amo le rughe, la rabbia, le ninnenanne, la carta, appiccicare cose alle pareti, avere le dita sporche d'inchiostro, il pane, l'acqua, camminare scalza, i lucernari, le vecchie corde della mia chitarra, le biblioteche, leggere tra le righe, i treni,le altalene, perdermi, i bastoni della pioggia, le bacchette magiche, i pistacchi, i pacchetti, i regali, il mojito, fare l'amore, la polvere innamorata negli occhi.

martedì 11 giugno 2013


Non è bello, tra vicini, allungare le braccia al di sopra della siepe per passare quel frutto, quel piatto preparato particolarmente bene? I vicini portano da mangiare quando muore qualcuno, diceva Scout ne Il buio oltre la siepe. Quel buio che è la paura dello sconosciuto da superare per un piatto fumante, per una risata, ma senza toglierla, la siepe, come da proverbio; senza perdere la possibilità di immaginare cosa ci sia dietro, e di proteggere quello che c'è dentro. 
Una siepe, in fondo, non è una cosa preziosa? Non ti toglie la possibilità di superarla quando giochi a pallone e sbagli tiro, quando due occhi come i tuoi, diversi dai tuoi, ti fissano tra le foglie. Uscire nelle sere d'estate e trovare la tua siepe come troveresti un pezzo dell'esistenza che costruisci giorno per giorno, che difendi giorno per giorno perché è quello, l'essenziale: il tè preparato la mattina, uscire a guardare un pezzetto di cielo, quei cinque minuti di gioia che dilatano lo spazio. 
Ci vuole impegno, per avere una siepe. Ci vogliono priorità che non siano il tipo di auto, l'attenzione altrui o l'orario a cui rientrare la sera. Ci vogliono scelte. Una siepe ti ricorda l'essenziale, ti avvicina alle tue persone; una siepe, anche, ti ricorda di guardare oltre, di alzare lo sguardo. Sposta la concentrazione dal nostro piccolo io agli altri, prima di tutto quelli che si trovano al suo interno con noi, poi la curiosità verso l'esterno. 
Puoi chiudere gli occhi e ascoltare le voci e aprirti come un fiore che dorma di giorno e sbocci la notte, avvicinarti alle origini, alle piante, per togliere l'impiccio delle leggi esterne e puntare all'intimità senza accontentarsi delle convenzioni.
Per un turista non c'è speranza. Ma se sei un viaggiatore, viaggi anche in un giardino, all'interno di una siepe. E al tuo ritorno vedi la tua vita e quella degli altri con maggiore chiarezza.

Qualche volta fingo di essere meno complicata di quello che sono, lascio che le cose scivolino come l'acqua sui piedi quando ti siedi sulla battigia, e presa dalla risacca non scrivo, stappo una bottiglia di vino, sento l'erba, scatto molte foto. Poi torna il momento di chiarirsi, di esplorarsi, e con lui la penna.
E' difficile dire cosa sia peggio fra un padre che ti muore all'improvviso per una disgrazia e l'essere cresciuta con un padre più vecchio, conoscendo prima degli altri bambini la consapevolezza che un giorno morirà. Certo, detta così la risposta sembra scontata; ma è una cosa che ti aggroviglia le budella, crescere controllandolo mentre dorme, di tanto in tanto, per essere sicura che respiri. Abbiamo responsabilità che nemmeno immaginiamo, quando facciamo un figlio.
Siamo complicati, tutti, tanto da leggere un messaggio della ex del Carota (l'altra, quella simpatica) e provare una tenerezza infinita di fronte a quel modo di scrivere "è morto il mio papà", e allo stesso tempo a chiederti perché ogni volta che ha un problema finisca per chiamare lui, e anche se sono passati anni, anche se ha avuto una storia importante in mezzo, alla fine è da lui che torna. Certo, un ex ha quel sapore di famiglia, almeno a me capita di viverla così, che me li coccolerei e li vorrei felici e trovo simpatiche le loro nuove ragazze, perché diventano come fratelli o amici d'infanzia con cui hai condiviso tavolo, famiglia e un pezzetto di strada. Ma poi chi dice che una stessa cosa, uno stesso posto, debbano avere lo stesso significato per tutti? Non credo sia così per molti. E non credo sia giusto continuare a sobbarcarsi i sentimenti delle persone che abbiamo lasciato indietro o che non vogliono il nostro bene, soprattutto non credo sia giusto continuare a sobbarcarsi i sentimenti delle ex del tuo ragazzo, per non finire a sentirti un'estranea che tenta di intrufolarsi nelle vite altrui.
Di difetti ne ho tanti ed evidenti, fra questi non c'è la meschinità, e la spontaneità mi porterebbe a fare cose che, mi rendo conto, secondo le regole comuni mi porterebbero a spazzare cocci. Ma ci tengo. Ci tengo e non ho nessuna intenzione di trovarmi con i cocci di una cosa che è mia e non è più tua. Perciò scusami M., ti abbraccerei se potessi, che il tuo papà mi ricorda il mio, ma adesso l'estranea nella sua vita sei tu e allora spero che tante persone ti stiano vicine e riescano ad allontanarti quell'orrendo dubbio. Spero che A. sia uomo abbastanza da sorvolare sull'esservi appena lasciati, e che tua madre sia madre abbastanza da dimenticare che litigavano per la casa, e ti diano quell'abbraccio grande che io non ti farò avere perché ho la mia piccola siepe da proteggere.

"- Te, io ti amerò fino alla fine dei miei giorni, dico.
Si volta contro il muro, e dice soltanto: Accontentati di amarmi ogni giorno."
Daniel Pennac

giovedì 2 maggio 2013


"E' la vita per cui sono nato: dipingere, ammirare, sognare."
Giuseppe De Nittis



Le cose che ti vengono incontro non sono sempre incidenti disastrosi in galleria. A volte è fermarsi ad amare lo stesso quadro, con quella luce strana che entra dalla finestra e la vecchia e la ragazza che si dividono la quiete di una domenica pomeriggio passata a lavorare più lentamente; e sarà nulla, ma in fondo sembra una specie di miracolo. Perché non siamo né due snob ad un master sull'uso del bianco nei quadri di Vermeer, e nemmeno due arricchiti che si bullano con imitazioni raccattate da un manierista un po' volgare. Siamo due sensibilità, spesso diverse, fino ad un paio di anni fa pressoché sconosciute, che si incontrano e si amalgamano e si vengono incontro così, di fronte ad un quadro appoggiato ad una sedia all'improvviso una domenica pomeriggio. E allora mi dispiace parecchio, di non aver chiesto quanto costasse - tanto, lo so, tanto - quel quadro, di non averci almeno provato, a portare a casa una cosa che ci raccontava, anche se appena incontrata lungo la via.
Ma le cose che ti vengono incontro sono anche i sorrisi di Giovanna, che quando è arrivata all'e.r. non riusciva a muoversi e non diceva nulla, ti guardava infastidita quando le parlavi per via di una malattia che ancora non si capiva. E invece oggi sorrideva, Giovanna, e mi raccontava della sua cameretta gongolando al pensiero di quando potrà raggiungerla facendo le scale con il sedere; oggi mi ha mostrato di riuscire a fare la ballerina con le dita dei piedi, lei che di sport tira di scherma, e pazienza se i piedi rimangono ancora immobili, facciamo passi da ballerina noi, e il fatto che mi abbia chiesto "Mi insegni a fare questa cosa?" mi ha spiegato forse più di quelle analisi sui suoi riflessi che ancora provocano malumori.
Ci sono i ricordi, che ti vengono incontro di soppiatto (le caramelle nascoste nel mobile basso della credenza, sotto le tazzine da tè). Ci sono anche certi libri, perché non bisogna forzarli, i libri. Devi aspettare che siano pronti, che ti vogliano sentire gli occhi, le mani, che ti vogliano parlare.
E la bellezza, quando arriva, come arriva. De Nittis, con le sue contraddizioni da combattere appassionatamente e poi la casa con le violaciocche e gli inviti in cui riceveva applausi dagli amici Dumas, Manet, Degas, non per le tele sui boulevard ma per le lasagne che sapeva preparare. E poi il modo che aveva di guardare le donne, vivace e delicato ma in fondo meravigliato, in un periodo in cui le donne venivano guardate poco. 
Tentare, ogni giorno, di scovare un buon motivo - a passi di ballerina.

lunedì 15 aprile 2013

Good bye vip

 "Che strano, non è cambiato niente."
"Perché, doveva cambiare qualcosa?"



