lunedì 1 ottobre 2012
..però questo non mi sembra né il teatro né l'auditorium di Galzignano Terme.
Con buona pace del tomtom (quello vero).
Etichette: marm, navigatore, orientamento, perdersi
giovedì 16 settembre 2010
Certo, c'è un po' di pressione. Che Fra sia il mio Will ed io la sua Grace un po' la alleggerisce, con buona pace della sua bistrattata eterosessualità. Ma come definire Postman che ti comunica che deciderà cosa fare della sua vita in base alla tua? Che se tu molli, lui molla. E poi vi date alla pazza gioia.
Io non sono una guida. Io mi perdo e ti faccio scoprire gli angoli, è questo che faccio, ed è un'altra cosa. Io guardo il sole la pioggia e gli stivali da tirare fuori prima del primo freddo, e poi libri tanti libri, e odore di carta e maglioni e bottiglie da stappare e discutere col gatto tentando di convincerlo, e arrabbiarsi e poi sorridere. Sporcarsi le mani di gesso ed aprire il barattolo di nutella convinta di assaggiarne "solo un cucchiaino". Ho cose da raccontare e posti da vedere e sfide da perdere per aver tentato, e un dialogo a due con l'Epicocco dal tendine spezzato che arriva sempre al punto giusto e rimette, dopo due mesi, le cose al loro posto.
Io sto qui, e scrivo, e perdo tempo.
Salgo in treno e scorgo questo signore dal naso rubizzo ed un bellissimo quaderno che lui usa per scrivere e, soprattutto, disegnare. Mi piace la sua calligrafia; i disegni un po' meno, sono approssimativi, e porta anche le unghie lunghe come se suonasse la chitarra e allora mi chiedo quante altre cose sappia fare, e se tutte in questa maniera, sghimbesce.
Non so nulla di lui se non che è vecchio e somiglia a Babbo Natale. Potrebbe essere nato nel 1928, sposato nel '58, russo, tedesco, aggiustare cavi elettrici, perché non credo disegni di professione. Ma quando lo fa mi incuriosisce, disegna in modo diverso dal mio scrivere compulsivo e incontrollato: è come se obbedisse a una passione concreta e ordinata, al compito umano di portare avanti il mondo, perciò al diavolo la mia fermata, rimango fino al capolinea!
E mentre proseguiamo non sono più dietro le quinte, lui mi ritrae, è solo uno schizzo ma basta a lanciarmi sul mio palco capovolto. Mi muovo troppo, lo so che mi muovo troppo. Va benissimo, risponde lui in un inglese che non è da inglese, ma non lo so di dove sia, perché non parliamo del mondo, limitandoci all'essenziale del nostro improbabile incontro. Mi piace che non si faccia spaventare dal mio muovermi troppo. Non ho mai conosciuto nessuno che non si lamentasse.
Alla fine vorrebbe regalarmelo, quello schizzo, però che dire, piacere di averti incontrato, non importa, grazie mille, mi fa compagnia l'idea che lo tenga lui.
Io non sono una guida. Io mi perdo e ti faccio scoprire gli angoli, è questo che faccio, ed è un'altra cosa. Io guardo il sole la pioggia e gli stivali da tirare fuori prima del primo freddo, e poi libri tanti libri, e odore di carta e maglioni e bottiglie da stappare e discutere col gatto tentando di convincerlo, e arrabbiarsi e poi sorridere. Sporcarsi le mani di gesso ed aprire il barattolo di nutella convinta di assaggiarne "solo un cucchiaino". Ho cose da raccontare e posti da vedere e sfide da perdere per aver tentato, e un dialogo a due con l'Epicocco dal tendine spezzato che arriva sempre al punto giusto e rimette, dopo due mesi, le cose al loro posto.
Io sto qui, e scrivo, e perdo tempo.
Salgo in treno e scorgo questo signore dal naso rubizzo ed un bellissimo quaderno che lui usa per scrivere e, soprattutto, disegnare. Mi piace la sua calligrafia; i disegni un po' meno, sono approssimativi, e porta anche le unghie lunghe come se suonasse la chitarra e allora mi chiedo quante altre cose sappia fare, e se tutte in questa maniera, sghimbesce.
