amo le rughe, la rabbia, le ninnenanne, la carta, appiccicare cose alle pareti, avere le dita sporche d'inchiostro, il pane, l'acqua, camminare scalza, i lucernari, le vecchie corde della mia chitarra, le biblioteche, leggere tra le righe, i treni,le altalene, perdermi, i bastoni della pioggia, le bacchette magiche, i pistacchi, i pacchetti, i regali, il mojito, fare l'amore, la polvere innamorata negli occhi.

mercoledì 20 febbraio 2013


L'ultima volta che sei venuta a casa mia hai promesso una torta di mele alla figura paterna, e quando maggio arriva lui ancora se ne ricorda. 
La volta dopo a casa tua non c'eri già più. C'era una lettera con il mio nome, e chissà da quanto mi aspettava, quando pensavi di darmela; ero così sbigottita che prima di prenderla ho chiesto il permesso. 

E' che le cose finiscono.

Aspettare qualcuno che è in ritardo entrando in una cabina telefonica, con i gettoni che non erano mai abbastanza; ci saranno già bambini che guardando Doctor Who chiedono "cos'è quella"?
Lavarsi i capelli nel lavandino, da quando li fanno tutti in formato ikea. Mettere le ciliegie come orecchini. Quei pomeriggi d'estate che parevano senza limiti, con una bici e nessun corso d'inglese, nessuna playstation ad interrompere la sensazione di essere diventati grandi, nel silenzio canicolare delle due del pomeriggio, da quando non bisognava più dormire dopo pranzo. Sfogliare il catalogo di Postalmarket desiderando segretamente quei vestiti per adulti.
Il profumo degli adesivi, perché non è lo stesso senza il profumo, e un kindle non diventa un vecchio volume se ci aggiungi una candela all'aroma di carta come al pollo confezionato su cui sparpagliano le spezie.

In questi sei anni, quasi sette, sono invecchiata di nostalgia, ma la verità è che a 30anni ancora la figura materna mi porta la prima violetta che sboccia in giardino come quando ne avevo 3, e la tua lettera confessava che non importava quante persone avremmo incontrato, non importava neanche che per un po' ci fossimo allontanate: l'amicizia che avevi trovato in me non si poteva paragonare a nessun'altra. La verità, Marta, è che non tutto finisce. Ci si innamora, ci si convince che sarà per sempre. Si trova qualcuno, e il sempre rimane davvero. Non ho più cercato qualcuno a cui voler bene come a te. Trovo ancora, ogni giorno, ogni santissimo giorno in tutti questi anni, qualcosa da dirti, da chiederti, da raccontarti un attimo prima di rendermi conto che non posso. Ma come allora, sei la mia sorella con cui ridere e di cui ridere un po'. Perdonami, dai, e buon compleanno.

martedì 20 novembre 2012

Impressioni di Novembre

"Quando Miùsov e Ivàn Fedorovic stavano per entrare dall'igùmeno, nell'animo di Petr Aleksàndrovic - un uomo veramente fine e cortese - avvenne un cambiamento repentino e assai delicato: si vergognò della propria collera. Sentì che in fondo non avrebbe dovuto dare tanta importanza a quel poveraccio di Fedor Pàvlovic, che non avrebbe dovuto perdere il sangue freddo e uscire anche lui fuori dai gangheri."
Dostoevskij - I fratelli Karamazov


Novembre è un mese adatto per ammalarsi, per dire di voler fare questo e quello e poi impigrirsi sul lettone, parlandoci, respirandoci, tentando di guardare un film e facendo l'amore sul più bello, e perdere a Ramino a gambe incrociate sopra il materasso. E poi uscire con gli amici per un aperitivo coi cicchetti, tutti molto saporiti e caldi nella pancia, mentre prendi in giro la S. che è rimasta alla festa fino alle 8 del mattino, quando il carro attrezzi stava per portarle via la macchina per fare posto al mercato.

Sono cresciuta in un mondo manicheo, dove i buoni erano leali ad ogni costo ed i cattivi portavano mantelli neri per farsi riconoscere. Quando ero piccola, un giorno, salii in piedi su una sedia e spalancai le ante sopra il lavello; con le mani afferrai una tazzina da caffè e cominciai a spremerci dentro le lacrimucce. La figura materna mi trovò così: con la guancia appoggiata alla tazzina mentre a tutti i costi cercavo di riempirla, per dimostrarle la mia sofferenza.
E poi? Poi sono cresciuta, anche se a volte metto ancora alla prova le persone per vedere se continueranno ad amarmi nonostante tutto. Ho trovato delle priorità (non tutte, non abbastanza). Ma cerco di capire quand'è il caso di mettere via la tazzina - quasi sempre, perché non è proprio il caso di aggiungere teatro alla fatica di svegliarsi al mattino sorridendo o, se possibile, almeno senza digrignare. 
Ad un certo punto, vattelapesca, mi sono innamorata delle debolezze. Mica ci riesco sempre, a non cedere a quel po' di autocommiserazione che ti coccola e ad aver voglia di abbracciare qualcuno quando fa il tragico o il meschino, e non è che adesso andremo in vacanza tutti insieme stretti stretti nell'abitacolo per un mondo migliore on the road. Però siamo vivi, tutti, e guardiamo le cose a volte dal basso, a volte dall'alto, a volte sedendocisi di fianco con un ghigno; ci sopportiamo gli uni con gli altri, coinvolgendoci o spingendoci via, spesso dimenticando che abbiamo i giorni contati, tutti, e che il modo migliore per sopravvivergli è guardarli per quello che sono, ché c'è posto per tutti e non dovremmo far passare il tempo lamentandoci perché il motivo per cui fai così, C., ne sono sicura, è che sei ancora una bambina.
Non per l'età, che 24 mica sono pochi per rendersi conto delle cose - forse lo sarai anche a 80 anni. Le donne, però, sai, magari sono stronze e magari anche aggressive, però non sono gratuite. Sarà una questione di utero, non lo so, ma hanno quel qualcosa di salvifico che ancora ti manca. E se mandi certi sms il sabato sera vuol dire che non hai ancora avuto occasione di imparare l'abc della sopravvivenza. Le cose che fai di notte non sono mai decisioni, C.: sono figure di merda del mattino dopo. E il dolore vero gratta, perché è talmente grande che ti denuda e provi pudore all'idea di mostrarlo agli altri. Oppure gridi ma il dolore vero, C., non va sulla bacheca di facebook insieme all'ultimo taglio di capelli. Non è uno scioglilingua di frasi tragiche e vittimismo verso qualcuno, solo per non permettergli di essere felice.

