amo le rughe, la rabbia, le ninnenanne, la carta, appiccicare cose alle pareti, avere le dita sporche d'inchiostro, il pane, l'acqua, camminare scalza, i lucernari, le vecchie corde della mia chitarra, le biblioteche, leggere tra le righe, i treni,le altalene, perdermi, i bastoni della pioggia, le bacchette magiche, i pistacchi, i pacchetti, i regali, il mojito, fare l'amore, la polvere innamorata negli occhi.

venerdì 15 febbraio 2013


Un signore molto piccolo di Como
una volta salì in cima al Duomo.
E quando fu in cima
era alto come prima
quel signore tanto piccolo di Como.
G. Rodari

La teoria del penultimo palloncino è quella per cui, se sei sul Ponte Vecchio di Bassano e devi rubare un palloncino, è meglio sì andare in fondo, ma senza scegliere l'ultimo, che è il più sospetto; al penultimo, invece, non bada mai nessuno. Che è un po' come dire che quando vai nei bagni pubblici è preferibile evitare la prima porta, quella a cui si fermano tutti. Guarda un po' più avanti, fai un passo in più.
E' lo stesso motivo per cui ci servirebbe un Obama, qui in Italia, ci servirebbe un Gramsci, un Berlinguer, e non omuncoli che approfittano della pancia e dei portafogli vuoti facendoci diventare piccoli come loro quando decidiamo di votarli per cinquecento euro di imu lasciando che l'educazione vada a rotoli. Qualcuno che ci insegni a guardare più avanti, a non fermarci alla prima porta del bagno. Questa riforma sarà scomoda, lo so, ma diamine, non lo vedete dove saremo fra dieci anni? Ve lo dico io, che sono qui apposta per guidarvi alla prossima porta e farvi diventare una nazione migliore di quella che eravate prima di me, e non solo per darvi il contentino e insegnarvi a votare in base al vostro stretto orticello. Questo, ci vorrebbe.
Ci vorrebbero tante altre serate a chiacchierare di Gaber con la figura materna, continuando senza accorgersi che sono già le nove e dovete ancora cenare. Bisognerebbe circondarsi di cose belle e persone con cui parlare fino al mattino, invece di incagliarsi alla prima porta, al palloncino sbagliato; alle piccolezze dei mutui che non arrivano, dei vicini sgradevoli, di C. e la sua teatralità da attention whore (e anche solo whore, che la scusa di restituirgli una chiavetta per andare a casa sua non è né intelligente né originale, e nemmeno rimanergli incollata tramite i nostri amici o fare la vittima con me, che non ho portato via niente a nessuno, visto che quando ci siamo messi insieme era già ben oltre lei e la loro storia).
Ma fra omuncoli e donnine si infila un S. Valentino di sorprese, perché io S. Valentino non l'ho festeggiato mai (a parte quella volta in cui è morto Pantani, e si capisce insomma che non c'è feeling) e per noi, vabbé, è S. Valentino ogni benedetto giorno, però ieri c'era quel concerto a cui volevo andare in quel posto che volevo proprio provare, la Romantica Osteria La Colombara, e siccome non si poteva, perché c'è sempre di mezzo qualche prova, qualche figura materna o qualche concerto a rabbuiarci e farci discutere, quando gli ho scritto "Esci prima da lavoro e facciamo l'amore appena ci vediamo?", come in un film lui è scappato davvero piombando a casa mia, e ci siamo travolti lì, in piedi, contro la parete, fuggendo poi sul ponte di Bassano per un aperitivo di S.Valentino, che se non è una cena è tempo nostro, bello, raggiante, e con un ponte pieno di palloncini rossi da rubare.

