mercoledì 20 febbraio 2013
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martedì 20 novembre 2012
Dostoevskij - I fratelli Karamazov
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martedì 16 ottobre 2012
When It Will Be Right, I Don't Know. What It Will Be Like, I Don't Know. We Live In Hope Of Deliverance From The Darkness That Surrounds Us.
0 commenti Pubblicato da sand alle 12:37martedì 15 novembre 2011
domenica 24 aprile 2011
lunedì 18 aprile 2011
lunedì 4 aprile 2011
Per andare sul sicuro, inoltre, sono rimasta così fedele al copione che da Mark Owen a Lambiel a un certo punto della storia li ho fatti fuori un po' tutti (no, Lambiel è l'allievo, perciò non muore), libera finalmente di vivere da sola quel grande amore incomparabile.
Ho bisogno di mescolare l'alto con il basso e di avere tanti aspetti, nella mia esistenza, per non sentirmi soffocare perché sono sempre alla ricerca, ho questo continuo bisogno di qualcosa di più alto, di più puro, cerco maestri, verità, bellezza, ascolto musica per tutto il tempo che posso, credo fermamente che Vivaldi guarisca dalla febbre e che se mi fa male il ginocchio quando sto per andare a pattinare sia necessario metterlo alla prova correndo per 260 scalini, so meditare per ore davanti alla risacca, attaccare bottone con un vecchio cisposo all'osteria. Mi piacciono le tute e mi piacciono i tacchi alti, piango ascoltando la Madama Butterfly e mi affeziono ai telefilm che rimettono le cose a posto alla fine della puntata. Ho sempre freddo, leggo per primi i libri migliori perché non credo di avere abbastanza tempo per gli altri (cfr, circa, Thoreau); la sera talvolta non riesco a prendere sonno e a volte crollo sotto una miriade di pensieri felici, metà falsi, metà veri.
Vorrei vivere libera come Courbet, sono convinta che il sole faccia un rumore croccante e che il pane e le bistecche mi sorridano. Avrei voluto far parte dei Cavalieri della Tavola Rotonda per quella lealtà totale e senza macchia, ma ad un certo punto mi sarei stancata di sicuro di non poter ridere di gusto. Diceva Elena che alla fine ci sarebbero stati sulle palle pure i tibetani.
martedì 15 marzo 2011
"Here she comes, you better watch your step"
The Velvet Underground
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lunedì 28 febbraio 2011
Al museo della scienza e della tecnica c'era un padiglione uguale al binario 9 3/4 per Hogwarts
0 commenti Pubblicato da sand alle 11:51I ricordi pesano molto più degli anni, scriveva Marguerite Yourcenar, e d'improvviso vedo perché a 28 anni, a volte, mi sento così inaspettatamente vecchia. Sono zeppa di ricordi come un diario di viaggio, l'ho già detto, e allora forse dovrei smettere di interpretare questa vecchiaia come una zavorra e prenderla per quello che è: una specie di ricchezza.
Certo, ci sono giorni in cui i ricordi pesano, ma in fondo è meglio così, piuttosto di non averli. Ho litigato con il mio parroco, una volta, per un articolo in cui citavo Beckett quando diceva "Non è meglio abortire che essere sterili?" e lui non aveva voglia di cogliere il concetto di metafora. Ricordo anche Di che a diciott'anni mi scriveva "è stato meglio perderci che non esserci mai incontrati" quando ancora avevamo bisogno dei cantanti per esprimere quello che provavamo, e insomma, la risposta l'ho avuta qui, sotto il naso per tutto questo tempo.
Dicono che dopo una certa età ognuno sia responsabile della propria faccia; mi piace sapere dove arriveranno le mie rughe, sulla fronte tra le sopracciglia per aver pensato troppo, vicino agli occhi e agli angoli della bocca per aver sempre riso molto. E' la faccia che mi merito, e le voglio bene.
Come gli armadi. Ognuno ci cova i propri scheletri personali ed io, se li apro, ritrovo intatta la mia adolescenza: frasi che mi colpivano, facce, canzoni, tutte nella parete interna delle porte perché i muri no, che si scrosta l'intonaco. Aprire quelle porte è come scaraventarsi dentro il mio cervello di allora, con le sue convinzioni ed i suoi alfabeti indecifrabili.
