounds Us.
0 commenti Pubblicato da sand alle 12:37lunedì 24 settembre 2012
mercoledì 12 settembre 2012
E' così tanto che non scrivo, è quasi un anno, che non ricordo neanche più come si fa. Impostazioni, titoli, html, ma stiamo scherzando? Proprio quando provo ad entrare nel mondo concreto del buonsenso?
Che devo fare, adesso? Riempire la pagina di aneddoti, le mie figure criminali a bizzeffe? Un po' mi spiace non averle scritte, si perde il conto e a me il conto piace.
(Io e la Scila che rimaniamo incastrate nella processione, per esempio, che meriterebbe un post a sé)
O dire quante persone mi mancano, da quell'ultimo post? La Salvietta e Fra prima di tutto. La Salvietta che è entrata in crisi e forse forse nella crisi di me non aveva bisogno, ed è stato questo che ha mandato in crisi me. E Fra. E tutte le cose inaspettate che sono successe dopo, veloci, vorticose,
E allora, mentre fissavo la pagina senza scrivere, ho ripensato a come sia la vicinanza che ti fa sentire più acutamente la mancanza di qualcuno. E' adesso che mi mancano. Adesso che le cose sono cambiate. E' stasera che sono andata a ripescare quelle lettere vecchie vecchie che non avevo più riletto per anni, ed avevo fatto bene. E mi è tornato in mente quel sogno, terribile, l'avevo dimenticato quello, preferivo ricordare quello molto più bello, consolatorio, in cui tornavamo indietro nel tempo di una settimana ed anche se sapevamo di non poter cambiare le cose, potevamo almeno salutarle.
Credo, fondamentalmente, di aver scelto la sera sbagliata per scrivere, in cui il complesso del sopravvissuto torna prepotente a fermarmi quando vede che un sms con scritto "Insiminia", mentre affogo nel passato, basta per farmi tornare a galla. E' la sera sbagliata per il tormento che sta venendo fuori, quando sembro schiantata e invece la verità è che sto rischiando di tornare felice.
domenica 4 dicembre 2011
Mio fratello, non Damon Albarn.
domenica 20 novembre 2011
Etichette: 17maggio, amici, bionda, figure, filosofia, musica, n.15, pattinaggio, piccole cose, sventure
martedì 15 novembre 2011
mercoledì 27 luglio 2011
Etichette: 17maggio, bambino, matrimonio
lunedì 13 giugno 2011
Perciò, davvero, non è mica egoismo. Altrimenti perché le persone tornerebbero quando hanno bisogno di me? Non si tratta di "nel momento del bisogno" in senso opportunistico, è più una cosa emotiva, perché se sanno dove sono, sanno che possono trovarmi sempre - il che appare come un grosso controsenso, pronta come sono a scalciare e fuggire lontano. Ma è pur vero che se fra un anno o dieci avrai bisogno di me, anche se mi ero staccata per un litigio o perché hai preteso cose che non avevi il diritto di pretendere, mi troverai. Non nel 100% dei casi, certo: una delusione troppo grossa, o un matrimonio del fratello da organizzare. Però quasi. Ex amici, ex fidanzati - il fatto è che sono indipendente da loro, sono fondamentalmente molto (troppo?) indipendente dalle persone, e non avendo bisogno di loro posso starci per il semplice piacere di starci, oppure perché sono diventata più indulgente: mi ha fatto tenerezza, sabato, il mariachi. Mi ricordava Marta, con cui ci eravamo allontanate per un periodo ma poi, quando è stata male, ero io la persona che voleva al suo fianco. E' da me che è venuta con tutto il suo pudore che le impediva di spiegarmelo a voce.