giovedì 14 febbraio 2013

Busby Berkeley Dreams


Come si fa a vivere insieme per 45 anni senza ammazzarsi? O meglio, come si fa a vivere insieme per 45 anni senza riuscire ad ammazzarsi - ché l'altra mi pare impervia, come spiegava quel pedagogo che "quando lavorate coi bambini, se non volete strozzarli una volta al giorno state mentendo a voi stessi."
In tempi di intolleranza per tutto ciò che non conosciamo, che ci sembra differente ("io i marocchini non li sopporto, ma quello che lavora con me è una brava persona"), riuscire a tenere qualcuno vicino e non soffocare quando senti che inizia a somigliarti mi sembra l'impresa eccezionale che cercava Lucio Dalla. "Devo farti una confessione", cominciò Ivàn, "non sono mai riuscito a capire come si possa amare il prossimo. E' proprio il prossimo che, secondo me, non si può amare, mentre chi è lontano forse sì. [...] Per amare un uomo bisogna che egli rimanga nascosto; non appena mostra il suo volto, l'amore vien meno."
F . Dostoevskij - I fratelli Karamazov
E io che mi bullo di essere più tollerante di altri, io che come Ivàn amo le persone ma reggo male due ore nella stessa stanza, quante volte avrò ferito qualcuno per impazienza? Se ami qualcuno non dovresti accettarlo tutto, tutto intero, anche quando sbaglia o ti ferisce? Fino a dove è giusto arrivare, perché i compromessi non inquinino il rispetto? Come si fa a non lasciarsi dopo dieci anni per un dentifricio senza tappo o una risposta sgarbata?
Alla mia mente da sempre vecchia fa da bilancia l'emotività di me bambina di cinque anni, per la quale, negli altri, un litigio furioso non ferisce quanto un dubbio. Mi aspetto che chi mi ama mi ami sempre, no matter what, come un genitore; o almeno come i miei genitori, ché l'amore non ci è mai mancato, e nemmeno il divertimento, qui al n.15 dove ce la godiamo come gli sciocchi, e pazienza se la zia ha 5 case invece, a ognuno il suo inferno personale. Sono diventata grande con la consapevolezza di avere qualcosa di importante da dire. "Spiegami", mi dicevano quando avevo qualcosa. Non "è solo una bambina". Ho avuto il tempo di guardarmi intorno e guardarmi dentro, e di giocare, tanto, ed altrettanto di farmi domande.
Fino a dove l'impegno deve superare la spontaneità? Mordersi la lingua deve superare salvarsi il fegato? Forse potremmo scriverlo sui muri. "SONO INCAZZATA", dovremmo scrivere, o "BRUTTO STRONZO", anche se non sono certa che trovarsi la porta del bagno imbrattata alle sette del mattino sia meno aggressivo di due urla. Magari un posto più piccolo, con una lavagnetta. Lo sgabuzzino dei litigi, dove si baruffa a volontà ma si esce con le cose sistemate. Ecco, sì, obbligarsi a sistemarle, le cose, che non si va a letto arrabbiati. Ma non è per niente semplice distinguere l'antiquariato dai rottami, e poi ti cambia tutto sotto il naso così velocemente che appena hai scoperto il segreto, quello ti cambia di nuovo, e allora forse l'unico segreto è la flessibilità, e le rocce non hanno mai fatto bene a nessuno (ybris, la chiamavamo al liceo) ma soprattutto il buon senso di non comprarsi un bellissimo gilet, quando ti fa sembrare un gelataio, è roba per pochi.
Bisogna scoprire fino a dove arrivano i principi e dove iniziano le zavorre. Con pazienza (ahi), con onestà; senza livore o invidia e senza mentire, ché mentire agli altri, forse, è perdonabile, ma con se stessi no - magari dirselo piano, ecco, questo sì, provando a non affilare le unghie il giorno prima; provare a non essere sempre severa con me e con chi vuole stare con me. Ridere, che son cresciuta così, gioiosa e spettinata, in questa famiglia onesta e piena di bene, e se ieri ho detto alla figura paterna "Guarda che se mi muori dal ridere te lo scrivo sulla lapide" la verità è che sulla lapide io gli vorrei scrivere che "Un uomo onesto rimane sempre un bambino", come diceva Socrate, e magari sembrerà un pensiero strano, stare qui a immaginare la lapide, ma crescere con genitori più vecchi ti dà una prospettiva che spesso gli altri non capiscono, e si finisce molto più spesso nei Busby Berkeley Dreams, direbbe Stephin Merritt. L'importante, dai, è resistere 45 anni. Ci proviamo no?

martedì 12 febbraio 2013

All I want is you

All I want is you, will you be my bride
Take me by the hand and stand by my side
All I want is you, will you stay with me?
Hold me in your arms  and sway me like the sea.



"Come avete festeggiato i primi 6 mesi?"
"Andando a sbattere contro la sua ex, più o meno."