Eppure vivere in un paese con la cinta muraria intatta non è la stessa cosa che non. Si sente nel modo di fare, che abiti in un'isola. Ed è un'isola di vip che, man mano che ti allontani dalle mura verso la periferia, si tingono di colori più azzimi e genuini, da forno a legna e porticati, giacché qui in Veneto si è vip non per meriti ma per territorio, e il senso di appartenenza viene dalla storia che altri hanno creato per noi e che abbiamo trovato pronta, confezionata da una boutique del centro. Siamo tutti valvassori e valvassini di un feudatario pronto a piacerci a priori, solo perché vorremmo anche noi stare lì.
Da quando ho memoria, io dalle mura provo a fuggire. In mezzo a tanto annaspare, ho sempre sperato con lucidità di non riscoprirmi all'improvviso un Drogo che cercava l'avventura all'interno della fortezza Bastiani; le smancerie e le meschinità da zia coi tacchi che sta sempre in prima fila ai funerali, mi hanno sempre, da sempre, tolto l'aria e la vita. Avere qualcosa da cui fuggire è indispensabile, ad alcuni più che ad altri. Scalciare mi ha aiutata a ragionare. Eppure non importa quanto sia insopprimibile il tuo bisogno di libertà: ognuno ha le sue mura che, prima o poi, vengono fuori.

Credo che le mie siano le parole; e suona strano, lo so, da chi le ama così tanto. E tuttavia uso i loro significati, se non i loro suoni, con grande parsimonia. Mi fido poco di chi si innamora in due settimane, di chi decide per sempre, di chi si diverte ogni week end in modo pazzesco e anche di chi soffre come un cane. Delle persone che hanno detto di essere innamorate di me, con metà mi sono arrabbiata per la leggerezza con cui inventavano sentimenti da film mentali. Se dopo due mesi è amore, dopo due anni cosa sarà? Non svilire i giorni che avremo, che verranno, che cercheremo. Lascia che ti scopra con il tempo, e che il nostro barattolo di buoni pensieri cresca di volume ogni giorno, ad ogni risata, insofferenza, ad ogni impigrirsi insieme per il freddo e la pioggia.

Ecco perché, nel ritrovarmi circondata da attribuzioni di migliori amiche, mi sono sentita come la madre in Good Bye Lenin che si risveglia di colpo in un mondo diverso da lei. E ce ne vuole, di coraggio, per vivere in un mondo così diverso da te, ma d'altra parte cosa puoi pretendere da un postaccio comico in cui su ebay vendono un abito da sposa "usato una sola volta"?
Continuerò a cercare le finestre illuminate all'ora di cena, a sorridere all'idea che il Carota, prima di diventare Carota, fosse un mio amico, e a leggere il giornale al bar come i vecchi che non vogliono comprarlo; che si fanno compagnia con il rumoraccio delle pagine che si accartocciano quando non riesci a voltarle, e quelle briciole e poi il segno del bicchiere proprio lì, dove anche tu stavi imprecando. E vabbé, forse c'è perfino di peggio di quei nostri amici intrappolati tra un telefilm e l'altro come se Sex and the City fosse un reale modo di vivere.
Finché al risveglio posso trovare delle storie, sono salva. Come quel quadro, scovato da un tizio a Princeton mentre passava davanti ad una piccola casa che lo teneva appeso al cancello, così, senza cornice. "Stiamo per avere ospiti a cena", gli aveva spiegato una donna dalla casa, "e mangeremo ostriche, perciò ho pensato di dipingere alcune ostriche."

martedì 5 marzo 2013

Misachenevica


Concerto dei Misachenevica. Bicchieri in mano.
"Lei è un osso duro."
"E' così che bisogna trovarla: intelligente e di carattere, che la ** ce l'hanno tutte."

La saggezza si fa alcolica il venerdì sera, man mano che la settimana lavorativa si inoltra nel week end portandosi dietro tutto quel carico di stanchezza e di speranza di sole che dai, aspettiamolo bevendo qualcosa, va bene anche qualcosa di cattivo ché è venerdì e conta più la compagnia delle altre cose, e comunque forse ha anche ragione la figura materna, con la sua teoria (che predica ma mica razzola) che in fondo è meglio bere. Perché se certe cose ti vengono per lo stress, tipo Fratello e i suoi calcoli, con un bicchiere di vino buono in mano ti senti più felice, e non è mica tanto convinta che, a conti fatti, faccia peggio di quegli intrugli chimici che ti prescrivono poi, coi bugiardini più lunghi di un romanzo di Stendhal.

E così ci si intrufola anche nel sabato, cena di compleanno da Agnese, una trattoria in collina che ci fa aspettare un'ora e mezza ma vale tutti i minuti uno per uno. E fra un bicchiere e l'altro di vino della casa, quello che ti arriccia le labbra se lo bevi prima di iniziare a mangiare, O., che si è fatto bello per provarci con la tizia carina bionda, vuole mandare un sms da terza elementare su di lei al suo amico seduto in fondo e invece lo manda proprio a lei, la tizia carina bionda, che è seduta lì di fronte a lui mentre legge quel messaggio con il suo nome e qualche pene, e a lui non resta che tentare di suicidarsi con gli gnocchi ripieni, facendoci sghignazzare per il resto della serata.
(d'altra parte chi di sms ferisce di sms perisce, visto che già quest'estate, quando il Carota ed io eravamo clandestini, lui per mandarmi un messaggio l'aveva mandato ad O. che ancora si chiede come mai da ubriaco il Carota ci provasse con lui)
Qualche altro bicchiere si aggrappa alla gola, e il Cerchi finisce per raccontare della sua piazzata agli zii boriosi e ignoranti, con troppi suv, e ognuno di noi ha degli zii boriosi e ignoranti e con troppi suv (o iphone) a cui urlerebbe volentieri dietro, solo che lui l'ha fatto davvero, questa volta. A un'amorevole riunione di famiglia, di fronte a tutti perché insomma, dopo che a trent'anni ti sei fatto un culo così con le lauree e il dottorato e le esperienze all'estero e ancora non trovi lavoro, che uno che non paga le tasse ti venga a rinfacciare di essere disoccupato, vabé, come minimo ti girano. E perciò son sette giorni che dorme in base all'ospitalità altrui, a parte la prima sera quando ha chiesto aiuto alla Saretta ma lei è rimasta bloccata a Venezia, si è passata la notte in bianco e lui ha dormito in macchina.
D'altra parte, da una serata iniziata caricando tutto e partendo in 4 in macchina con il bagagliaio aperto senza accorgercene, potevamo aspettarci qualcosa di diverso?
Quindi insomma, anche se ad un certo punto O. ci ha raccontato di quando usciva con C. ed era chiaro, così chiaro che lei lo usava per restare vicina al Carota che mi faceva male per lui, così come ora sta usando Mare e gli altri, e certo che capisco che "è giovane e immatura", capisco anche che "non ha imparato a reagire con dignità", che "farebbe di tutto pur di separarvi," che sia "convinta che questo la aiuterebbe a riaverlo", che usi le persone, che faccia la vittima, che sia aggressiva, teatrale e disonesta. Capisco tutto ma non giustifico niente, perché 24 anni li ho avuti anch'io e sono stata lasciata anch'io, siamo stati lasciati (più o meno) tutti e nulla, nulla, giustifica quel comportamento puerile. 