Non so nulla di lui se non che è vecchio e somiglia a Babbo Natale. Potrebbe essere nato nel 1928, sposato nel '58, russo, tedesco, aggiustare cavi elettrici, perché non credo disegni di professione. Ma quando lo fa mi incuriosisce, disegna in modo diverso dal mio scrivere compulsivo e incontrollato: è come se obbedisse a una passione concreta e ordinata, al compito umano di portare avanti il mondo, perciò al diavolo la mia fermata, rimango fino al capolinea!
E mentre proseguiamo non sono più dietro le quinte, lui mi ritrae, è solo uno schizzo ma basta a lanciarmi sul mio palco capovolto. Mi muovo troppo, lo so che mi muovo troppo. Va benissimo, risponde lui in un inglese che non è da inglese, ma non lo so di dove sia, perché non parliamo del mondo, limitandoci all'essenziale del nostro improbabile incontro. Mi piace che non si faccia spaventare dal mio muovermi troppo. Non ho mai conosciuto nessuno che non si lamentasse.
Alla fine vorrebbe regalarmelo, quello schizzo, però che dire, piacere di averti incontrato, non importa, grazie mille, mi fa compagnia l'idea che lo tenga lui.
venerdì 18 giugno 2010
A dire il vero era uno di quei giorni in cui mi sentivo così svogliata che avrei voluto, lì davanti ai miei piedi, uno di quegli scivoli che partono dall'ottavo piano piombando direttamente di fianco alla mia macchina, anzi, perché no, proprio dentro attraverso il finestrino abbassato, anziché dover fare scale e corridoi e poi ancora scale e infine un altro corridoio prima di uscire all'aperto schivando persone e attraversando la provinciale fino al parcheggio soffocato d'asfalto che evapora fumi densi come figure geometriche.
Però avevo uno di questi vestitini tagliati sotto il seno e più ampio sotto, con i leggings e le ballerine leggere (un po' per il nuovo taglio di capelli charleston, un po' perché l'altra sera io e la figura materna abbiamo sospirato frementi davanti a Sabrina e più che altro a Humphrey Bogart in grande spolvero).
La prima è stata una ragazza col pancione che mi sorrideva in maniera aperta e complice senza un perché; poi è arrivato l'uomo deciso ad aiutarmi.
Io, insomma, già credevo di essere partita con l'arteriosclerosi (non per niente avevo passato mezz'ora a meditare su quel delizioso asinello che pascolava insieme alle galline festanti, e su come rapirli per dare finalmente sfogo alla mia Armata dei Musicanti di Brema, desistendo dai miei loschi propositi solo dopo aver ricordato che ancora non saprei dove metterli e chissà, forse quando avrò il posto potrò anche salvare quelle deliziose caprette che convivevano senza problemi con il bianconiglio; un coniglio, a dire il vero, non rientrava nei miei piani per l'Armata, ma come dice la mia vicina sui suoi meravigliosi roseti quotidianamente saccheggiati dai passanti: un mazzo di fiori non si nega a nessuno) quando ho capito.
Insomma, mi credevano incinta. Mi sono venute in mente le volte in cui, dai diciassette anni in poi, fingevo quel meraviglioso pancione che mi portavo a spasso dopo averlo studiato nei minimi dettagli perchè sembrasse vero e ok, forse l'exex aveva pure ragione a dire che gli sembravo quella pazza di Dharma.
Però anche se in realtà ho un pancino piatto come il marmo e vedere altro dipendeva più dal desiderio altrui di sorridere e avere contatti umani e di fermarsi a caso in un punto disperso oltre la burocrazia quotidiana per saccheggiare momenti come quando, da piccola, quel fantastico orso di pelouche gigante ti chiamava dalla vetrina e tu ti fermavi ad aspettarlo sotto le luci incredibili di Natale, proprio per questo, perché rinunciarci?
Però avevo uno di questi vestitini tagliati sotto il seno e più ampio sotto, con i leggings e le ballerine leggere (un po' per il nuovo taglio di capelli charleston, un po' perché l'altra sera io e la figura materna abbiamo sospirato frementi davanti a Sabrina e più che altro a Humphrey Bogart in grande spolvero).