Molte cose sono cambiate. Altre no: preferirei ancora lavorare all'e.r. di Padova, solo per potermi perdere più spesso lungo i corridoi, e allora sono contenta se la settimana scorsa insieme al cardiologo chiacchieravo senza badare a dove mi stesse portando mentre lui apriva porte, porticciole, fra scale, curve nei corridoi e passaggi segreti. E' stato bello, al ritorno, non trovare la strada.
Ognuno disponga come crede della sua faccia. Io, un giorno, riuscirò a lavorare ad Hogwarts.
sabato 18 dicembre 2010
dieci giorni ed è natale, ed io che fingo di amare ancora le luci per sentirmi dire "ti trovo serena". mi piacerebbe, adesso, uno di quei temporali estivi per lavare via le messe ed i regali e inzuppare i panettoni di giorno e di notte, e correre senza fiato fingendo marcovaldo: niente più strade da sbagliare e da perdere per non aver saputo rallentare.
dieci giorni ed è natale, anche meno se ci penso. respiro di nuovo, e fra i rami si era incastrato un presepe quando sono passata da quelle parti senza guardare. lo so è un peccato, ma penso di non voler sapere quello che fai, quello che pensi, cosa ti manca; e sono contenta, lo giuro, se ti scappa un sorriso, ma fra dieci giorni è natale - qualcosa di meno - e chissà se riparti.
dieci giorni ed è natale, qui va un po' bene e va un po' male e le cose sono cambiate così tanto da un natale fa
- e certo che sei tu e che conti, ma conti un po' meno adesso
giovedì 25 novembre 2010
lunedì 15 novembre 2010
B: devo restituire un libro in biblioteca.
N: che libro era?
N: ah, ti è piaciuto insomma.
N: ma di cosa parlava?
B: mah, di un barone.. rampante..
Scena 2: N e il Gas
G: e con n.8 come va?
N: sto cercando di capire cosa si aspetta.
G: perché?
N: non voglio suscitare aspettative in nessuno.
G: povera ragazza scottata!
N: ci faranno su un film per l'originalità.
Scena 3: N e il tatto
V: ..e poi c'è anche l'altro film che ho visto, non so se lo conosci.
N: sì che lo conosco! ma senti, visto che hai questa passione per i film trash..
V: . . .
Scena 4: N e la fama
[Cena d'addio a un ped, gremita di infermiere. Vi riceve una bambola gonfiabile, e ingenuamente si volta (in mezzo al nugolo di infermiere) verso di me]
V: Novè, stasera ti tocca sederti dietro.
N: "fail. fail. fail. errore. countdown per l'autodistruzione iniziato: frase sbagliata. nugolo di infermiere. entro quanti giorni per tutti i Dipartimenti Materno-infantili dell'alta padovana io sarò diventata la fidanzata ufficiale di Vi?"
[Due giorni dopo, a un pranzo aziendale]
E: N, ma senti, le infermiere mi hanno detto che stai insieme a Vi!
N: . . .
mercoledì 6 ottobre 2010
Avrei dovuto prepararmi psicologicamente, stamattina, quando la giornata è iniziata con la pazza claustrofobica che in ascensore si è aggrappata a me investendomi con l'urlo "Per carità non si appoggi che non ripartiamo più e io voglio sopravvivere!!!" che mi dicono abbia infranto, a Calcutta, il muro del suono.
Infatti.
Mi ha chiamata il Tomtom oggi, e io lo sapevo che mi avrebbe chiamata oggi (ogni tanto i miei poteri mi spaventano), anche perché ai casini piace gozzovigliare in compagnia e giusto domenica sera Marm aveva pensato bene di sbriciolare completamente il mio guscio esterno zen faticosamente costruito nell'ultimo mese e mezzo.
Invece siamo alla redde rationem. Col Tomtom che è alfine tornato, con Marm che è alfine sbottato, e anche con il lavoro e l'università. Tutto adesso.
Perciò io che faccio?
Corro, arredo la casa di braghy, organizzo cene alcoliche e festeggio il compleanno di mio padre, a cui somiglio per molti aspetti del carattere (di solito i difetti), mentre mi è opposto per altre cose, ad esempio nell'essere persona di pochi e saldi interessi, costanti negli anni. Il che lo rende un soggetto terribile per i regali di compleanno, già a partire da quando, a cinque anni, a natale incartavo libri sgraffignati dalla libreria di casa in asciugamani con le iniziali e li mettevo sotto l'albero.