Trattasi di capolavoro in effetti, decidere di fare quella passeggiata serale e, intravisto Matteo dalla vetrina di un bar del centro, spiare per vedere con chi sia per andarlo a salutare - "Vedo lui" dice il Carota, "vedo il Betus e poi non so, c'è un tizio con i pantaloni gialli. Entriamo?" - ed entrare, tutti allegri, tutti gioiosi per i due centesimi di secondo che ci separano dal trovarci davanti la sua ex, con dei pantaloni verdi (NB in caso di figli daltonici), che ci saluta con la voce e ci infilza con gli occhi. Allora scappare via, correre fuori come due monelli e ridere, ridere quasi ancora sulla porta.
Al risveglio sciacquarsi la faccia per sciacquare via anche gli incubi notturni, e quella sensazione gelida di déja-vu, ché me lo ricordo, l'accampare scuse notte dopo notte per rimandare il momento in cui il terrore mi avrebbe assalita appena prima di appoggiare la testa sul cuscino, perché gli incubi sarebbero arrivati puntuali. Eppure adesso è diverso, è tutto diverso, e più che un incubo era un sogno triste, scatenato dall'incontro, forse, o dai miei stessi pensieri.
Il fatto è che io sono fondamentalmente allegra, tenere sollevate le sorti fa parte di me, del mio essere, ho solo bisogno di potermi ricaricare con momenti di solitudine sparsi in cambio - pena il soffocamento. Ma essere allegri è così diverso dall'essere felici, poi per una come me, sempre alla ricerca, sempre pronta a spostarsi mentalmente da qualche altra parte. Sempre, soprattutto, alle prese con quel complesso del sopravvissuto che mi punisce quando mi sento felice. Ed è pericoloso, anche, essere felici, mostrarlo come se agli altri facesse piacere, e invece io stavolta l'ho portato all'occhiello, incredula certo, perché alla fine tutti questi pensieri e questi sogni con che cosa hanno a che fare, se non con l'incredulità di essere felici?
E allora ecco che la ragazza bionda si struscia sul Carota con me lì a fianco, gli chiede di dedicarle quella canzone con me lì a fianco, All I want is you vuole, e lui quando comincia a cantare è imbarazzato, si vede, chi lo sa perché guarda in basso, penso, ma poi comincia a dire che quella canzone è per una persona sola, perché le canzoni si dedicano a una persona sola, cazzo. Lo dice piano, senza guardarmi. Non con gli occhi, che vedono tizi coi pantaloni gialli lì dove c'è la sua ex vestita di verde. Mi guarda col cuore, per sdolcinato che sia, perché il Carota ha un cuore così grande da essere incredibile ed è questo - è questo suo modo grande di volermi bene a farmi sentire felice, che non credevo fosse possibile voler bene così, guardando avanti, senza scappare. A farmi venir voglia di vedere tutti felici, e così quella festa di compleanno a sorpresa, che non è una festa ma una cena, intima, per pochi, e non è di compleanno ma di non compleanno, perché lei i compleanni non è abituata a festeggiarli, spero proprio di poterla fare, ché la torta di cartone è lì che la aspetta.

(scritto, in realtà, giovedì 7 febbraio 2013)

martedì 15 gennaio 2013


"Un personaggio, signore, può sempre chiedere ad un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre 'qualcuno'. Mentre un uomo - non dico lei, adesso - un uomo così in genere, può non essere nessuno."
L. Pirandello - Sei personaggi in cerca d'autore