Certo, il rapporto che ho avuto con Marta non è paragonabile a nulla di recente (o forse a nulla soltanto), ma sabato notte, poi, ho sognato Lambiel, che farà ridere ma aveva la camicia bianca e azzurra a righe che metteva in quegli anni lì, di Marta e di allegra innocenza.
sabato 5 febbraio 2011
martedì 1 febbraio 2011
Chissà perché poi si ricordano i dettagli. Io, delle persone che perdo, ricordo soprattutto il modo di ridere. Ricordo come Marta mi ha stretto il braccio, e la prima volta in cui il Tomtom mi ha chiamata per nome. Ricordo come una volta mi sono ripresa il mio uomo che scivolava via, e non lo rifarei.
Dei funerali, dei primi ed ultimi appuntamenti, ricordo i vestiti che portavo e che poi non riesco più a mettere. Abbracci che non volevo, frasi invadenti, e forse è per questo che da allora, quando capita agli altri, faccio un passo indietro. Li ficco nel cassetto in cui sono finiti i ricordi difficili da guardare in faccia, impossibili da buttare. Domenica ci ho buttato le foto, l'intimo che non metterò più ed il tuo regalo, mi dispiace, non l'ho aperto. Sei partito, hai fatto bene. Sono più tranquilla adesso.
Lunedì è partito Stefano, in modo diverso da te. Anche lui, un mese fa, aveva riso, bonariamente, ad una mia gaffe - ma era già stanco. Adesso è andato. Non l'avevo salutato, per non definire a voce alta cosa sarebbe venuto dopo.
E così è finita. In due giorni consecutivi si sono chiusi due catenacci. Viviamoli, noi che possiamo, uno alla volta.
mercoledì 12 gennaio 2011
Allora ho comprato francobolli e cercato vecchi numeri di telefono, e ho pensato che la mia vita non sarà il massimo, adesso, ma quelle cose che sentivo l'urgenza di dire erano belle, erano tutte belle e non ce n'era una di recriminatoria o pungente.
Ho trovato una coccinella rossa di legno sulla spazzola che tengo in borsa. Ho corso finché il ginocchio è tornato a farmi male, così ho infilato il tutore e ho corso ancora perché amen, io sono così, che se mi fa male un ginocchio anziché rallentare accelero per arrivare prima, il che naturalmente porta danni e scompiglio. Non sono mica Lambiel.
Ho anche scritto una lista, più o meno su richiesta, del perché io in tutti questi anni abbia seguito così devotamente Little Zebra e mi è tornato in mente mentre scrivevo che è stata l'ultima cosa che ho fatto con Marta, riguardare certe sue esibizioni dopo le Olimpiadi, erano i tempi in cui ci si sedeva per terra senza paura a guardare il mondo che passa, che tanto l'avremmo raggiunto, anche noi così, al volo.
Etichette: 17maggio, grovigli, piccole cose, ricordi
venerdì 10 dicembre 2010
Forse gustarsi le nuvole avvitate contro il sole la mattina presto, ed i campi che fumano ghiaccio fino a diventare invisibili, non ha niente a che vedere con l'aver lasciato perdere persone che non valevano la fatica. Eppure a me sembra parte di un continuum personale l'aver lasciato (tanti anni fa, ma ci metto più tempo a lasciar perdere) una persona che pensa che i luoghi comuni del ribelle siano una scelta consapevole nella musica e nella vita, che i libri si possano scrivere senza sapere che daccordo ha l'apostrofo, che i giudizi contro le persone si possano dare prendendo la rincorsa come nel 2001 a Genova, con un rancore soppresso ogni volta che l'amore non va secondo i piani.Non so se abbia qualcosa a vedere con questo, ma penso di sì, il fatto che se comprassi dei quadri li appoggerei a terra, perché i bambini li vedano e li possano toccare con le mani. Ho scritto una storia, una volta, che parlava di un pittore che dopo aver finito un quadro lo lasciava all'aperto, perché il sole il vento o le intemperie lo rendessero vivo.