Fermati, C., strizza gli occhi. Guarda meglio. Guardare dentro mi è sempre riuscito abbastanza bene, e mica per superiorità etica - che in questi giorni mi è servito guardare e riguardare quella foto dei due spazzolini da denti per superare le cose che mi hai detto tra un pianterello e l'altro, per ferirmi - ma perché, non vedendoci di fuori, mi veniva spontaneo rivolgere lo sguardo altrove.

E quella volta, non è stato perché l'ho visto piangere che non me ne sono andata. E non è stato neanche (solo) perché io, per le cose, ci combatto da dentro e non da fuori. E nemmeno (ma anche) perché ha messo me davanti ad ogni altra cosa, perfino se stesso. Ed è il motivo per cui, quando mi chiedono perché stiamo insieme, penso che i veri ciechi siano loro che non sanno guardare.
E' per essere venuto da me tenendo il suo cuore nella mano, esposto, perché ne facessi quello che volevo. Il suo cuore, io l'ho potuto guardare come tu non sapresti fare.

E allora falle, le tue guerre da poveri se ti va, riesci anche a ferirci qualche volta, però noi lo sappiamo, di avere altre finestre da spalancare perché fuori c'è sole o c'è vento e le case chiuse sono case morte, e altri vini da bere e altri concerti da saltare visto che io, la musica, la preferisco ascoltare da sola; e anche con il cinema ho qualche problema, perché se una persona mi piace proprio ho voglia di parlarci e ridere e mettere in pausa per mangiare qualcosa e toccarla e tenere la luce accesa per guardarle la faccia. E poi fare i peccatori e riderci su tanto, tantissimo, e quando usciamo guidare piano, ché la buona compagnia ce l'abbiamo già dentro la macchina e non c'è fretta di arrivare da nessun'altra parte.

martedì 16 ottobre 2012

Basta stringerlo un po' più forte, per gioco, quel calice di rosso che tenevi in mano, perché si spacchi in mille pezzi e due persone si feriscano. E' capitato domenica sera, riuniti da qualche parte a scaldarci con le voci e a guardare Baumgartner alla tv di un locale, tifando come si fa solo per i pazzi o i perdenti. Ho pensato, allora, a com'è facile rompere qualcosa stringendo troppo forte; bisogna essere sobri, con le cose cui si tiene davvero.

Mi ci sono ribellata per anni, io che sono impulsiva ed entusiasta e dovevo lottare contro i modi inglesi del Tomtom, e adesso che il Carota è così affettuoso mi accorgo di essere un po' inglese anch'io. Adesso che il Tomtom torna, chiama e scrive solo per essersi accorto delle mie valigie pronte. Ma io non posso tornare indietro solo perché mi è familiare come la strada di casa, o perché, dentro di me, faccio delle incursioni nel passato un'abitudine salvifica - me l'ha insegnato lui, con la sua cautela e la sua costanza, che certi bicchieri non si possono riparare.
Per quante altre volte potrai arrabbiarti, sanguinare, stringere il bicchiere prima che il vetro si infranga? Quante crepe puoi ancora rischiare? Altre mille? Forse una.

Ne ho dovuti infrangere tanti, di bicchieri, per impararlo, e adesso fa così parte di me che non riesco ad immaginarmi senza. Mi dispiace. Dovevi pensarci. E' diverso da me, il Carota, così diverso che qualche volta mi viene il dubbio che lo sia troppo, in quell'eterna bagarre tra il mio cuore e la mia testa che vanno sempre in direzioni diverse e che in 29 anni non ho mai capito come mediare, dando retta ora all'uno, ora all'altra. Però la verità è che ho sempre cercato, nelle persone, qualcosa che non avevo - quello che mi manca. E' bello somigliarsi, non dover spiegare perché si ride, intuirsi così, che se ti regalo Franny e Zooey è perché lo so, che dentro la vasca fai come Zooey, anche se non ti ci ho mai visto. E' bello e facile e dio lo sa se ho bisogno di qualcosa di facile a volte, però non è quello che mi serve. Non ho bisogno di simbiosi per stare bene con qualcuno, o con me stessa, come non ho bisogno di caviale o foie gras per cenare. I miei spazi sono un ottimo modo per stare bene con gli altri, senza l'ansia di condividere ogni pensiero; la simbiosi va bene con le migliori amiche dell'adolescenza, quando coordini perfino i sogni, e ho smesso di crederci prima ancora che un incidente mi portasse via la mia, sei anni fa. Fare le stesse cose è facile: è costruire fiducia e rispetto che richiede crepe e sangue, e aiutarsi un po' ogni giorno e non litigare mai in piedi.