Quando il Grande Fratello, la trasmissione, uscì nella sua prima edizione, ricordo di essermi esaltata: l'idea di "costringere" delle persone ad interagire senza gli schermi protettivi di scelte, professioni, cellulari e bugie sociali varie mi affascinava da sempre, pur senza aver letto Pinter, e da sempre mi faceva fantasticare su cosa avrei potuto conoscere in più di me stessa, o degli altri, da un'immersione in una situazione così estrema. Spesso, però, è sufficiente molto meno per grattare la superficie più che in una lunga conversazione; riunirle in un'unica stanza o ad uno stesso tavolo per un pranzo di compleanno.
La mancanza di umorismo è la prima cosa che salta agli occhi. Alle barzellettuole si ride di gusto, certo, ma sarà il cielo smorto come un blocco di ghisa, sarà che ironia e autoironia sono uscite a fare shopping con una chimera e una fenice, ma sono sufficienti una persona poco gradita o uno scherzo molto più che innocente perché si smetta di stare al gioco. Perché malumori, capricci, insicurezze e gelosie prendano il sopravvento sulla cordialità e sul buonsenso e, pur non creando drammi, non si preoccupino di mettere in imbarazzo i vicini.
La realtà è che siamo tutti campioni di comicità, meno di umorismo che, come diceva Pirandello, ha bisogno di coscienza, comprensione, compassione; della stessa signora tinta come una buffona è facile sghignazzare appena la si vede - comprendere che, forse, non le piace uscire imbellettata come una sciantosa fuori età ma ne ha bisogno da quando il marito più giovane non la guarda come guarda la cameriera, ecco, questo è un altro paio di maniche. Ognuno, nel mucchio di maschere che scoviamo negli angoli, sceglie quella che lo ripara meglio, e l'umorismo arriva lì dove duole, smascherando le illusioni della forma e del cattivo gusto e, mentre lo fa, ride e piange insieme.
Ammetto di aver sempre avuto molta paura del cattivo gusto; non quello della signora conciata come un Pierrot, ma di chi - rivolto verso lo specchio, insensibile agli altri - ha una reazione soltanto, senza notare la differenza.

giovedì 10 gennaio 2013


E' ora di cambiare di nuovo il calendario, appaiarli sul tavolo e ricopiare in ordine compleanni, cifre e scadenze. Sostituire la vita passata con le caselle future ancora bianche, intonse. Alcune si aggiungeranno, altre verranno cancellate per strada.
Nelle feste di fine anno mi è mancato un po' di quell'ozio pigro e costruttivo, leggere libri natalizi alla Dickens o Narnia, giocare a Non t'arrabbiare incavolandosi a morte con chi ti sbatte fuori le pedine, qualche film vecchio alla tv. Di quei Natali in cui sgranocchiavi allegria per pomeriggi interi, tu e Olivia venivate chiamate il gatto e la volpe e l'età giustificava lo spiare i regali la notte del 24. Soprattutto le storie, di quelle che ti veniva l'acquolina in bocca a pensare ai filò dei nonni, tutti seduti intorno al fuoco a rammendare e a raccontare storie a voce alta. Novella mi chiamo, è inutile contestarmi il mio bisogno eterno di storie, di mondi e di racconti. Non è solo il gioco, non è solo la fantasia: chi diceva che un buon libro ti spiega quello che hai già dentro? Quello che sei, quello che vuoi e soprattutto quello che non vuoi, penso che nient'altro al mondo come il guardarti dentro fra le pagine di un libro possa mostrartelo. E poi partire davvero, senza tv, senza playstation e giornali di moda che ti ingabbiano alle loro immagini prestampate e a schemi fissi di cause e conseguenze. Che noia che barba, questa gente che evolve poco, che immagina poco. Ho sempre dovuto combattere contro il "se tutti fanno così, anche tu dovresti farlo". I "lo fai apposta per sembrare diversa" mi hanno anche portata a mettermi in discussione, più volte. E se avessero avuto ragione? 
Però Natale no, a Natale si tira fuori Narnia, raggomitolati come i gatti, come quando la speranza era ancora intatta e pensavi che tu ed Olivia sareste state amiche per sempre.

Ne è passata di acqua sotto i ponti. Teo, da bravo amico di fango, ad un certo punto mi avrà spiattellato la verità su Babbo Natale, Olivia ed io abbiamo litigato una prima volta alle elementari, perdendoci per anni e ritrovandoci alle superiori; dopodiché abbiamo litigato di nuovo, e un altro silenzio, mai spezzato e anzi tristemente rafforzato dai lutti, si è trascinato fino ad ora.
Però, diverse come siamo, lei altissima, mora e secca secca, io bionda e piccolina, mi ha fatto veramente ridere rischiare di trovarci al veglione con lo stesso vestito. E se fosse stata una persona diversa mi sarebbe piaciuto andare a riderne con lei mentre si brinda alla mezzanotte, perché come fai, se non ridi delle cose? Di tutte, perché L. che finalmente esce con una ragazza dopo anni di crisi per la fine della storia con la sua ex e tu stai quasi per tirare un sospiro di sollievo quando scopri che lei si è appena lasciata con la sua, di ragazza, dopo tre anni e mezzo di relazione lesbica, se non ti permette di ridere che fa? 
E allora ridiamo, e beviamo, di quello buono magari, perché siamo golosi dell'attimo. E se tu non sai ridere non m'importa poi molto ormai perché sai, se ti interessa così tanto del tuo orgoglio da metterlo davanti ad ogni cosa, agli altri sentimenti, ai vivi e ai morti, ti lascio in compagnia del tuo rancore e cerco un nuovo vestito rosso, diverso da quello che porti.