E anche se, dicevo, eccetera eccetera - non importa mica, perché il nostro week end continua senza i rancorosi e i ridicoli, e il sabato diventa domenica e diventa passeggiate al sole e nuove coppole e vigili indolenti, e concertini privati tutti pigiati al Soviet Studio come monelli, facendo il tifo fra le pareti verdi e tenendoci la mano.

venerdì 15 febbraio 2013


Un signore molto piccolo di Como
una volta salì in cima al Duomo.
E quando fu in cima
era alto come prima
quel signore tanto piccolo di Como.
G. Rodari

La teoria del penultimo palloncino è quella per cui, se sei sul Ponte Vecchio di Bassano e devi rubare un palloncino, è meglio sì andare in fondo, ma senza scegliere l'ultimo, che è il più sospetto; al penultimo, invece, non bada mai nessuno. Che è un po' come dire che quando vai nei bagni pubblici è preferibile evitare la prima porta, quella a cui si fermano tutti. Guarda un po' più avanti, fai un passo in più.
E' lo stesso motivo per cui ci servirebbe un Obama, qui in Italia, ci servirebbe un Gramsci, un Berlinguer, e non omuncoli che approfittano della pancia e dei portafogli vuoti facendoci diventare piccoli come loro quando decidiamo di votarli per cinquecento euro di imu lasciando che l'educazione vada a rotoli. Qualcuno che ci insegni a guardare più avanti, a non fermarci alla prima porta del bagno. Questa riforma sarà scomoda, lo so, ma diamine, non lo vedete dove saremo fra dieci anni? Ve lo dico io, che sono qui apposta per guidarvi alla prossima porta e farvi diventare una nazione migliore di quella che eravate prima di me, e non solo per darvi il contentino e insegnarvi a votare in base al vostro stretto orticello. Questo, ci vorrebbe.
Ci vorrebbero tante altre serate a chiacchierare di Gaber con la figura materna, continuando senza accorgersi che sono già le nove e dovete ancora cenare. Bisognerebbe circondarsi di cose belle e persone con cui parlare fino al mattino, invece di incagliarsi alla prima porta, al palloncino sbagliato; alle piccolezze dei mutui che non arrivano, dei vicini sgradevoli, di C. e la sua teatralità da attention whore (e anche solo whore, che la scusa di restituirgli una chiavetta per andare a casa sua non è né intelligente né originale, e nemmeno rimanergli incollata tramite i nostri amici o fare la vittima con me, che non ho portato via niente a nessuno, visto che quando ci siamo messi insieme era già ben oltre lei e la loro storia).
Ma fra omuncoli e donnine si infila un S. Valentino di sorprese, perché io S. Valentino non l'ho festeggiato mai (a parte quella volta in cui è morto Pantani, e si capisce insomma che non c'è feeling) e per noi, vabbé, è S. Valentino ogni benedetto giorno, però ieri c'era quel concerto a cui volevo andare in quel posto che volevo proprio provare, la Romantica Osteria La Colombara, e siccome non si poteva, perché c'è sempre di mezzo qualche prova, qualche figura materna o qualche concerto a rabbuiarci e farci discutere, quando gli ho scritto "Esci prima da lavoro e facciamo l'amore appena ci vediamo?", come in un film lui è scappato davvero piombando a casa mia, e ci siamo travolti lì, in piedi, contro la parete, fuggendo poi sul ponte di Bassano per un aperitivo di S.Valentino, che se non è una cena è tempo nostro, bello, raggiante, e con un ponte pieno di palloncini rossi da rubare.

giovedì 14 febbraio 2013

Busby Berkeley Dreams


Come si fa a vivere insieme per 45 anni senza ammazzarsi? O meglio, come si fa a vivere insieme per 45 anni senza riuscire ad ammazzarsi - ché l'altra mi pare impervia, come spiegava quel pedagogo che "quando lavorate coi bambini, se non volete strozzarli una volta al giorno state mentendo a voi stessi."
In tempi di intolleranza per tutto ciò che non conosciamo, che ci sembra differente ("io i marocchini non li sopporto, ma quello che lavora con me è una brava persona"), riuscire a tenere qualcuno vicino e non soffocare quando senti che inizia a somigliarti mi sembra l'impresa eccezionale che cercava Lucio Dalla. "Devo farti una confessione", cominciò Ivàn, "non sono mai riuscito a capire come si possa amare il prossimo. E' proprio il prossimo che, secondo me, non si può amare, mentre chi è lontano forse sì. [...] Per amare un uomo bisogna che egli rimanga nascosto; non appena mostra il suo volto, l'amore vien meno."
F . Dostoevskij - I fratelli Karamazov
E io che mi bullo di essere più tollerante di altri, io che come Ivàn amo le persone ma reggo male due ore nella stessa stanza, quante volte avrò ferito qualcuno per impazienza? Se ami qualcuno non dovresti accettarlo tutto, tutto intero, anche quando sbaglia o ti ferisce? Fino a dove è giusto arrivare, perché i compromessi non inquinino il rispetto? Come si fa a non lasciarsi dopo dieci anni per un dentifricio senza tappo o una risposta sgarbata?
Alla mia mente da sempre vecchia fa da bilancia l'emotività di me bambina di cinque anni, per la quale, negli altri, un litigio furioso non ferisce quanto un dubbio. Mi aspetto che chi mi ama mi ami sempre, no matter what, come un genitore; o almeno come i miei genitori, ché l'amore non ci è mai mancato, e nemmeno il divertimento, qui al n.15 dove ce la godiamo come gli sciocchi, e pazienza se la zia ha 5 case invece, a ognuno il suo inferno personale. Sono diventata grande con la consapevolezza di avere qualcosa di importante da dire. "Spiegami", mi dicevano quando avevo qualcosa. Non "è solo una bambina". Ho avuto il tempo di guardarmi intorno e guardarmi dentro, e di giocare, tanto, ed altrettanto di farmi domande.
Fino a dove l'impegno deve superare la spontaneità? Mordersi la lingua deve superare salvarsi il fegato? Forse potremmo scriverlo sui muri. "SONO INCAZZATA", dovremmo scrivere, o "BRUTTO STRONZO", anche se non sono certa che trovarsi la porta del bagno imbrattata alle sette del mattino sia meno aggressivo di due urla. Magari un posto più piccolo, con una lavagnetta. Lo sgabuzzino dei litigi, dove si baruffa a volontà ma si esce con le cose sistemate. Ecco, sì, obbligarsi a sistemarle, le cose, che non si va a letto arrabbiati. Ma non è per niente semplice distinguere l'antiquariato dai rottami, e poi ti cambia tutto sotto il naso così velocemente che appena hai scoperto il segreto, quello ti cambia di nuovo, e allora forse l'unico segreto è la flessibilità, e le rocce non hanno mai fatto bene a nessuno (ybris, la chiamavamo al liceo) ma soprattutto il buon senso di non comprarsi un bellissimo gilet, quando ti fa sembrare un gelataio, è roba per pochi.
Bisogna scoprire fino a dove arrivano i principi e dove iniziano le zavorre. Con pazienza (ahi), con onestà; senza livore o invidia e senza mentire, ché mentire agli altri, forse, è perdonabile, ma con se stessi no - magari dirselo piano, ecco, questo sì, provando a non affilare le unghie il giorno prima; provare a non essere sempre severa con me e con chi vuole stare con me. Ridere, che son cresciuta così, gioiosa e spettinata, in questa famiglia onesta e piena di bene, e se ieri ho detto alla figura paterna "Guarda che se mi muori dal ridere te lo scrivo sulla lapide" la verità è che sulla lapide io gli vorrei scrivere che "Un uomo onesto rimane sempre un bambino", come diceva Socrate, e magari sembrerà un pensiero strano, stare qui a immaginare la lapide, ma crescere con genitori più vecchi ti dà una prospettiva che spesso gli altri non capiscono, e si finisce molto più spesso nei Busby Berkeley Dreams, direbbe Stephin Merritt. L'importante, dai, è resistere 45 anni. Ci proviamo no?