Poi, lo ammetto sottovoce, bado più alla mia anziana vicina di casa che ai bambini della Repubblica Democratica del Congo. Ho frequentato abbastanza l'ambiente, lavorativamente, volontariamente, ma anche biblicamente e sentimentalmente, per capire che spesso è più comodo guardare i bambini del Congo sentendosi liberi ed eroici che rompersi le palle con la quotidianità del sabato mattina.
Ho evitato, per un po', E. che è sempre stata uno specchio che mi mette di fronte alla realtà delle cose in maniera irrimediabile ed inclemente, ricordandomi che probabilmente non sarò mai serena, e va bene che preferisco la felicità e la verità, e forse la serenità è sopravvalutata, è cosa da vecchi, da semplici. O forse lo dico io, lo diciamo noi, per consolarci, perché in fondo so che se fossi serena prima o poi mi annoierei e cercherei di uscirne.
L'origine dei miei mali sono io. Appena mi sento finalmente dentro a qualcosa, appena spio un equilibrio, finisce che ne esco con gran dolore e fracasso, e devo ripartire da capo e con il culo per terra e allora forse non è nel mio destino essere dentro a qualcosa, forse devo stare sempre nel percorso tra un punto e l'altro, tra una cosa vecchia ed una nuova. Il Tomtom non capiva la mia resistenza nel seguirlo nei suoi viaggi ma è come quando preferisco i quaderni a quadretti o evito le droghe leggere: uno, se fa pensieri lunghi, se sa di sforare, deve autoimporsi dei limiti esterni, quantomeno, per la sopravvivenza.
Tenere il piede in due scarpe, lo chiama Raven quando ho sempre pronta questa via di fuga del vagheggiare quello che non ho, e lui che si era innamorato senza mai raggiungermi dice che a volte non sa se mi vorrebbe dare un bacio o due sberle.
Da quando sei morta sono invecchiata, il che non è male se calcoli che anche prima l'unica cosa che avevo di giovane era l'immaturità. Quella speranzosa e incosciente che si rialza ad ogni costo e vuole sempre la verità. Ma ti ho sognata di nuovo, ed eri così reale che rimettevi a posto le cose.
venerdì 8 ottobre 2010
Una nottata in cui cominci a contare i quarti d'ora che poi diventano ore intere e infine alba senza mai chiudere gli occhi, porta alla creazione di una compilation ben lunga. Bowie, Beck, Radiohead, Ben Folds, Deftones, Dave Matthews, Soundgarden... a Nick Cave, tuttavia, mi sono ribellata, anche perché erano le 3:30 e già il mio stomaco, che aveva saltato la cena, vagheggiava amaretti e polli allo spiedo.
Non sono convinta di potercela fare, perché è stato un salasso, tre anni fa, lasciargli me, lasciare che si portasse via il mio tempo, e poi in questi mesi dovermi abituare all'idea che dovevamo riprendercelo indietro, ciascuno il suo, che è una cosa pericolosa per me perché io lo faccio se me lo chiedi, se ne hai bisogno, però poi mi ci abituo. E non so se adesso sarei in grado di lasciarlo di nuovo nelle tue mani; hai fatto un bel casino.
Però vorrei provarci.
Non è come quando, da piccola, ai primi freddi andavo a mangiare le patate americane da Matteo e ci tenevo ad avere sempre il solito posto davanti al caminetto. Non è l'abitudine. Ho riempito le mie giornate di storie e di facce, ti ho quasi dimenticato per un po', e non è servito.
So che molte persone, più o meno sinceramente, si augurano che vada come pare stia andando. Il motivo per cui non dovrebbero farlo è che mi cambierebbe.
Non come ti cambiano le cose della vita, che ti danno una cosa mentre ne tirano via un'altra, ma come ti cambiano i 17 maggio: mi toglierebbe la speranza, la capacità di ridere per arrivare al giorno dopo.