sabato 24 novembre 2012

Thanksgiving

"E' necessario che una donna lasci un segno di sé, della propria anima, ad un uomo perché a fare l'amore siamo brave tutte."
Alda Merini


Quello di cui sono grata è il 2 dicembre 2011, quando il mondo mi è cambiato sotto il naso senza che me ne rendessi conto. C'è voluto qualche altro mese, circa sei. A te un po' meno, forse.
Mi piace, perciò, ripercorrere quel passato ignaro, trovare coincidenze e segni che, a riguardarli, sembrano comici adesso. L'amicizia che nasceva spontanea, senza nessun fine sospetto, come l'erba lungo le scarpate che viene su da sola; parlare e pensarla allo stesso modo e difendersi, anche. E tu che nemmeno ci pensavi perché avevi una ragazza e perché, dicevi, non avevi speranze con me. Ed io che nemmeno ci pensavo perché avrei trovato un inglese allampanato da qualche parte, e invece eccoci qui, a tormentarci di "ti ricordi..."

Ti ricordi quella volta, era la prima volta che ci parlavamo e non ti sono piaciuta, perché ti sembravo altera; tu nemmeno, perché facevi il bullo. Ti ricordi quella volta, mi hai fatta arrivare due ore prima al concerto e sono stata sequestrata da R. che non ha fatto altro che parlare per due ore e mezza. Ti ricordi quella volta, vi siete dimenticati di cantarmi Johnny Cash e adesso ogni tanto ridi, e mi dici che non ti perdonerò nemmeno fra 70 anni in punto di morte (la tua).
Ti ricordi quella volta, facevi l'ubriaco molesto ed io ti ho spinto via. Ti ricordi quella volta, incoraggiavi Gruccia a provarci con me all'aperitivo. Ti ricordi quella volta, mi hai detto che ero bravissima ad eludere discorsi scomodi. Ti ricordi quella volta, era la prima volta che passavi a prendermi e forse, sotto sotto eravamo entrambi felici che la tua ex non fosse venuta, mica per pensieri malandrini (ché i peccatori li abbiamo fatti poi, da liberi), ma solo per passare il tempo insieme a una persona bella.
Ti ricordi quella volta, ero al lavoro e mi è arrivato il tuo sms con scritto "E' tutta la mattina che ti cerco, ma che amica sei!" perché stavi per lasciarla ed eri tu a piangere. E ti ricordi quella volta, mi hai riaccompagnata a casa e quando mi hai baciata mi hai chiesto "Dimmi che non sei ubriaca".

Non lo ero.

martedì 20 novembre 2012

Impressioni di Novembre

"Quando Miùsov e Ivàn Fedorovic stavano per entrare dall'igùmeno, nell'animo di Petr Aleksàndrovic - un uomo veramente fine e cortese - avvenne un cambiamento repentino e assai delicato: si vergognò della propria collera. Sentì che in fondo non avrebbe dovuto dare tanta importanza a quel poveraccio di Fedor Pàvlovic, che non avrebbe dovuto perdere il sangue freddo e uscire anche lui fuori dai gangheri."
Dostoevskij - I fratelli Karamazov


Novembre è un mese adatto per ammalarsi, per dire di voler fare questo e quello e poi impigrirsi sul lettone, parlandoci, respirandoci, tentando di guardare un film e facendo l'amore sul più bello, e perdere a Ramino a gambe incrociate sopra il materasso. E poi uscire con gli amici per un aperitivo coi cicchetti, tutti molto saporiti e caldi nella pancia, mentre prendi in giro la S. che è rimasta alla festa fino alle 8 del mattino, quando il carro attrezzi stava per portarle via la macchina per fare posto al mercato.