martedì 12 febbraio 2013

All I want is you

All I want is you, will you be my bride
Take me by the hand and stand by my side
All I want is you, will you stay with me?
Hold me in your arms  and sway me like the sea.



"Come avete festeggiato i primi 6 mesi?"
"Andando a sbattere contro la sua ex, più o meno."

Trattasi di capolavoro in effetti, decidere di fare quella passeggiata serale e, intravisto Matteo dalla vetrina di un bar del centro, spiare per vedere con chi sia per andarlo a salutare - "Vedo lui" dice il Carota, "vedo il Betus e poi non so, c'è un tizio con i pantaloni gialli. Entriamo?" - ed entrare, tutti allegri, tutti gioiosi per i due centesimi di secondo che ci separano dal trovarci davanti la sua ex, con dei pantaloni verdi (NB in caso di figli daltonici), che ci saluta con la voce e ci infilza con gli occhi. Allora scappare via, correre fuori come due monelli e ridere, ridere quasi ancora sulla porta.
Al risveglio sciacquarsi la faccia per sciacquare via anche gli incubi notturni, e quella sensazione gelida di déja-vu, ché me lo ricordo, l'accampare scuse notte dopo notte per rimandare il momento in cui il terrore mi avrebbe assalita appena prima di appoggiare la testa sul cuscino, perché gli incubi sarebbero arrivati puntuali. Eppure adesso è diverso, è tutto diverso, e più che un incubo era un sogno triste, scatenato dall'incontro, forse, o dai miei stessi pensieri.
Il fatto è che io sono fondamentalmente allegra, tenere sollevate le sorti fa parte di me, del mio essere, ho solo bisogno di potermi ricaricare con momenti di solitudine sparsi in cambio - pena il soffocamento. Ma essere allegri è così diverso dall'essere felici, poi per una come me, sempre alla ricerca, sempre pronta a spostarsi mentalmente da qualche altra parte. Sempre, soprattutto, alle prese con quel complesso del sopravvissuto che mi punisce quando mi sento felice. Ed è pericoloso, anche, essere felici, mostrarlo come se agli altri facesse piacere, e invece io stavolta l'ho portato all'occhiello, incredula certo, perché alla fine tutti questi pensieri e questi sogni con che cosa hanno a che fare, se non con l'incredulità di essere felici?
E allora ecco che la ragazza bionda si struscia sul Carota con me lì a fianco, gli chiede di dedicarle quella canzone con me lì a fianco, All I want is you vuole, e lui quando comincia a cantare è imbarazzato, si vede, chi lo sa perché guarda in basso, penso, ma poi comincia a dire che quella canzone è per una persona sola, perché le canzoni si dedicano a una persona sola, cazzo. Lo dice piano, senza guardarmi. Non con gli occhi, che vedono tizi coi pantaloni gialli lì dove c'è la sua ex vestita di verde. Mi guarda col cuore, per sdolcinato che sia, perché il Carota ha un cuore così grande da essere incredibile ed è questo - è questo suo modo grande di volermi bene a farmi sentire felice, che non credevo fosse possibile voler bene così, guardando avanti, senza scappare. A farmi venir voglia di vedere tutti felici, e così quella festa di compleanno a sorpresa, che non è una festa ma una cena, intima, per pochi, e non è di compleanno ma di non compleanno, perché lei i compleanni non è abituata a festeggiarli, spero proprio di poterla fare, ché la torta di cartone è lì che la aspetta.

(scritto, in realtà, giovedì 7 febbraio 2013)

martedì 8 gennaio 2013


Ridere, ridere di frasi sciocche ed accoccolarsi in un angolo caldo come i gatti in inverno. Andare alla mostra sul Novecento, giocando ad inventare titoli per le opere esposte prima di leggere quelli veri. E poi lasciarsi affascinare, come due capre, dall'arte "vera" dell'esposizione perenne, che quella contemporanea è divertente come un parco giochi (non tutta, no: De Chirico, Bacon, ti strappano via i vestiti e brandelli di carne lasciandoti l'anima esposta coi peli ritti) ma da bravi incompetenti felici l'arte "vera" è quella che insegue una bellezza (o anche una bruttezza) più che il concetto.
Camminare per due ore fra un quadro e l'altro e poi rifugiarci all'Antico Bar, che io mi ostino a chiamare Antica Osteria, nel giorno del tuo precompleanno. Con i nostri aperitivi da 40 o 50 euro perché ci facciamo sempre fregare da qualche voglia, quel calice di Valpolicella Superiore o quel formaggio di capra dall'aspetto succulento.

Ci stiamo costruendo un mondo, una bolla che prima o poi dovrà pur scoppiare, quando ci sarà da fare i conti col mutuo o cominceremo a somigliare ai nostri genitori, e dobbiamo iniziare già a costruire i nostri punti fermi su cui continuare, allora, ad amarci lo stesso. Perché è facile adesso, quando usciamo a pranzo per il tuo compleanno e ci baciamo nella piazza degli scacchi e mi smagli le parigine con gli occhi e poi quando vedi il mio regalo piangi come un bambino a cui non abbiano mai regalato niente. E' facile, adesso, con il mio compleanno che apre le feste ed il tuo che le chiude. Quando i fotomontaggi risolvono le cose e bastano un po' di forbici e photoshop per sistemare quello che non va. Quando sembra che Smaug divori le ore che passiamo insieme, tanto corrono via, e i sensi di colpa rimangono alle spalle.