Non so se tutto ciò abbia qualcosa a che fare con lo zen, ma la mia famiglia è una grande fonte di ispirazione, soprattutto per gente che si chiama, che so, Pennac. E come dicevo tempo fa, nel dubbio meglio riderne.
giovedì 26 agosto 2010
L'origine è stata, quest'inverno, lo smarrimento della mia felpa preferita, che ha portato allo straziante annuncio appeso in bacheca il quale, non solo non ha prodotto conseguenze utili, ma ne ha prodotte una simpatica serie di dannose: vogliamo parlare di coloro che si sono impunemente appropriati del mio copyright? (vedi sopra)
O dei tentativi di abbordaggio dei vecchietti che mi hanno tormentata per i successivi tre mesi "scusanonperfarmiifattituoima-haimicatrovatolatuafelpa?" E perché no, delle persone non gradite che si sono impossessate del mio numero di cellulare. Infine, una menzione d'onore al giovin C che mi ha fatta dannare per settimane lasciando anonimi messaggi a pennarello sul mio addolorato annuncio finché non ho scoperto di chi si trattasse e, giustamente, reagito.
Dopodiché, finito di monopolizzare la bacheca, ho perso il mio celeberrimo bignami. Si trattava, in effetti, della bottiglietta dell'acqua guarnita da un simpatico post-it in cui la scheda di lavoro quotidiana (seee) veniva ridotta ad una illogica serie di simboli sumeri che soltanto io riuscivo a decifrare, per allenarmi più comodamente. Questo, devo dire, ha provocato nei miei illustri colleghi un'ondata di dolore non indifferente poicHè gli erano molto più affezionati che alla felpa.
Infine, oggi, ho perso anche la scheda in carne ed ossa (papiro e inchiostro), quella originale che usavo ormai al posto del mio tenero bignami. Ed ecco perché la Roccia ha pensato bene di gratificare tutti gli avventori con un sonoro annuncio al microfono, che si è propagato in tutte le sale della palestra (ma proprio in tutte: ho tentato inutilmente di fare la finta tonta spostandomi per scoprire se qualcuno si fosse perso la comunicazione) per far ritornare a casa quantomeno l'ultima superstite.
Le conseguenze dannose, giunte come sempre in anticipo, sono state una frotta di domande intelligenti come "hai perso la scheda?", e "ma la tua testa, esattamente, su quale nuvola si trova", e già che c'erano "Oh, e hai più trovato la felpa?"
Beh, però la conseguenza utile è stata il ritrovamento della scheda. Tutta stropicciata e incastrata in un incredibile millimetro di spazio tra la parete e i pesi dell'abduttore per esterno cosce.
Naturalmente, dove io l'avevo dimenticata.
mercoledì 18 agosto 2010
E' come quando sognavi di fare quell'esame che ti terrorizzava - lo sognavi tutto, dal principio alla fine con dovizia di particolari, e poi quando finalmente l'esame era andato e tu potevi rilassarti capitava un rumore a svegliarti e farti accorgere bruscamente che no, non era vero: erano le 5 del mattino e tu stavi solo sognando, perciò dovevi ancora cominciare tutto mentre l'angoscia di come sarebbe andata ti stringeva più forte alla gola per la delusione.
Ritrovarti nei miei sogni e dovermi svegliare è qualcosa di penoso e lancinante.
Ecco perché, alla fin fine, mi sta bene anche l'Eleganza del riccio. Dalla mia conoscenza giunta a pagina 91 lo trovo piatto e noioso, e non sono una che ha problemi con i libri noiosi, nel senso che ho una sviscerata passione per quella letteratura inglese priva di trama se non interna all'animo del protagonista. Ma questo non è certo Forster. Per ora, un libro inutile in cui vengono spacciate per epifanie cose assolutamente banali. La bambina, poi, la trovo insopportabile: la signora è già più stuzzicante, tutta quell'ironia la salva da spiegazioni stucchevoli di argomenti filosofici, e in fondo anche la scena dei cani mi è piaciuta. Ma il resto?