Quello che mi serve è l'armonia di due note, di due gusti diversi che si mescolano creandone uno che non conoscevi prima. E non lo so se è con lui che riuscirò a crearlo, ma adesso mi servono le sue mani, così incredule mentre mi bacia sfiorandomi come se fossi una pietra preziosa, così forti quando facciamo l'amore e mi prende per l'anima e per i capelli. Mi serve mangiare una pizza a gambe incrociate sul letto facendomi raccontare come, ad un certo punto, si sia tirato su le maniche ed abbia salvato la sua famiglia con quella sua intelligenza gentile, più gentile della mia.
E che importa se non ama leggere, ci sono già io a leggere, non mi serve finché mi chiede se guardiamo quel film, finché sghignazza per come mi addormento e cerca insieme a me i bigolari perduti in collina, finché sopporta le mie improbabili mostre e trova il lato comico e quello paziente delle cose. Finché mi scalda, sotto le coperte, non solo la pelle ma soprattutto quella cronica mancanza di fiducia che ormai mi portavo addosso.

La crepa fatale non è diversa dalle altre: è piccola, subdola; perciò bisogna stare molto attenti alle strade familiari, agli scorci di ogni giorno; mantenere quella curiosità che si ha per le botteghe umide di barbieri scalcinati in qualche borgo, e non so perché, ma è un'immagine che mi consola.

martedì 15 novembre 2011

Novello Novella Novellae

Non avendo un gatto di quelli che ti vengono in braccio a farti le fusa quando ne hai bisogno, ma soprattutto non avendo un gatto ma una specie di marmotta, nel momento in cui mi aggroviglio le possibili soluzioni per uscirne sono molto più scarne e scontate: correre, soluzione grazie alla quale mi ritrovo con una caviglia andata dopo averla fatta correre per una o due ore al giorno nelle ultime settimane appena mi è sembrata vagamente guarita.
Oppure, la soluzione da vita spericolata, uscire con amici divertenti e prendere libri e caramelle. Mi sono perciò recata in un giorno di sole da Feltrinelli con la seguente lista (giacché, si sa, compilare liste è un'altra delle mie automedicazioni):

1. Adam Sillitoe - The loneliness of the long-distance runner
2. Cormac McCarthy - The road
3. John Steinbeck - Grapes of Wrath
4. Harper Lee - To kill a mockingbird
5. John Fante - La strada per Los Angeles
6. John Fante - Aspetta primavera, Bandini
7. Ian McEwan - Cortesie per gli ospiti
8. Richard (Richard?) Yates - Revolutionary Road
9. Adam Sillitoe - Sabato sera, domenica mattina
10. John Barth - L'opera galleggiante
11. Ernest Hemingway - Di là dal fiume e tra gli alberi
12. Truman Capote - A sangue freddo
13. Josè Saramago - Le intermittenze della morte
14. Josè Saramago - Caino
15. Ray Bradbury - Farhenheit 452
16. David Foster Wallace - Brevi interviste con uomini schifosi

Non sono riuscita a restare negli undici, in compenso ne ho comprati molti meno (n. 2, 3, 4 - il n.1 non lo trovo in nessuna lingua, in nessuna libreria, in nessun luogo o lago, nonostante sia stato recentemente riedito da minimum fax; il n.7 aveva un'orribile edizione con dvd; i numeri 5 e 6 erano in formato antologia con tutti i romanzi di Bandini; il n. 16 me lo regalerà Ric, perciò non posso fargli questo sgarbo; eccetera - senza contare la biografia di Cash che non ho preso).
La verità è che mi avrebbe aiutata comprarli tutti, perché con lo stomaco a pezzi di questa settimana (non digerisce n.u.l.l.a e ho una festa in sauna mercoledì! dopo aver già saltato un pranzo luculliano domenica!) le caramelle non le ho viste neanche di lontano e, cosa che ha fatto preoccupare maggiormente la Salvietta, non sono nemmeno riuscita a finire il mio calice di prosecco. 
Poi comunque io ho un rapporto dialettico con le ultime parole famose, ed è per questo che "ragazzi io stasera non bevo" diventa la festa del novello e un risotto di zucca e castagne, vestita anni novanta con papillon e chiacchierando con un ex grande amore delle superiori, che credo non abbia mai saputo di esserlo stato (o più probabilmente gliel'avrò spiattellato dopo il settimo bicchiere di novello) ma andava bene così, perché di lontano somigliava a Bob Dylan ed era bello dividerselo tra amiche, segnando sul diario le date di quando lo incrociavamo per caso.