Spero, anche quest'anno, di continuare a trovare persone migliori di me da cui prendere qualche piccolo esempio, niente di presuntuoso o eclatante: di quel documentario su Nureyev, così fiero ed esigente, così caparbio - lui nato in treno da un padre militaresco - da costringere il mondo ad inventare nuovi termini per descriverlo, prendo la speranza di non smettere mai di osservare. Spero di non perdere quei momenti che ritaglio per me, da cui guardare meglio le cose. Questo è il mio buon proposito per il 2013.
E imparare a cucinare.

giovedì 27 dicembre 2012

I won't back down /2


Hey baby, there is no easy way out
I will stand my ground
And I won't back down

 


mercoledì 26 dicembre 2012

I won't back down




Il mio compleanno è iniziato con una serenata alle otto del mattino, col Carota che si prende un giorno di ferie per portarmi al lavoro e mi fa trovare in macchina, nascosto dietro a un ombrello, anche Luca con la chitarra. Luca che non si sveglia mai prima di mezzogiorno, Luca con cui litigavo da due settimane. Luca e il Carota che quasi un anno fa, in tempi non sospetti, si erano dimenticati di dedicarmi quel Johnny Cash durante un concerto, e io ancora glielo rinfacciavo, ed allora si sono fatti trovare lì fuori casa mia, nella macchina alle otto del mattino, a cantarla e suonarla solo per me come due mariachi.

Ad essere precisi il mio compleanno è iniziato con la figura materna che mette le candeline alte e sottili sui savoiardi per la colazione, quelle che si sciolgono guardandole e che infatti, dopo essersi chinate l'una verso l'altra, formano un'unica candela la cui fiamma tenta un principio d'incendio e abbrustolisce tutti i biscotti e quasi la casa. La serenata è arrivata dopo. E dopo ancora, un pomeriggio intero solo col Carota, a cantare i Mumford in macchina e scovare trattorie di campagna dove ordinare pappardelle per poi pentirsene, non appena assaggiata la costata che ha preso lui. E poi coccole e dodici rose rosse e tanto amore, sul letto sul divano e anche sul muro, senza fermarsi mai se non alla fine del mondo. Che non è arrivata.

E quel biglietto per il concerto dei Mumford a Firenze, ché saranno anche 30 (o come dico io, il primo anniversario dei 29) ma c'é ancora spazio per divertirci.

martedì 18 dicembre 2012

I have been planning out All that I'd say to you
[...] Please say that if you hadn't gone now
I wouldn't have lost you another way

Chissà se era lui, quello che faceva benzina ieri col bavero alzato in mezzo a quel vento freddo. Mi sembrava lui, ci siamo guardati di fretta, col Carota che faceva benzina e giocava a bloccare l'erogatore a 50 euro esatti come quella notte il 6 agosto.

Non lo vedo da anni. Non so che fine abbia fatto, penso stia sempre con la stessa ragazza un po' acida, si sarà sposato? Non mi importa molto. E' strano come possano sparire dalla tua vita persone che ne hanno fatto parte con cadenza regolare, ma ero troppo piccola e lui era un'occasione che non ho avuto il coraggio di cogliere e, a conti fatti, quale occasione? è andata molto meglio così. Più che di una persona, all'epoca, avevo bisogno di rimanere coerente con me stessa. Dovevo ancora scoprirmi, come potevo dedicarmi a qualcuno? Non ho rimpianti. Se penso all'amore, non ho nessun rimpianto. Sarà perché ho sempre dato tutto quello che potevo dare e me ne sono andata quand'era ora di andare, senza crogiolarmi. Sarà perché sono felice. 

Un passato ce l'abbiamo tutti - lo so che sarebbe bello, a volte, che la persona di cui siamo innamorati sbucasse dal nulla il giorno in cui è diventata nostra, ma non sarebbe più quella persona. Non ho grossi problemi con le ex, anche se a dire il vero di solito sono loro ad averne con me. Il problema della ex del Carota non è, dunque, che sia la sua ex. Tutti hanno ex, se sono sani di mente e l'altra sua ex mi è pure simpatica. E C. non è proprio il tipo di persona di cui potrei, onestamente, sentirmi gelosa. 

E allora perché mi sento triste?

Mi sento triste non perché stava con lui ma perché c'ero quando stava con lui, me li ricordo. Mi sento triste perché è un'altra cosa muoversi in una casa in cui trovi le sue tracce dappertutto, i suoi ti amo di bambina e le loro vacanze. Mi sento triste al pensiero che il nostro letto fosse il loro letto, che i nostri posti fossero i loro posti, soltanto pochi secondi fa. E che lo fossero perché lui ci credeva. Mi sento triste perché in quella storia lui ci si era buttato subito a capofitto, prima di rendersi conto che si era sbagliato; perché credeva che lei fosse la donna della sua vita e si comportava come tale, e a volte mi chiedo quale possa essere allora la differenza con me: una cosa è sapere che credeva che la persona con cui era stato per anni, tempo fa, fosse quella giusta, e un'altra pensare a come, nel giro di un anno e mezzo, sia stato capace di incontrare lei, credere di amarla, dirglielo e ripeterglielo e ripeterglielo ancora, decidere di andarci a vivere insieme, rendersi conto di aver sbagliato tutto ed andarsene, trovando poi me su quella nuova strada, meno di un mese dopo. Come si può cambiare idea così in fretta su temi fondamentali? Come si può pensare la stessa cosa di me e di lei? Possiamo inventare parole nuove, perché quello che dice a me non abbia nemmeno apparentemente lo stesso valore di quello che diceva a lei?
Ogni storia ha le sue ombre, e questa è la mia. Non il fatto che abbia avuto una storia importante, ma il fatto che non lo fosse e solo la fretta e la leggerezza l'abbiano fatta sembrare tale, svalutando questi mesi che dovrebbero essere solo nostri, sprecando posti che avrebbero potuto essere solo nostri e appesantendo momenti bellissimi che non sono più solo nostri, se li ha buttati via per viverli con una storia che non se li meritava.

Ma soprattutto mi sento triste, stasera, perché sono quasi 30 e arrivarci senza di te, Martina, mi spezza.

So you had to go, And I had to remain here...



martedì 11 dicembre 2012




Sensazioni, emozioni, odori, ricordi. Vagonate di impressioni che ci portiamo dietro fin da piccoli, per un momento preciso successo un giorno che adesso non si sa più quale sia. Quand'è stato che ho iniziato ad odiare il caffè così tanto che non posso nemmeno sentirne l'aroma? Quando, per cosa? Quando il grattarmi la testa in una certa zona è diventato una fonte indescrivibile di benessere? La figura materna dice che da neonata quello era il suo modo di farmi addormentare: è stato da lì? La sensazione di disagio, in inverno, per la doccia troppo calda quando fa buio, ché è domenica e si va alla messa delle 18, quella che ti interrompe a metà e rovina tutta la giornata. Quanti, per quelli che portiamo con noi, sono andati perduti?
Per un odore di crema solare al cocco che mi catapulta a quei momenti di assoluta libertà di luglio e agosto al mare, subito dopo pranzo, mentre tutti dormono e il bello della giornata deve ancora venire, quando le amicizie e le novità promettevano ancora l'infinito e non c'era nulla a compromettere l'allegria e le emozioni esagerate - quanti altri sono rimasti alle spalle?

Poi cresci e scopri che i primi della classe sono quelli che non sanno nulla, perché non si chiedono nulla di tutto questo, non si chiedono le cose. Non alzano il naso dai libri (il che fa ridere, lo so, detto da una che, tra i libri, lo considera uno dei posti più belli in cui mettere il naso) e dalle verità precotte. Non guardano, non toccano, non hanno punti di domanda e sono convinti che il mondo non faccia altro che starli ad aspettare, come Polillo che parla dei tedeschi e degli italiani.