Il motivo per cui non dovrebbero è che non sarei più quella che cinque anni fa correva a prendere due amici in quella via vuota di città a piedi nudi con una gonna sopra il costume. Non riuscirei più a salire in macchina dopo una notte in bianco e mettermi, nonostante tutto, a sorridere perché la prima canzone che sento alla radio è Take it easy.
Can you hear me, Major Tom?
lunedì 27 settembre 2010
Quando dopo una festa di laurea esci a bere un chianti con alcuni amici e fai considerazioni e mescoli le cose
0 commenti Pubblicato da sand alle 10:59
Già nel momento in cui chiedono ad un laureato "Allora, ti senti finalmente libero e rilassato?" e quello fa una faccia come se gli avessero proposto una lavanda rettale con il bicarbonato, uno un paio di cose le capisce. Per esempio che quella non è la faccia di un rilassato, ma di un disoccupato.- ragazzi, non avete mica un amico single, non rompiscatole e che abbia un rustico in un punto panoramico?
- ma come, non eri tu quella idealista che mollava il figlio del primario perché non le importava che avesse soldi? [generalmente da pronunciare con tono "quella che comprava il guerin sportivo quando non era ammissibile che una donna sapesse cos'è un fuorigioco e poi, quando i giocatori hanno iniziato ad impomatarsi i capelli e diventare loro stessi delle donne che non capivano il fuorigioco, ha lasciato perdere perché c'erano troppi sponsor"]
- infatti non m'importa che guadagni tanto. voglio solo svegliarmi la mattina davanti al mare di Massafra, o al lago di Garda, o alle colline di Marostica, e annusare le travi a vista del soffitto e l'immensa libreria tarlata.
Le cose cambiano. A 4 anni ero convinta che avrei sposato mio cugino e che l'ospedale fosse un luogo in cui ti regalano bei palloncini a forma di mano. Quando ne avevo 10 ero certa che non mi sarei mai piegata alla cruenta schiavitù della ceretta, e la Volvo si ostinava a produrre modelli desiderabili soltanto da zelanti accompagnatori nel mondo dei più.
Il dibattermi fra i 10 anni (emotivi) ed i 50 (mentali), senza mai qualcosa che avesse per sbaglio a che fare con la mia età biologica, questo vivere a metà fra le bolle di sapone e il Processo di Kafka mi ha forse distanziata dalla realtà più di quanto sia a noi umani concesso per sopravvivere. Certo il sesso, il corpo, mettono spesso a posto i grovigli creati dalla mente e riportano su un piano effettivo i rapporti, ma non è che possa andare a letto con tutte le persone che conosco solo per tornare coi piedi per terra (tra l'altro, per quanto sia profonda la crisi e vasta la tolleranza, non credo che la cosa farebbe piacere al Tomtom).
Quindi è stato strano rientrare in quella casa da estranea e in mezzo a tanta altra gente, perché ci ero affezionata ed è vero che non c'è niente come stare in mezzo a tanta gente per sentirsi soli, e allora ho ripensato ai motivi per cui avevamo smesso di vederci e certo era tutto sensato, avevo una vita a pezzi da ricostruire e un lutto grande quanto un jumbo jet da rielaborare e non è che nel frattempo non ci siamo più visti, ci siamo incontrati qualche volta (a parte quella in cui ha deciso di farmi una sorpresa piombando a casa mia alle 11 di sera con il telefono che aveva smesso di funzionare ed i mobili della cucina accatastati davanti alla porta d'ingresso).
Eppure.
martedì 15 giugno 2010
Il 17 giugno 2006, di ritorno da una solitaria camminata in mezzo a quella garrula deflagrazione di verde che, nella campagna circostante, non teneva evidentemente conto dei miei discapiti interiori, ho fatto un sogno.Il tempo era tornato indietro di 1 settimana ed 1 mese, cosicché Marta e Giulia erano ancora con noi e lo si scopriva tramite un formidabile passaparola (anche se, devo dire, io in qualche modo lo sapevo già). Quello che risultava subito chiaro era che il tempo, le vicende, non si potevano modificare: sarebbe successo di nuovo.