domenica 24 aprile 2011


N: zanzara attack!
Fra: lei che attacca te o tu che attacchi lei?
N: lei ç.ç
era un genitivo sassone sottinteso
Fra: sono abbastanza immune alle zanzare io, fortunatamente
N: non bevi abbastanza birra
Fra: eh?
N: le zanzare preferiscono il sangue di chi beve birra
ecco perché mi attaccano molto -_-'
Fra: appunto o_O
avrai un sangue gustoso
N: prelibato
Fra: mentre io avrò il sangue cattivo. posso stare anche con la finestra aperta e la luce accesa in agosto e non succede nulla..
N: quindi non hai quel dramma notturno che è svegliarti con il suono di una zanzara che ti promette nell'orecchio di succhiarti tutto il sangue possibile
e tu devi decidere se arrenderti o ribellarti, preferendo così la morte per soffocamento alla morte per dissanguamento, perché ti ficcherai sotto il lenzuolo anche con tutta la testa
cosa, di per sé, già scomoda anche in inverno
Fra: ecco, sì...
N: king
Fra: kong?
N: hitchcock
kubrick
hanno avuto tutti un'infanzia con le zanzare nell'orecchio
poi, non parliamo di poe
probabilmente viveva in una palude
Fra: facile sì :D
non sapevo sta connessione zanzara-artistica!
N: "Secondo la nota classificazione climatica di Köppen, il clima di Boston appartiene alla fascia Cfa: quindi al clima temperato delle medie latitudini, con precipitazioni abbondanti in tutte le stagioni, cioè senza mesi poco o per nulla piovosi, ed estate molto calda".
ecco, povero edgar allan
Fra: chissà quante ne schiacciava nella fronte ampia
N: "Anche quest'anno, con il caldo, la zanzara del Nilo è tornata a terrorizzare le notti di New York e di Boston".
ECCO
Fra: ..tu vivi a cittadella
che è un bel posto eh
N: e da grande scriverò racconti horror
Fra: già, da grande..
c'è un po' di poe in te
N: The mosquito dreadful tales
Fra: io lo comprerei
N: con un titolo così, mi chiederei perfino di autografarmelo
Fra: ma fammi capire
il protagonista è un essere umano o la zanzara?
N: un essere umano che diventa zanzara
e nessuno se ne accorge
lui è una zanzara ormai, è evidente
ma siccome mantiene forma umana, NESSUNO SE NE ACCORGE.

lunedì 18 aprile 2011

Ci sono persone a cui non importa quanto vivono ma come vivono. Rispetto molto questo tipo di scelta, anche se sono convinta che in quel caso avere qualcuno a fianco diventi una forma di egoismo.
L'ho vissuta sulla mia pelle, è una sensazione che conosco ed è per questo che ho evitato il più possibile le notizie in questo fine settimana, perché se quando parlo del Tomtom sono tranquilla, questo tipo di informazioni ancora non va bene. Nascere tardi, da genitori più vecchi, ti fa incontrare prima degli altri la consapevolezza della morte, ti ci fa vivere lì di fronte quando non dovresti vederla ma non ti prepara in nessun modo ad affrontarla.
Così, va beh, fra i miei mille blog mi sono concentrata su questo, che è in sostanza una botta di mondo magico. Ricordo che Fra, quando l'ho iniziato, ha fatto due commenti: "Naturalmente, essendo un tuo blog, partiamo con un gatto" e "Certo che Lambiel lo infili ovunque", allora l'ho riguardato ed in effetti è vero che le tag più frequenti sono gatti, luci, libri, giardini e Lambiel. Pretty much un mio riassunto.

lunedì 4 aprile 2011


Uno (io, per esempio, di tanto in tanto) si può giustamente chiedere da dove venga questa mia allegra tendenza a mandare le cose a rotoli appena sembrano funzionare o quantomento ad incasinarle per bene: la risposta, ora l'ho capito, è Jin Munataka.
Il fatto è che in sostanza il mio irreparabile modello ideale di storia d'amore è Jenny la tennista (Ace wo nerae!), e già questo può dare una chiara immagine dei grossi virus cerebrali che infestano le mie sinapsi. Nello specifico, tutti i miei epici film mentali dall'adolescenza in poi si basano su questo dualismo irrisolvibile tra il maestro e l'allievo con condimento pregnantemente eroico; ho iniziato a tredici anni con il maestro di chitarra vs il ragazzo che suonava con me e anche negli anni successivi, nonostante una dichiarata preferenza per la categoria Jin, non ho mai più saputo decidere in maniera definitiva fra lui e Todo, indulgendo ora verso l'uno, ora verso l'altro.
Per andare sul sicuro, inoltre, sono rimasta così fedele al copione che da Mark Owen a Lambiel a un certo punto della storia li ho fatti fuori un po' tutti (no, Lambiel è l'allievo, perciò non muore), libera finalmente di vivere da sola quel grande amore incomparabile.

Giuro che Freud si divertirebbe un sacco.


Punto 1, mi piace lasciarmi periodicamente trascinare dalle persone perché non è, in effetti, mancanza di personalità, ma una specie di sicurezza (di superbia?) che in fondo non mi farò coinvolgere: sono periodi che si trovavano già dentro di me, scalciando per il turno. Ho questa schizofrenia di carattere e di interessi difficile da coltivare con una persona sola, perché di solito le persone si focalizzano: invece a me piace cercare le bettole con il buon vino e andare a teatro, chiacchierare per ore e fotografare una strada, andare ad una mostra e sedermi per terra, senza contare tutto il tempo che ho fisicamente bisogno di trascorrere da sola con le mie risorse mentali.
Ho bisogno di mescolare l'alto con il basso e di avere tanti aspetti, nella mia esistenza, per non sentirmi soffocare perché sono sempre alla ricerca, ho questo continuo bisogno di qualcosa di più alto, di più puro, cerco maestri, verità, bellezza, ascolto musica per tutto il tempo che posso, credo fermamente che Vivaldi guarisca dalla febbre e che se mi fa male il ginocchio quando sto per andare a pattinare sia necessario metterlo alla prova correndo per 260 scalini, so meditare per ore davanti alla risacca, attaccare bottone con un vecchio cisposo all'osteria. Mi piacciono le tute e mi piacciono i tacchi alti, piango ascoltando la Madama Butterfly e mi affeziono ai telefilm che rimettono le cose a posto alla fine della puntata. Ho sempre freddo, leggo per primi i libri migliori perché non credo di avere abbastanza tempo per gli altri (cfr, circa, Thoreau); la sera talvolta non riesco a prendere sonno e a volte crollo sotto una miriade di pensieri felici, metà falsi, metà veri.