Ti voglio bene, postman, sei stato veramente un mio amico ma la verità è che io con la tua vita ormai c'entro poco, perché tu hai questa capacità di sostituire le persone giacché l'importante non è chi, ma il ruolo che ricoprono in relazione a te, e sappiamo bene che io sono stata sostituita da un pezzo. Perciò non te la prendere, dai, se non vengo al tuo compleanno e scappo fra la neve ed i calderoni di brulé dei mercatini di Natale, a scaldarci le mani col fiato prima di mangiare lo spezzatino di baita e ad un certo punto battere i piedi perché a Trento, quando cala il sole, neanche il brulé ce la fa, tra le luci e le facce di chi, quel po' di bene e quel po' di male, te li vuole per chi sei e non per come gli giri intorno.

sabato 1 dicembre 2012



I ragazzi bevevano forte nell'angolo dell'orchestra 
bevevano roba pesa e andavano fuori di testa 
se ne stavano sopra il palco ad accordare gli strumenti 
con le loro giacche scure e lo spino in mezzo ai denti 
le lucertole del folk giravano le balere 

giravano per suonare ma pensavano solo a bere 

Dammi un tre, dammi un tre, che la gente vuole ballare 
le lucertole del folk adesso stanno per cominciare 
versa qui, versa qui, versa un goccio e sentirai 
le lucertole bevono forte ma non sbagliano quasi mai 

Modena City Ramblers






mercoledì 28 novembre 2012

"..Ma sempre meglio di adesso che vai girando come una sciantosa
e non sei niente, ma fai di tutto per sembrare qualcosa."
F. De Gregori



E perciò, davvero, chi paga stasera? Con gli amici nessuno fa i conti in tasca, stavolta tocca a me, la prossima a te ed i tirchi e coloro che calcolano il centesimo non sono bene accetti o sono, semmai, affettuosamente tollerati.
Che un fidanzato voglia pagare per me è assai carino, se si tratta di coccole e non di "si paga per le signore" e se posso a mia volta pagare per lui, essendo cresciuta con un'idea di indipendenza piuttosto limpida; così come aprirmi la porta è un gesto gentile, non da chi sta pensando che sono una donna ma da parte di chi, allo stesso modo, si pulisce le scarpe prima di entrare in una stanza.
Le calcolatrici, a me, piace ficcarle in tasca quando si va a mangiare fiorentina insieme a persone belle e si sceglie un vino e si sghignazza sulle proprie disgrazie mentre M. tenta di rubarsi tutto il filetto. I centesimi, le liste della spesa, le lascio a chi ha bisogno di scontrini. La "roba" non mi serve, oltre a quel po' che aiuta a pagare treni, chianine, caleidoscopi. Mi tengo la coscienza linda di chi cerca la bellezza, sempre, come il respiro - e alla bellezza, ovunque la trovi, non si paga pegno; non ci si attacca in senso materiale. Devi saziarti guardando, pescandola e poi ributtandola a mare, che sia in un libro o in un quadro o in un momento d'autunno. O in un gatto, ché i gatti ti insegnano velocemente ad amare senza istinto di possesso.

La bellezza ti sgancia; ti monda e ti salva dalle tue stesse, goffe piccolezze. Da chi non vota e si lamenta di chi viene eletto; da chi ti insulta perché chiedi lo scontrino; dalle ex che si affollano nei tuoi week-end, quella che ti contatta e tu non sai chi sia e quella (solita) che si sfoga con te delle sue tragiche tribolazioni, poi arriva con il nuovo fidanzato e non ti saluta ostentatamente, poi ti interrompe se parli con qualcuno perché scopre di avere qualcosa di assolutamente fondamentale da comunicargli e poi, quando esci dal locale e ti ficchi nella nebbia e ti baci ed è un bacio dolce, innamorato, lontano da occhi indiscreti, convince il fidanzato ad uscire con lei per gridarti "ciao-o" nell'orecchio. Ma a 24 anni i comportamenti non dovrebbero essere più veloci del buonsenso o dell'armonia, a meno che non servano ad essere assurdamente felici.

Forse ti aspettavi solo vino barricato, C., che ora ti rivolti all'improvviso; certi aromi fruttati, senza asperità, accattivanti e tutti simili, allineati l'uno all'altro come soldatini obbedienti. Forse credevi che bastasse la scorciatoia per essere felici; che bastasse il mosto.
Ma come si fa senza aver mai rotto nulla, un bicchiere o quel fiasco che portavi di peso? Il neutro, io te lo lascio: la vaniglia, gli sbiancanti artificiali, ricordi soppiantati da altri ricordi e felicità cercata col goniometro. Non barare, dai, non barare coi tuoi calvari, coi polpettoni malinconici: siamo tutti in questo bar ombroso come un cavallo a bere vino che gratta in gola. Tra una cianfrusaglia e l'altra che racconti, ti fermi mai a pensare ai temporali di luglio? A conti fatti, ridere per non piangere è sempre meglio che piangere per farsi veder piangere, e il dialogo è sempre più buono da bere di un monologo.

E la bellezza di fare cose sciocche, anche: scovare una nuova enoteca, comprare per la prima volta un cappello, spegnere la luce per ascoltare una canzone. Parlare di una mostra, trovare un vecchio amico alle primarie, col vecchietto al bar di fronte che chiama macachi quelli che vanno a votare e si fanno fregare i 2 euro mentre compra un gratta e vinci da 10. Trascinare 5 persone al concerto di Cristina D'Avena e arrivare troppo tardi. Lasciare le chiavi appese alla macchina e trovare qualcuno che te le restituisce. Fermarsi a guardare i poggioli, le luci, le foglie, le foto in bianco e nero. Vestirsi di rosso.

sabato 24 novembre 2012

Thanksgiving

"E' necessario che una donna lasci un segno di sé, della propria anima, ad un uomo perché a fare l'amore siamo brave tutte."
Alda Merini


Quello di cui sono grata è il 2 dicembre 2011, quando il mondo mi è cambiato sotto il naso senza che me ne rendessi conto. C'è voluto qualche altro mese, circa sei. A te un po' meno, forse.
Mi piace, perciò, ripercorrere quel passato ignaro, trovare coincidenze e segni che, a riguardarli, sembrano comici adesso. L'amicizia che nasceva spontanea, senza nessun fine sospetto, come l'erba lungo le scarpate che viene su da sola; parlare e pensarla allo stesso modo e difendersi, anche. E tu che nemmeno ci pensavi perché avevi una ragazza e perché, dicevi, non avevi speranze con me. Ed io che nemmeno ci pensavo perché avrei trovato un inglese allampanato da qualche parte, e invece eccoci qui, a tormentarci di "ti ricordi..."

Ti ricordi quella volta, era la prima volta che ci parlavamo e non ti sono piaciuta, perché ti sembravo altera; tu nemmeno, perché facevi il bullo. Ti ricordi quella volta, mi hai fatta arrivare due ore prima al concerto e sono stata sequestrata da R. che non ha fatto altro che parlare per due ore e mezza. Ti ricordi quella volta, vi siete dimenticati di cantarmi Johnny Cash e adesso ogni tanto ridi, e mi dici che non ti perdonerò nemmeno fra 70 anni in punto di morte (la tua).
Ti ricordi quella volta, facevi l'ubriaco molesto ed io ti ho spinto via. Ti ricordi quella volta, incoraggiavi Gruccia a provarci con me all'aperitivo. Ti ricordi quella volta, mi hai detto che ero bravissima ad eludere discorsi scomodi. Ti ricordi quella volta, era la prima volta che passavi a prendermi e forse, sotto sotto eravamo entrambi felici che la tua ex non fosse venuta, mica per pensieri malandrini (ché i peccatori li abbiamo fatti poi, da liberi), ma solo per passare il tempo insieme a una persona bella.
Ti ricordi quella volta, ero al lavoro e mi è arrivato il tuo sms con scritto "E' tutta la mattina che ti cerco, ma che amica sei!" perché stavi per lasciarla ed eri tu a piangere. E ti ricordi quella volta, mi hai riaccompagnata a casa e quando mi hai baciata mi hai chiesto "Dimmi che non sei ubriaca".

