venerdì 28 ottobre 2011
martedì 25 ottobre 2011
O quello in cui è sparito in un vicolo per fare pipì e, dopo attenta analisi, ha ritenuto che il posto più adeguato fosse vicino ad una casa. Davanti alla porta. Di fronte a due carabinieri di pattuglia.
Oppure quando, dopo la laboriosa lettura del mio sms, avendo scoperto che ero tornata mi ha cercata per 2 ore avendomi a 2 cm di distanza da lui (il fatto che sia alto 2 metri può non averlo aiutato ad individuarmi) e tentando, nel frattempo, di finire nella fontana giusto un paio di volte.
O anche quando, avendo appena scoperto di conoscere la Salvietta, l'ha fissata per dieci secondi buoni di totale silenzio per poi uscirsene con un imbarazzato e così poco sgamabile "Non è che per caso conosci la S...?", voltandosi subito dopo verso di me che ridevo a crepapelle per specificare con lo sguardo più serio che riusciva ad avere che "Non preoccuparti ci siamo lasciati da un anno" e "A te va bene, vero?"
venerdì 30 aprile 2010
E’ venerdì e domani partiamo per Siviglia. Questa volta non sarò quella che rimane a terra, a guardarlo volare via ed aspettare, ma sarò lì di fianco a lui, guadagnandomi con gli occhioni il posto-finestrino in aereo, e poi in macchina per dieci giorni verso Jerez, verso Tarifa, verso Gibraltar, Cadiz, Cordoba, Granada, Madrid.
La nostra Andalusia on the road comincia domani ed è così strano ora stare seduta a un banco del Policlinico di Padova dove il Tomtom tiene una lezione per un seminario di MSF. Una cinquantina di studenti troppo educati mi dà del lei e fa strano sentirmi dare del lei da degli studenti universitari, dal momento che lo sono anch’io; è una specie di bizzarro equivoco che mi viene voglia di spiegargli a parole e gesti: invece rimango zitta. Oggi non è la mia giornata, è la sua e ne vado piuttosto baldanzosamente fiera.
Sto lì a mordicchiare il cappuccio della penna come un'uditrice qualunque fra gli altri, mentre racconta situazioni e regole, spiega come si gestisce la sicurezza e descrive episodi mai sentiti, mentre confonde l’italiano con tutte le altre lingue che parla per la maggior parte del tempo, mentre discute con lo studente-sindacalista che pensa che scegliere di ammazzare un terrorista anziché curarlo significherebbe la scomparsa dei cattivi e la conclusione delle guerre, e mi meraviglio dell’equilibrio con cui riesce a fargli notare in modo lieve l’idiozia della sua proposta. Mi meraviglio sì, come mi meraviglio ogni giorno della sua bocca quando si corruccia, del profumo buono dei suoi vestiti, di quel modo rilassato di mangiare insieme e le rughette che gli strizzano gli occhi perché ride. Mi meraviglio come chi assiste ad un piccolo miracolo, che invece di sbiadire cresce andando avanti.
Mi meraviglio, infine, per tutto il tempo, per come riesca a far combaciare me con il resto della sua esistenza; i “suoi” viaggi con i “nostri” viaggi, la sua vita in Sudan, Etiopia, Congo con la nostra in Andalusia che comincerà domani. Sembra anche questo una specie di scherzo bizzarro che verrà smascherato per forza, una commedia dell’arte, un paradosso non realizzabile, invece lui è lì a realizzare anche questo per me.
A parte il fatto che, insomma, il giorno dopo un vulcano si risveglia dopo duecento anni e vengono cancellati tutti i voli per quattro giorni, naturalmente.
mercoledì 13 gennaio 2010
La verità è che sono diventata egoista.
Sono sempre stata quel tipo di persona che - non te l'avrebbe mostrato neanche a morire - ma leggendo il giornale, guardando il tg, si sentiva un buco grosso allo stomaco. Sto parlando non di quelle avarie politiche che mi fanno incazzare ma delle persone.
Rimanevo lì con un singhiozzo nel cuore insieme ai disperati impotenti di Rosarno, a quegli omini piccoli piccoli che blateravano di "troppa tolleranza" dopo averli lasciati mangiare a terra, dormire a terra come i cani, peggio dei cani. Rimanevo lì a prendermela con i miei antidolorifici per il mal di schiena, io che non vivo 15 ore al giorno piegata come un mulo e pagata come un asino. Ritrovavo gli esseri umani alla voce di quel parroco che scacciava i farisei bianchi dalla sua chiesa, che calpestava il presepe di Natale perchè quegli uomini, prendendosela con i deboli e i disperati, dalla sua chiesa in rovine ci erano usciti da soli. Quegli uomini, noi uomini. Che non abbiamo visto. Sentito. Non ce ne siamo voluti accorgere finchè non hanno sfasciato la nostra preziosa macchinina.
Rimanevo lì con quel bimbo piccolo, ma piccolo, che in barba a tutte le paure di bambino, ai saggi pensieri convenzionali cui avremmo dato retta noi adulti, si alzava senza esitare, senza barcollare, per consolare quella bimba piccola, ancora più piccola mentre veniva maltrattata dalla maestra. Le faceva una carezza (quella che avrebbe chiesto anche lui, perchè le carezze ti fanno sentire meglio anche con il terremoto) mentre veniva rimbrottata, malmenata, gettata nel suo stesso vomito.
Quel bambino che non si lascia paralizzare dalla paura, dalla tentazione, è qualcosa di pulito e di onesto. E' coraggioso e innocente e di fronte a lui sono profondamente egoista, perchè sento parlare di 100.000 morti e vedo orrore e mutilazioni e orfani e vite squarciate, e la prima cosa che penso, che ripeto, che mi grido dentro è Grazie, grazie, grazie.
Grazie perché non c'era.
Grazie perché questa volta anche l'ipotesi Haiti era stata avanzata, e tutto sommato sembrava la meno pericolosa e invece alla fine con MSF hanno scelto di nuovo Congo e lui adesso non è lì, non è lì perchè è salvo; anche se non è con me, anche se nemmeno oggi ha scritto, se tornerà e poi ripartirà di nuovo perchè è quello che ha scelto ed io ci starò male e mi sentirò triste, e poi mi sentirò in colpa per essermi sentita triste... anche se non ne posso più, lui anche questa volta è salvo.