Vorrei vivere libera come Courbet, sono convinta che il sole faccia un rumore croccante e che il pane e le bistecche mi sorridano. Avrei voluto far parte dei Cavalieri della Tavola Rotonda per quella lealtà totale e senza macchia, ma ad un certo punto mi sarei stancata di sicuro di non poter ridere di gusto. Diceva Elena che alla fine ci sarebbero stati sulle palle pure i tibetani.

martedì 15 marzo 2011


"Here she comes, you better watch your step"
The Velvet Underground


Si va, sotto il cielo gonfio come una pizza di Napoli e dentro nuove canzoni che ti avvolgono in storie che ignoravi. Revelator di Gillian Welch, Oh my sweet Carolina di Ryan Star, Bloodbuzz Ohio dei Nationals. Da piccola ho imparato a leggere perché non ne avevo mai abbastanza di storie.
In fondo è bella questa pioggia: ti lascia il tempo per la noia, che è l'angolo delle storie, tazze calde, gatti; e prima o poi anche in quella nuvola troverai una crepa di sole. Le crepe mi hanno sempre fatto pensare alle giornate di sole, quelle verso pasqua quando fioriva il pirus, la terra si scaldava e si seccava ed eccole lì - le crepe. Ne trovavo anche altre, tra i vasi o nei vecchi muretti, ma forse non erano nuove, c'erano sempre state ed ero io che con il sole mi risvegliavo.
Di solito qualcuno arrivava ad aggiustarle: gli adulti dicono che i bambini hanno paura delle cose invisibili solo perché non riescono a vederle. Loro la mattina non ricordano i sogni, smettono di mettere le bucce del mandarino sul termosifone in inverno e pensano che quello che vedono non esista, litigando con religioni diverse, abitudini diverse, voci diverse con l'aria affaccendata di chi compie azioni sagge tutto il tempo.
Ma poi, dove va a finire il sole che si era infilato nelle crepe quando qualcuno le aggiusta?

lunedì 28 febbraio 2011

Una locomotiva a vapore scarlatta era ferma lungo un binario gremito di gente. Un cartello alla testa del treno diceva "Espresso per Hogwarts, ore 11". Harry si guardò indietro e, là dove prima c'era il tornello, vide un arco in ferro battuto, con su scritto "Binario Nove e Tre Quarti". Ce l'aveva fatta.
J.K.Rowling - Harry Potter e la Pietra Filosofale

I ricordi pesano molto più degli anni,
scriveva Marguerite Yourcenar, e d'improvviso vedo perché a 28 anni, a volte, mi sento così inaspettatamente vecchia. Sono zeppa di ricordi come un diario di viaggio, l'ho già detto, e allora forse dovrei smettere di interpretare questa vecchiaia come una zavorra e prenderla per quello che è: una specie di ricchezza.

Certo, ci sono giorni in cui i ricordi pesano, ma in fondo è meglio così, piuttosto di non averli. Ho litigato con il mio parroco, una volta, per un articolo in cui citavo Beckett quando diceva "Non è meglio abortire che essere sterili?" e lui non aveva voglia di cogliere il concetto di metafora. Ricordo anche Di che a diciott'anni mi scriveva "è stato meglio perderci che non esserci mai incontrati" quando ancora avevamo bisogno dei cantanti per esprimere quello che provavamo, e insomma, la risposta l'ho avuta qui, sotto il naso per tutto questo tempo.
Dicono che dopo una certa età ognuno sia responsabile della propria faccia; mi piace sapere dove arriveranno le mie rughe, sulla fronte tra le sopracciglia per aver pensato troppo, vicino agli occhi e agli angoli della bocca per aver sempre riso molto. E' la faccia che mi merito, e le voglio bene.
Come gli armadi. Ognuno ci cova i propri scheletri personali ed io, se li apro, ritrovo intatta la mia adolescenza: frasi che mi colpivano, facce, canzoni, tutte nella parete interna delle porte perché i muri no, che si scrosta l'intonaco. Aprire quelle porte è come scaraventarsi dentro il mio cervello di allora, con le sue convinzioni ed i suoi alfabeti indecifrabili.
Molte cose sono cambiate. Altre no: preferirei ancora lavorare all'e.r. di Padova, solo per potermi perdere più spesso lungo i corridoi, e allora sono contenta se la settimana scorsa insieme al cardiologo chiacchieravo senza badare a dove mi stesse portando mentre lui apriva porte, porticciole, fra scale, curve nei corridoi e passaggi segreti. E' stato bello, al ritorno, non trovare la strada.
Ognuno disponga come crede della sua faccia. Io, un giorno, riuscirò a lavorare ad Hogwarts.