Non lo ero.

martedì 20 novembre 2012

Impressioni di Novembre

"Quando Miùsov e Ivàn Fedorovic stavano per entrare dall'igùmeno, nell'animo di Petr Aleksàndrovic - un uomo veramente fine e cortese - avvenne un cambiamento repentino e assai delicato: si vergognò della propria collera. Sentì che in fondo non avrebbe dovuto dare tanta importanza a quel poveraccio di Fedor Pàvlovic, che non avrebbe dovuto perdere il sangue freddo e uscire anche lui fuori dai gangheri."
Dostoevskij - I fratelli Karamazov


Novembre è un mese adatto per ammalarsi, per dire di voler fare questo e quello e poi impigrirsi sul lettone, parlandoci, respirandoci, tentando di guardare un film e facendo l'amore sul più bello, e perdere a Ramino a gambe incrociate sopra il materasso. E poi uscire con gli amici per un aperitivo coi cicchetti, tutti molto saporiti e caldi nella pancia, mentre prendi in giro la S. che è rimasta alla festa fino alle 8 del mattino, quando il carro attrezzi stava per portarle via la macchina per fare posto al mercato.

Sono cresciuta in un mondo manicheo, dove i buoni erano leali ad ogni costo ed i cattivi portavano mantelli neri per farsi riconoscere. Quando ero piccola, un giorno, salii in piedi su una sedia e spalancai le ante sopra il lavello; con le mani afferrai una tazzina da caffè e cominciai a spremerci dentro le lacrimucce. La figura materna mi trovò così: con la guancia appoggiata alla tazzina mentre a tutti i costi cercavo di riempirla, per dimostrarle la mia sofferenza.
E poi? Poi sono cresciuta, anche se a volte metto ancora alla prova le persone per vedere se continueranno ad amarmi nonostante tutto. Ho trovato delle priorità (non tutte, non abbastanza). Ma cerco di capire quand'è il caso di mettere via la tazzina - quasi sempre, perché non è proprio il caso di aggiungere teatro alla fatica di svegliarsi al mattino sorridendo o, se possibile, almeno senza digrignare. 
Ad un certo punto, vattelapesca, mi sono innamorata delle debolezze. Mica ci riesco sempre, a non cedere a quel po' di autocommiserazione che ti coccola e ad aver voglia di abbracciare qualcuno quando fa il tragico o il meschino, e non è che adesso andremo in vacanza tutti insieme stretti stretti nell'abitacolo per un mondo migliore on the road. Però siamo vivi, tutti, e guardiamo le cose a volte dal basso, a volte dall'alto, a volte sedendocisi di fianco con un ghigno; ci sopportiamo gli uni con gli altri, coinvolgendoci o spingendoci via, spesso dimenticando che abbiamo i giorni contati, tutti, e che il modo migliore per sopravvivergli è guardarli per quello che sono, ché c'è posto per tutti e non dovremmo far passare il tempo lamentandoci perché il motivo per cui fai così, C., ne sono sicura, è che sei ancora una bambina.
Non per l'età, che 24 mica sono pochi per rendersi conto delle cose - forse lo sarai anche a 80 anni. Le donne, però, sai, magari sono stronze e magari anche aggressive, però non sono gratuite. Sarà una questione di utero, non lo so, ma hanno quel qualcosa di salvifico che ancora ti manca. E se mandi certi sms il sabato sera vuol dire che non hai ancora avuto occasione di imparare l'abc della sopravvivenza. Le cose che fai di notte non sono mai decisioni, C.: sono figure di merda del mattino dopo. E il dolore vero gratta, perché è talmente grande che ti denuda e provi pudore all'idea di mostrarlo agli altri. Oppure gridi ma il dolore vero, C., non va sulla bacheca di facebook insieme all'ultimo taglio di capelli. Non è uno scioglilingua di frasi tragiche e vittimismo verso qualcuno, solo per non permettergli di essere felice.

Fermati, C., strizza gli occhi. Guarda meglio. Guardare dentro mi è sempre riuscito abbastanza bene, e mica per superiorità etica - che in questi giorni mi è servito guardare e riguardare quella foto dei due spazzolini da denti per superare le cose che mi hai detto tra un pianterello e l'altro, per ferirmi - ma perché, non vedendoci di fuori, mi veniva spontaneo rivolgere lo sguardo altrove.

E quella volta, non è stato perché l'ho visto piangere che non me ne sono andata. E non è stato neanche (solo) perché io, per le cose, ci combatto da dentro e non da fuori. E nemmeno (ma anche) perché ha messo me davanti ad ogni altra cosa, perfino se stesso. Ed è il motivo per cui, quando mi chiedono perché stiamo insieme, penso che i veri ciechi siano loro che non sanno guardare.
E' per essere venuto da me tenendo il suo cuore nella mano, esposto, perché ne facessi quello che volevo. Il suo cuore, io l'ho potuto guardare come tu non sapresti fare.

E allora falle, le tue guerre da poveri se ti va, riesci anche a ferirci qualche volta, però noi lo sappiamo, di avere altre finestre da spalancare perché fuori c'è sole o c'è vento e le case chiuse sono case morte, e altri vini da bere e altri concerti da saltare visto che io, la musica, la preferisco ascoltare da sola; e anche con il cinema ho qualche problema, perché se una persona mi piace proprio ho voglia di parlarci e ridere e mettere in pausa per mangiare qualcosa e toccarla e tenere la luce accesa per guardarle la faccia. E poi fare i peccatori e riderci su tanto, tantissimo, e quando usciamo guidare piano, ché la buona compagnia ce l'abbiamo già dentro la macchina e non c'è fretta di arrivare da nessun'altra parte.