La prima è stata una ragazza col pancione che mi sorrideva in maniera aperta e complice senza un perché; poi è arrivato l'uomo deciso ad aiutarmi.
Io, insomma, già credevo di essere partita con l'arteriosclerosi (non per niente avevo passato mezz'ora a meditare su quel delizioso asinello che pascolava insieme alle galline festanti, e su come rapirli per dare finalmente sfogo alla mia Armata dei Musicanti di Brema, desistendo dai miei loschi propositi solo dopo aver ricordato che ancora non saprei dove metterli e chissà, forse quando avrò il posto potrò anche salvare quelle deliziose caprette che convivevano senza problemi con il bianconiglio; un coniglio, a dire il vero, non rientrava nei miei piani per l'Armata, ma come dice la mia vicina sui suoi meravigliosi roseti quotidianamente saccheggiati dai passanti: un mazzo di fiori non si nega a nessuno) quando ho capito.
Insomma, mi credevano incinta. Mi sono venute in mente le volte in cui, dai diciassette anni in poi, fingevo quel meraviglioso pancione che mi portavo a spasso dopo averlo studiato nei minimi dettagli perchè sembrasse vero e ok, forse l'exex aveva pure ragione a dire che gli sembravo quella pazza di Dharma.
Però anche se in realtà ho un pancino piatto come il marmo e vedere altro dipendeva più dal desiderio altrui di sorridere e avere contatti umani e di fermarsi a caso in un punto disperso oltre la burocrazia quotidiana per saccheggiare momenti come quando, da piccola, quel fantastico orso di pelouche gigante ti chiamava dalla vetrina e tu ti fermavi ad aspettarlo sotto le luci incredibili di Natale, proprio per questo, perché rinunciarci?
Etichette: perdersi, piccole cose
lunedì 10 maggio 2010
Pistoia, l'ultimo giorno, è carina ma la vediamo poco a causa del mercato che ricopre mezza piazza e di tutti i carabinieri e poliziotti della provincia che ricoprono l'altra metà per via di un ministro che sta per arrivare (...e io pago!). Siamo anche assonnati dai discorsi protratti fino a tarda notte, ma è ugualmente interessante scoprire come la piazza comprenda sia il potere spirituale che quello temporale: palazzi comunali, chiese e battisteri sono lì, a fronteggiarsi e contendersi lo spazio da un'immaginaria linea che la divide a metà. Nel Battistero poi scoviamo una simpatica mostra sulle campane del mondo, pure i nostri bei campanacci!
Stanchi sì, siamo stanchi, ma ancora con l'idea che qualcosa stia per succedere. Ancora con i tentativi maldestri di cercare, di trovare intimità con i luoghi che attraversiamo, con i profumi di fieno, di pane, i rumori sbiaditi dei vicoli più alti. Con la voglia di toccare le piante e le pareti, per partecipare alla loro esistenza segreta e quotidiana.
Firenze... cosa posso dire di Firenze che non sia stato detto? E' come Venezia, anzi peggio perché Venezia è mia come lo può essere di chi ci va abbastanza spesso da conoscerne alcuni angoli ignoti ai turisti ma è ancora in grado, ed ha ancora voglia, di perdercisi.
Mi piacerebbe conoscere Firenze nello stesso modo.
(ad ogni modo le straniere, a Firenze, sono molto sfacciate nel guardare gli uomini altrui, non me n'ero mai accorta prima)
Troppo presi da una discussione politica, saltiamo l'uscita per Bologna e ci tocca arrivare fino a Modena. Cantando canzoni che non sentivi da anni, cantarle con allegria perché non è ancora finita, perché è anche questa una festa, un modo per stare insieme. Anche sbagliare strada, che non lo dici ma sei felice perché guadagni minuti tutti da bere, da grattare via al tempo che scorre inesorabile, da mordere per tenerne un po' con te. Perché ti piace vederlo guidare. Perché ti piace, punto e basta.
"Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in ricordo, in memoria, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quello che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito."
José Saramago
;;
Subscribe to:
Post (Atom)