sabato 18 dicembre 2010

dieci giorni ed è natale, c'è anche il mio compleanno in mezzo, un compleanno di cartone e di battaglie perse. camminavo fra la neve oggi e fingevo che non ci fosse, per non ricordare quella che fotografavo un anno fa.
dieci giorni ed è natale, ed io che fingo di amare ancora le luci per sentirmi dire "ti trovo serena". mi piacerebbe, adesso, uno di quei temporali estivi per lavare via le messe ed i regali e inzuppare i panettoni di giorno e di notte, e correre senza fiato fingendo marcovaldo: niente più strade da sbagliare e da perdere per non aver saputo rallentare.
dieci giorni ed è natale, anche meno se ci penso. respiro di nuovo, e fra i rami si era incastrato un presepe quando sono passata da quelle parti senza guardare. lo so è un peccato, ma penso di non voler sapere quello che fai, quello che pensi, cosa ti manca; e sono contenta, lo giuro, se ti scappa un sorriso, ma fra dieci giorni è natale - qualcosa di meno - e chissà se riparti.
dieci giorni ed è natale, qui va un po' bene e va un po' male e le cose sono cambiate così tanto da un natale fa
- e certo che sei tu e che conti, ma conti un po' meno adesso

giovedì 25 novembre 2010

Lynch mi fa una pippa

12:44 io: non mi addormenterò mai più leggendo quel libro °_°
12:45 Marm: cosa sognasti?
di essere un lupo nel parco degli dei?
12:46 io: non ne ho idea, nel senso che il sogno è iniziato normalmente e poi è diventato un delirio
fra l'altro con una serie di persone che
non capirò mai come faccio a sognare cani e porci in questo modo
a proposito, c'eri XD
insieme a una mia amica con suo moroso, alla moglie di uno che viene in palestra con me, a saviano °_°
12:47 ma tu c'eri nella parte normale
Marm: ...io + parte normale?
mh
...e cosa facevo di normale? XD
io: mah, andavamo in piscina
era tipo ferragosto, non so ._.
12:48 poi comunque diluviava per cui non credo ci siamo andati ._.
inoltre io ero impegnata a gestire un delirio ._.
Marm: (grazie del canieporci, btw °_°)
io: XD
e poi era una cosa
12:49 mah, ti posso dire che non erano vampiri, ma ci somigliavano XD
Marm: >_>
io: nel senso che dovevano catturare delle persone per farli diventare come loro °_° ma non so esattamente come fossero, loro °_°
Marm: ..questo non credo sia colpa di Martin...
io: e li catturavano con delle frecce o dei dardi °_°
però a volte sbagliavano mira °_°
12:50 quindi in realtà c'era quasi tutta la gente che conosco in casa mia, che veniva trasformata in questi boh
tra cui saviano che mi portava un mazzo di lettere dell'alfabeto °_°
Marm: brrr!
questo è stato l'apice dell'incubo immagino
12:51 io: e siccome avevo intuito che quando sbagliavano mira significava che facevano fuori la persona, ho chiesto ad uno quanti fossero gli "errori", e lui mi ha risposto
35 chilometri °_°
Marm: quindi hanno ucciso 35 chilometri persone? mmh
io: 35km di cadaveri accatastati nei miei armadi °_°
12:52 o forse quelli negli armadi erano quelli con cui la cosa era riuscita e si dovevano risvegliare, non so °_° perché alla fine io non ero più io ma un altro che saltellava agilmente tra le mensole della mia cucina e colpiva con i dardi questa mia amica e suo moroso per farli diventare dei nostri °_°
(ma era proprio un mazzo, con i gambi anche!)
12:53 Marm: ...hai pensato di proporlo alla dreamworks?
io: lynch mi fa una pippa

lunedì 15 novembre 2010

Momenti di gloria

Scena 1: N e le calde lacrime
B: devo restituire un libro in biblioteca.
N: che libro era?
B: boh, non mi ricordo.
N: ah, ti è piaciuto insomma.
B: era per scuola. noioso.
N: ma di cosa parlava?
B: mah, di un barone.. rampante..

Scena 2: N e il Gas
G: e con n.8 come va?
N: sto cercando di capire cosa si aspetta.
G: perché?
N: non voglio suscitare aspettative in nessuno.
G: povera ragazza scottata!
N: ci faranno su un film per l'originalità.

Scena 3: N e il tatto
V: ..e poi c'è anche l'altro film che ho visto, non so se lo conosci.
N: sì che lo conosco! ma senti, visto che hai questa passione per i film trash..
V: . . .

Scena 4: N e la fama
[Cena d'addio a un ped, gremita di infermiere. Vi riceve una bambola gonfiabile, e ingenuamente si volta (in mezzo al nugolo di infermiere) verso di me]
V: Novè, stasera ti tocca sederti dietro.
N: "fail. fail. fail. errore. countdown per l'autodistruzione iniziato: frase sbagliata. nugolo di infermiere. entro quanti giorni per tutti i Dipartimenti Materno-infantili dell'alta padovana io sarò diventata la fidanzata ufficiale di Vi?"
[Due giorni dopo, a un pranzo aziendale]
E: N, ma senti, le infermiere mi hanno detto che stai insieme a Vi!
N: . . .

mercoledì 6 ottobre 2010

Redde rationem

Mantenere lo zen è dura quando il mondo è un cotal luogo bizzarro.
Avrei dovuto prepararmi psicologicamente, stamattina, quando la giornata è iniziata con la pazza claustrofobica che in ascensore si è aggrappata a me investendomi con l'urlo "Per carità non si appoggi che non ripartiamo più e io voglio sopravvivere!!!" che mi dicono abbia infranto, a Calcutta, il muro del suono.
Infatti.
Mi ha chiamata il Tomtom oggi, e io lo sapevo che mi avrebbe chiamata oggi (ogni tanto i miei poteri mi spaventano), anche perché ai casini piace gozzovigliare in compagnia e giusto domenica sera Marm aveva pensato bene di sbriciolare completamente il mio guscio esterno zen faticosamente costruito nell'ultimo mese e mezzo.