Sono cresciuta in un mondo manicheo, dove i buoni erano leali ad ogni costo ed i cattivi portavano mantelli neri per farsi riconoscere. Quando ero piccola, un giorno, salii in piedi su una sedia e spalancai le ante sopra il lavello; con le mani afferrai una tazzina da caffè e cominciai a spremerci dentro le lacrimucce. La figura materna mi trovò così: con la guancia appoggiata alla tazzina mentre a tutti i costi cercavo di riempirla, per dimostrarle la mia sofferenza.
E poi? Poi sono cresciuta, anche se a volte metto ancora alla prova le persone per vedere se continueranno ad amarmi nonostante tutto. Ho trovato delle priorità (non tutte, non abbastanza). Ma cerco di capire quand'è il caso di mettere via la tazzina - quasi sempre, perché non è proprio il caso di aggiungere teatro alla fatica di svegliarsi al mattino sorridendo o, se possibile, almeno senza digrignare. 
Ad un certo punto, vattelapesca, mi sono innamorata delle debolezze. Mica ci riesco sempre, a non cedere a quel po' di autocommiserazione che ti coccola e ad aver voglia di abbracciare qualcuno quando fa il tragico o il meschino, e non è che adesso andremo in vacanza tutti insieme stretti stretti nell'abitacolo per un mondo migliore on the road. Però siamo vivi, tutti, e guardiamo le cose a volte dal basso, a volte dall'alto, a volte sedendocisi di fianco con un ghigno; ci sopportiamo gli uni con gli altri, coinvolgendoci o spingendoci via, spesso dimenticando che abbiamo i giorni contati, tutti, e che il modo migliore per sopravvivergli è guardarli per quello che sono, ché c'è posto per tutti e non dovremmo far passare il tempo lamentandoci perché il motivo per cui fai così, C., ne sono sicura, è che sei ancora una bambina.
Non per l'età, che 24 mica sono pochi per rendersi conto delle cose - forse lo sarai anche a 80 anni. Le donne, però, sai, magari sono stronze e magari anche aggressive, però non sono gratuite. Sarà una questione di utero, non lo so, ma hanno quel qualcosa di salvifico che ancora ti manca. E se mandi certi sms il sabato sera vuol dire che non hai ancora avuto occasione di imparare l'abc della sopravvivenza. Le cose che fai di notte non sono mai decisioni, C.: sono figure di merda del mattino dopo. E il dolore vero gratta, perché è talmente grande che ti denuda e provi pudore all'idea di mostrarlo agli altri. Oppure gridi ma il dolore vero, C., non va sulla bacheca di facebook insieme all'ultimo taglio di capelli. Non è uno scioglilingua di frasi tragiche e vittimismo verso qualcuno, solo per non permettergli di essere felice.

Fermati, C., strizza gli occhi. Guarda meglio. Guardare dentro mi è sempre riuscito abbastanza bene, e mica per superiorità etica - che in questi giorni mi è servito guardare e riguardare quella foto dei due spazzolini da denti per superare le cose che mi hai detto tra un pianterello e l'altro, per ferirmi - ma perché, non vedendoci di fuori, mi veniva spontaneo rivolgere lo sguardo altrove.

E quella volta, non è stato perché l'ho visto piangere che non me ne sono andata. E non è stato neanche (solo) perché io, per le cose, ci combatto da dentro e non da fuori. E nemmeno (ma anche) perché ha messo me davanti ad ogni altra cosa, perfino se stesso. Ed è il motivo per cui, quando mi chiedono perché stiamo insieme, penso che i veri ciechi siano loro che non sanno guardare.
E' per essere venuto da me tenendo il suo cuore nella mano, esposto, perché ne facessi quello che volevo. Il suo cuore, io l'ho potuto guardare come tu non sapresti fare.

E allora falle, le tue guerre da poveri se ti va, riesci anche a ferirci qualche volta, però noi lo sappiamo, di avere altre finestre da spalancare perché fuori c'è sole o c'è vento e le case chiuse sono case morte, e altri vini da bere e altri concerti da saltare visto che io, la musica, la preferisco ascoltare da sola; e anche con il cinema ho qualche problema, perché se una persona mi piace proprio ho voglia di parlarci e ridere e mettere in pausa per mangiare qualcosa e toccarla e tenere la luce accesa per guardarle la faccia. E poi fare i peccatori e riderci su tanto, tantissimo, e quando usciamo guidare piano, ché la buona compagnia ce l'abbiamo già dentro la macchina e non c'è fretta di arrivare da nessun'altra parte.

;;