lunedì 5 novembre 2012

Aspettando i mostri /2





Scorgere l'aspetto comico, anche quando hai voglia di arrabbiarti o di piangere. Guardare la vita di lato e riderne, di tanto in tanto, è una cosa che ti salva.
Altrimenti come ci esci viva, dall'esistenza quotidiana? Colazioni eternamente assonnate, tacchi che si rompono, fp e le terapie. La ex del Carota che diventa piccola piccola e trascorre il tempo a confidarsi con facebook anziché con l'analista, enunciando pubblici proclami sul loro eterno amore e sulla loro ex vita coniugal-sessuale (con rara delicatezza verso il nuovo fidanzato), scoprendo improvvisamente e casualmente di non poter fare a meno di posti e persone che prima disprezzava soltanto perché li amiamo noi, e passando quindi dal chiederci di non frequentarli perché lei sarà presente all'annunciare di volergli riportare le sue cose ad una cena con trenta persone. La classe non è acqua - direbbe fm vedendo le sue foto in autoreggenti.
E possono ben dire, gli altri, che le persone fanno così, portano acqua al loro mulino. Non è vero: le persone meschine fanno così. Ho conosciuto persone strane, persone squilibrate e persone stronze, ma -sarò stata fortunata- persone meschine mai; alla piccolezza di chi piange calde lacrime di vittimismo rinfacciando a lui di non averle detto di me mentre lei esce di nascosto con un amico di lui no, non ero abituata. Perciò mi fa arrabbiare, ed ho un bel dirmi anch'io che non ne vale la pena, ma se non mi arrabbiassi più di fronte a quella che vedo come un'ingiustizia non sarei io.
E così mi arrabbio, e poi qualche volta non lo faccio, e poi lo faccio di nuovo. E qualche altra volta, poi, bisogna fermarsi, comprare un cartoccio di castagne, spianare le rughe, portare a casa un catalogo di abiti da sposa il primo giorno in cui il Carota ha messo piede al n.15 solo per vedere le facce. Bisogna correre sotto al diluvio e ascoltare i vecchietti all'osteria che raccontano di quando conoscevano Margherita Agnelli, e andare ai concerti del Carota che ti fa un cuore con le dita mentre canta, con una delle groupies in prima fila che si alza in piedi per rispondergli pensando che sia per lei, e a noi scappa da ridere.

Aspettando i mostri /1


martedì 23 ottobre 2012

Trenta, e perciò si festeggia, che dici, si brinda e si cena l'ennesimo che gira la boa - sbeffeggiato da chi l'ha già passata, applaudito da chi ancora manca. E che tu abbia i jeans sformati o la giacca, a chi importa? Siamo tutti qui, tutti insieme in quell'ingresso stretto che sembra una taverna di briganti lungo la strada. E tutti a camminare di qua, a camminare di là, è una danza di palloncini colorati questa benedetta cena a sorpresa. Per una sera, abbiamo voglia di essere felici senza pudori. E non importa se quando sei felice la gente diventa cattiva, non importa cosa dicono, non importa se la ex del Carota vuole i tuoi posti e le tue persone che prima disprezzava. Stasera non importa. 
E' una serata che gocciola, e non so se chi non conosce la nebbia padana ne abbia, di serate così - che entrare in un covo di briganti è come un'epifania, e poi magari uscire e infilarcisi in mezzo, alla nebbia, per baciarci scappando dal mondo che gocciola e sparisce, e poi sbucano due chitarre e allora si rientra, sì, con due chitarre e tre voci che diventano quattro, diventano cinque poi diventano venti, e il gestore indeciso se fermarci o cacciarci si unisce a noi con un'altra bottiglia di vino, ed una specie di mariachi che suona in piedi sulla sedia perché è tornato a quando di anni ne aveva venti anche lui ed era famoso, e adesso è un po' meno artista e un po' più ubriaco, forse. 
Che poi cosa vorrà dire venti, trenta o sessanta, a me pare che siamo tutti nello stesso punto stasera, la ragazza che voleva il Carota e mi guarda con aria di sfida e quella che viene dalla Siberia e mi racconta che quando scendi dal treno trovi il paese più vicino dopo seicento chilometri di neve e di bosco. E poi a una certa ora il trucco si squaglia, i single fanno i ruffiani e la ragazza ti carambola sguardi, ma fa niente che fuori fa freddo e qui sembra ancora presto ed abbiamo ancora vino.

martedì 16 ottobre 2012

Basta stringerlo un po' più forte, per gioco, quel calice di rosso che tenevi in mano, perché si spacchi in mille pezzi e due persone si feriscano. E' capitato domenica sera, riuniti da qualche parte a scaldarci con le voci e a guardare Baumgartner alla tv di un locale, tifando come si fa solo per i pazzi o i perdenti. Ho pensato, allora, a com'è facile rompere qualcosa stringendo troppo forte; bisogna essere sobri, con le cose cui si tiene davvero.

Mi ci sono ribellata per anni, io che sono impulsiva ed entusiasta e dovevo lottare contro i modi inglesi del Tomtom, e adesso che il Carota è così affettuoso mi accorgo di essere un po' inglese anch'io. Adesso che il Tomtom torna, chiama e scrive solo per essersi accorto delle mie valigie pronte. Ma io non posso tornare indietro solo perché mi è familiare come la strada di casa, o perché, dentro di me, faccio delle incursioni nel passato un'abitudine salvifica - me l'ha insegnato lui, con la sua cautela e la sua costanza, che certi bicchieri non si possono riparare.
Per quante altre volte potrai arrabbiarti, sanguinare, stringere il bicchiere prima che il vetro si infranga? Quante crepe puoi ancora rischiare? Altre mille? Forse una.

Ne ho dovuti infrangere tanti, di bicchieri, per impararlo, e adesso fa così parte di me che non riesco ad immaginarmi senza. Mi dispiace. Dovevi pensarci. E' diverso da me, il Carota, così diverso che qualche volta mi viene il dubbio che lo sia troppo, in quell'eterna bagarre tra il mio cuore e la mia testa che vanno sempre in direzioni diverse e che in 29 anni non ho mai capito come mediare, dando retta ora all'uno, ora all'altra. Però la verità è che ho sempre cercato, nelle persone, qualcosa che non avevo - quello che mi manca. E' bello somigliarsi, non dover spiegare perché si ride, intuirsi così, che se ti regalo Franny e Zooey è perché lo so, che dentro la vasca fai come Zooey, anche se non ti ci ho mai visto. E' bello e facile e dio lo sa se ho bisogno di qualcosa di facile a volte, però non è quello che mi serve. Non ho bisogno di simbiosi per stare bene con qualcuno, o con me stessa, come non ho bisogno di caviale o foie gras per cenare. I miei spazi sono un ottimo modo per stare bene con gli altri, senza l'ansia di condividere ogni pensiero; la simbiosi va bene con le migliori amiche dell'adolescenza, quando coordini perfino i sogni, e ho smesso di crederci prima ancora che un incidente mi portasse via la mia, sei anni fa. Fare le stesse cose è facile: è costruire fiducia e rispetto che richiede crepe e sangue, e aiutarsi un po' ogni giorno e non litigare mai in piedi.

Quello che mi serve è l'armonia di due note, di due gusti diversi che si mescolano creandone uno che non conoscevi prima. E non lo so se è con lui che riuscirò a crearlo, ma adesso mi servono le sue mani, così incredule mentre mi bacia sfiorandomi come se fossi una pietra preziosa, così forti quando facciamo l'amore e mi prende per l'anima e per i capelli. Mi serve mangiare una pizza a gambe incrociate sul letto facendomi raccontare come, ad un certo punto, si sia tirato su le maniche ed abbia salvato la sua famiglia con quella sua intelligenza gentile, più gentile della mia.
E che importa se non ama leggere, ci sono già io a leggere, non mi serve finché mi chiede se guardiamo quel film, finché sghignazza per come mi addormento e cerca insieme a me i bigolari perduti in collina, finché sopporta le mie improbabili mostre e trova il lato comico e quello paziente delle cose. Finché mi scalda, sotto le coperte, non solo la pelle ma soprattutto quella cronica mancanza di fiducia che ormai mi portavo addosso.

La crepa fatale non è diversa dalle altre: è piccola, subdola; perciò bisogna stare molto attenti alle strade familiari, agli scorci di ogni giorno; mantenere quella curiosità che si ha per le botteghe umide di barbieri scalcinati in qualche borgo, e non so perché, ma è un'immagine che mi consola.

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