Invece siamo alla redde rationem. Col Tomtom che è alfine tornato, con Marm che è alfine sbottato, e anche con il lavoro e l'università. Tutto adesso.
Perciò io che faccio?
Corro, arredo la casa di braghy, organizzo cene alcoliche e festeggio il compleanno di mio padre, a cui somiglio per molti aspetti del carattere (di solito i difetti), mentre mi è opposto per altre cose, ad esempio nell'essere persona di pochi e saldi interessi, costanti negli anni. Il che lo rende un soggetto terribile per i regali di compleanno, già a partire da quando, a cinque anni, a natale incartavo libri sgraffignati dalla libreria di casa in asciugamani con le iniziali e li mettevo sotto l'albero.
Non so se tutto ciò abbia qualcosa a che fare con lo zen, ma
la mia famiglia è una grande fonte di ispirazione, soprattutto per gente che si chiama, che so, Pennac. E come dicevo tempo fa, nel dubbio meglio riderne.

giovedì 26 agosto 2010

Ok, e va bene, ho voluto fare la sborona. Poi è giunto il mio karma fiammeggiante dal cielo a colpirmi. Il fatto è che per quanto sia vero che solo nella mia stanza ci sono tre librerie, cinque mensole ed uno scaffale adibiti ai libri, e per quanto io possa effettivamente andare in palestra con i 49 racconti, prima o poi l'altra verità viene a galla. Di solito prima.

l'originale, sotto, con uno dei plagi, sopra

L'origine è stata, quest'inverno, lo smarrimento della mia felpa preferita, che ha portato allo straziante annuncio appeso in bacheca il quale, non solo non ha prodotto conseguenze utili, ma ne ha prodotte una simpatica serie di dannose: vogliamo parlare di coloro che si sono impunemente appropriati del mio copyright? (vedi sopra)

altre drammatiche conseguenze

O dei tentativi di abbordaggio dei vecchietti che mi hanno tormentata per i successivi tre mesi "scusanonperfarmiifattituoima-haimicatrovatolatuafelpa?" E perché no, delle persone non gradite che si sono impossessate del mio numero di cellulare. Infine, una menzione d'onore al giovin C che mi ha fatta dannare per settimane lasciando anonimi messaggi a pennarello sul mio addolorato annuncio finché non ho scoperto di chi si trattasse e, giustamente, reagito.

la reazione, altamente temibile e con identikit di somiglianze sbalorditive

Dopodiché, finito di monopolizzare la bacheca, ho perso il mio celeberrimo bignami. Si trattava, in effetti, della bottiglietta dell'acqua guarnita da un simpatico post-it in cui la scheda di lavoro quotidiana (seee) veniva ridotta ad una illogica serie di simboli sumeri che soltanto io riuscivo a decifrare, per allenarmi più comodamente. Questo, devo dire, ha provocato nei miei illustri colleghi un'ondata di dolore non indifferente poicHè gli erano molto più affezionati che alla felpa.

Infine, oggi, ho perso anche la scheda in carne ed ossa (papiro e inchiostro), quella originale che usavo ormai al posto del mio tenero bignami. Ed ecco perché la Roccia ha pensato bene di gratificare tutti gli avventori con un sonoro annuncio al microfono, che si è propagato in tutte le sale della palestra (ma proprio in tutte: ho tentato inutilmente di fare la finta tonta spostandomi per scoprire se qualcuno si fosse perso la comunicazione) per far ritornare a casa quantomeno l'ultima superstite.
Le conseguenze dannose, giunte come sempre in anticipo, sono state una frotta di domande intelligenti come "hai perso la scheda?", e "ma la tua testa, esattamente, su quale nuvola si trova", e già che c'erano "Oh, e hai più trovato la felpa?"

Beh, però la conseguenza utile è stata il ritrovamento della scheda. Tutta stropicciata e incastrata in un incredibile millimetro di spazio tra la parete e i pesi dell'abduttore per esterno cosce.
Naturalmente, dove io l'avevo dimenticata.