L'insensatezza della mia situazione mi toglie conforto, perciò questo libro mi sta bene. Non mi fa precipitare in altre realtà, mi lascia calma. Ferma a leggere nella macchina parcheggiata, mi prendo delle pause dalla realtà in cui nessuno sa dove sono, perché mi sembra che ultimamente ogni pensiero mi lasci un segno sulla faccia ed ecco perché dico: sono sicura che possiamo risolvere quei problemi, sono stramaledettamente sicura dei miei sentimenti, ma non sono più sicura di poter superare quello che mi stai facendo. Rimango lì e spengo anche la musica, perché mi piace la compagnia del frascheggiare del vento, le foglioline secche che rimbalzano sull'asfalto con un crepitio allegro, diverso da quello inesorabile dell'autunno.
Un uomo fuma una sigaretta davanti ad una porta; in un altro momento avrei trovato divertente l'idea di chiacchierare - ora nessun desiderio arriva, anzi piuttosto un certo fastidio, all'idea di conoscerlo.
Solo in una cosa sono d'accordo con la signora del libro: in certi momenti hai bisogno di arte. Hai bisogno di qualcosa di largo respiro, un'immagine, oppure guardare il mare. Questi pensieri mi si stringono addosso, ed io ho bisogno come l'aria di arte e di mare.
sabato 3 luglio 2010
Non l’avevo mai visto tenere una lezione. L’avevo incrociato, il primo giono di università, molti anni fa – e quella scena mi era bastata.
Io avrei vissuto la mia carriera universitaria, lui la sua, possibilmente senza incrociarci e senza che questo rattristasse l’esistenza di uno dei due. In fondo era seccante, ora, dover sostenere un esame con lui, una cosa da mastercard… ma sedersi all’appello in mezzo a decine di imberbi e vedere Tomicio che entra da quella stessa porta, be’, non ha prezzo, e vale pure la pena di sorbirsi il prof.
Però, ecco, c’è una cosa che mi piace di me ed è questa capacità di superare, in caso, un’antipatia nata a pelle: se un giorno sbuca l’occasione, non mi rifiuto di cambiare idea; oppure, senza arrivare a tanto, di godermi il momento allontanando, finché dura, i preconcetti per riuscire a ricavarne tutto il buono che posso.
C’è anche un’altra cosa che mi capita spesso: a quei prof odiati e temuti e universalmente riconosciuti come Gran Ciambellani della Bastardaggine, io piaccio. Al momento dell’esame si finisce sempre per trovare un dialogo fluido e interessante e per nulla viziato dalle differenze di status, qualcosa che lascia entrambi evidentemente soddisfatti. Da ringraziare per aver potuto sostenere quell’esame, robe da matti.
Così è andata ieri. Proprio nel momento giusto sono arrivati questi 45 minuti di esame orale che più che un esame sono stati uno scambio (in cui sono riuscita a trascinarlo, sebbene si trattasse di traduzione, evoluzione e registri della lingua anglo-americana, in un’appassionante discussione sui Malavoglia, su scarsi narratori contemporanei che utilizzano l’inizio in medias res per coprire le loro carenze, e sulla Califfa di Bevilacqua).
È stato bello, anche, quando verso la fine dell’esame mi ha chiesto: Lei lavora? – e non per bistrattare ciò che evidentemente distraeva e rallentava il mio percorso, ma perché “aveva notato in me una maturità sicuramente sconosciuta alle colleghe presenti, ed una capacità, man mano che l’esame avanzava, di sovrapporgli un processo di autoanalisi ed autovalutazione molto più importante dell’esame stesso.”
“Perché avevo una buona preparazione di fondo, una cultura generale che mi permetteva di spaziare e collegare argomenti con indiscusse capacità logiche.”
“Perché non era stato un esame univoco ma uno scambio in cui lui portava qualcosa ed io portavo qualcos’altro, e tutto ciò valeva molto più di qualunque voto su un libretto”, e quando gli ho spiegato che sì, in effetti mi dispiaceva che lavorare allungasse così tanto i miei tempi, ma quello che era certo è che mi aveva dato una consapevolezza completamente nuova nell'affrontare anche gli studi, lui mi ha consigliato di leggere Allan Sillitoe.
E lo sto scrivendo qui non per bullarmi ma perché non vorrei, col tempo, rischiare di dimenticarmi di tutto questo.
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