Noi però, anziché scoraggiarci e disperarci, abbiamo tutti ringraziato il cielo (una sensazione che non si dimentica) per quel regalo, per potercele godere, coccolare, salutare di nuovo, per una settimana. A loro non abbiamo raccontato nulla, chiaramente.
E' un sogno che tengo ancora stretto.
Io, questo, lo chiamo famiglia: non può essere solo questione di sangue. Marta e Giulia fanno molto più parte di me di un certificato di nascita.
E' bello, perciò, vedere che anche il tuo "ufficiale", di nido, è tale anche per dettagli, somiglianze, ricordi spassosi: quel dito storto preso in toto dalla figura paterna. La volta in cui, per fare una sorpresa alla figura materna, hai raccolto tutti i fiori bianchi dalle piante di fragole, gonfiandotene generosamente il vestito.
E' bello capire così tanto che vieni da lì, proprio da loro, quando figura paterna e materna partono tutti pimpanti su tacchi pantaloni collane e antizanzare per quello spettacolo di cui tu e Fratello gli avete regalato i biglietti, e a metà strada stai per regalarti una doccia fresca e profumata che ti stacchi di dosso la stanchezza del giorno, e te li immagini già a discutere su dove parcheggiare, che se c'è una cosa che la figura paterna non ha in comune con te è la tendenza a prendersi all'ultimo momento, quando una chiamata dai toni anarco-prefico-disperati ti strappa ai tuoi pensieri brutalmente, supplicandoti di andare loro incontro perché hanno dimenticato a casa i biglietti.
Non è sempre stato così. Ci sono luoghi che, in passato, ho chiamato casa molto più di queste quattro mura al n.15. Perché lì si trasferiva la mia quotidiana esistenza, con amore, dubbi e doveri, gioie e persone con cui dormire in gruppo stretti stretti in un letto da 2.Ricordo le testate nel letto di C, e quello inquietante del suo coinquilino che sapeva di dopobarba e aveva il duce sopra la testa. Ricordo M con i suoi libri sparsi sul pavimento, le filosofie con K nel bagno freddo, le lampade i poster e i cappelli. Ricordo F che russava e litigate alle 5 del mattino e ricordo, soprattutto, tempo su tempo trascorso in quella facoltà.
Entrarci, ora, ripercorrere quelle strade, è una violenza che mi fa trascinare ogni passo perché quelle zone, quei corridoi e botteghe dalle porte strette, non sono più casa mia. Ma non sono neanche ex.
Chiedere informazioni come una matricola, io che ne conoscevo i segreti a memoria. Conoscevo i pertugi, i punti all'ombra e l'intonaco dove si scrostava. Ne conoscevo i pavimenti ed il respiro traballante. Lì avevo studiato, avevo pianto fingendo di ridere, mi ero innamorata ripetutamente. Ora torno, e mi è scaduta una tessera. Il negozio che era diventato Blockbuster è diventato ancora dell'altro. La libreria che pubblicava i libri di S ha il cartello Affittasi e la serranda abbassata.
Il Salottino, quel rettangolo vivido nel giardino interno in cui ho mangiato, baciato, studiato, sbriciolato storie, schiamazzato e brindato insieme a quel clan di dolcissimi squinternati, ora ha un recinto. Anni di ritrovi, di vita concentrata in quell'unico punto del globo, rinchiusi fra due paletti ed un fil di ferro.
Non bisognerebbe poter togliere così gli indirizzi alle famiglie.
sabato 20 febbraio 2010
e le estati che ci innamoravano...
Ci sarai,
o saremo perdute in un nuovo inizio?
Forse mangerò sola
ma non prenderò qualcuno al posto tuo:
affitterò un carillon
e mi tornerai in mente quando riderò.
Buon Compleanno.