mercoledì 18 agosto 2010

Kairòs

Il dormiveglia, recentemente, coincide con una sensazione di strano benessere, come qualcosa di fuori posto. Man mano che la consapevolezza aumenta capisco di dovermi svegliare, lì, in quel momento, senza indugiare nemmeno un secondo. Il fatto è che gli incubi hanno lasciato il posto ai bei sogni, che sono molto, molto più crudeli: il risveglio dai sogni belli, quando portano qualcosa che nella realtà non c'è affatto, è devastante.
E' come quando sognavi di fare quell'esame che ti terrorizzava - lo sognavi tutto, dal principio alla fine con dovizia di particolari, e poi quando finalmente l'esame era andato e tu potevi rilassarti capitava un rumore a svegliarti e farti accorgere bruscamente che no, non era vero: erano le 5 del mattino e tu stavi solo sognando, perciò dovevi ancora cominciare tutto mentre l'angoscia di come sarebbe andata ti stringeva più forte alla gola per la delusione.
Ritrovarti nei miei sogni e dovermi svegliare è qualcosa di penoso e lancinante.
Ecco perché, alla fin fine, mi sta bene anche l'Eleganza del riccio. Dalla mia conoscenza giunta a pagina 91 lo trovo piatto e noioso, e non sono una che ha problemi con i libri noiosi, nel senso che ho una sviscerata passione per quella letteratura inglese priva di trama se non interna all'animo del protagonista. Ma questo non è certo Forster. Per ora, un libro inutile in cui vengono spacciate per epifanie cose assolutamente banali. La bambina, poi, la trovo insopportabile: la signora è già più stuzzicante, tutta quell'ironia la salva da spiegazioni stucchevoli di argomenti filosofici, e in fondo anche la scena dei cani mi è piaciuta. Ma il resto?
L'insensatezza della mia situazione mi toglie conforto, perciò questo libro mi sta bene. Non mi fa precipitare in altre realtà, mi lascia calma. Ferma a leggere nella macchina parcheggiata, mi prendo delle pause dalla realtà in cui nessuno sa dove sono, perché mi sembra che ultimamente ogni pensiero mi lasci un segno sulla faccia ed ecco perché dico: sono sicura che possiamo risolvere quei problemi, sono stramaledettamente sicura dei miei sentimenti, ma non sono più sicura di poter superare quello che mi stai facendo. Rimango lì e spengo anche la musica, perché mi piace la compagnia del frascheggiare del vento, le foglioline secche che rimbalzano sull'asfalto con un crepitio allegro, diverso da quello inesorabile dell'autunno.
Un uomo fuma una sigaretta davanti ad una porta; in un altro momento avrei trovato divertente l'idea di chiacchierare - ora nessun desiderio arriva, anzi piuttosto un certo fastidio, all'idea di conoscerlo.
Solo in una cosa sono d'accordo con la signora del libro: in certi momenti hai bisogno di arte. Hai bisogno di qualcosa di largo respiro, un'immagine, oppure guardare il mare. Questi pensieri mi si stringono addosso, ed io ho bisogno come l'aria di arte e di mare.

sabato 3 luglio 2010


Non l’avevo mai visto tenere una lezione. L’avevo incrociato, il primo giono di università, molti anni fa – e quella scena mi era bastata.

Io avrei vissuto la mia carriera universitaria, lui la sua, possibilmente senza incrociarci e senza che questo rattristasse l’esistenza di uno dei due. In fondo era seccante, ora, dover sostenere un esame con lui, una cosa da mastercard… ma sedersi all’appello in mezzo a decine di imberbi e vedere Tomicio che entra da quella stessa porta, be’, non ha prezzo, e vale pure la pena di sorbirsi il prof.

Però, ecco, c’è una cosa che mi piace di me ed è questa capacità di superare, in caso, un’antipatia nata a pelle: se un giorno sbuca l’occasione, non mi rifiuto di cambiare idea; oppure, senza arrivare a tanto, di godermi il momento allontanando, finché dura, i preconcetti per riuscire a ricavarne tutto il buono che posso.

C’è anche un’altra cosa che mi capita spesso: a quei prof odiati e temuti e universalmente riconosciuti come Gran Ciambellani della Bastardaggine, io piaccio. Al momento dell’esame si finisce sempre per trovare un dialogo fluido e interessante e per nulla viziato dalle differenze di status, qualcosa che lascia entrambi evidentemente soddisfatti. Da ringraziare per aver potuto sostenere quell’esame, robe da matti.

Così è andata ieri. Proprio nel momento giusto sono arrivati questi 45 minuti di esame orale che più che un esame sono stati uno scambio (in cui sono riuscita a trascinarlo, sebbene si trattasse di traduzione, evoluzione e registri della lingua anglo-americana, in un’appassionante discussione sui Malavoglia, su scarsi narratori contemporanei che utilizzano l’inizio in medias res per coprire le loro carenze, e sulla Califfa di Bevilacqua).

È stato bello, anche, quando verso la fine dell’esame mi ha chiesto: Lei lavora? – e non per bistrattare ciò che evidentemente distraeva e rallentava il mio percorso, ma perché “aveva notato in me una maturità sicuramente sconosciuta alle colleghe presenti, ed una capacità, man mano che l’esame avanzava, di sovrapporgli un processo di autoanalisi ed autovalutazione molto più importante dell’esame stesso.”

“Perché avevo una buona preparazione di fondo, una cultura generale che mi permetteva di spaziare e collegare argomenti con indiscusse capacità logiche.”

“Perché non era stato un esame univoco ma uno scambio in cui lui portava qualcosa ed io portavo qualcos’altro, e tutto ciò valeva molto più di qualunque voto su un libretto”, e quando gli ho spiegato che sì, in effetti mi dispiaceva che lavorare allungasse così tanto i miei tempi, ma quello che era certo è che mi aveva dato una consapevolezza completamente nuova nell'affrontare anche gli studi, lui mi ha consigliato di leggere Allan Sillitoe.

E lo sto scrivendo qui non per bullarmi ma perché non vorrei, col tempo, rischiare di dimenticarmi di tutto questo.

;;