mercoledì 28 novembre 2012
domenica 4 dicembre 2011
martedì 15 novembre 2011
lunedì 13 giugno 2011
Ho concluso la giornata con la seguente conversazione al n.15:
Figura Materna: Allora la zia si opera alla gamba.
Figura Paterna: Le hanno detto che deve proprio operarsi.
N: Quando si opera?
Figura Paterna: CHI E' CHE SI OPERA?!?
N: . . .
lunedì 18 aprile 2011
lunedì 4 aprile 2011
venerdì 19 novembre 2010
mercoledì 6 ottobre 2010
lunedì 7 giugno 2010
Poi però l'ho preso e c'era questo giovanotto che frugava nel portafogli con aria affranta, per poi gemere dopo mezz'ora che "non riusciva a trovare gli orari del suo estetista!"
Gli stralci di conversazione seguenti si sono assestati sul "da chi vai di solito" e "grande professionalità" prima che io potessi tuffarmi nell'oblio della cuffie dell'i-pod per sfuggire agli effetti collaterali di origliare siffatti argomenti. Ne sono riemersa solo per godermi un simpatico dialogo sull'arcinota provincia di Cassola.
(la postilla, in realtà, voleva dire che nella parte di racconto dedicata alle cuffie dell'i-pod, riflettevo che la casa dei miei -recenti- sogni ha anche, a sua disposizione, una formidabile Armata dei seguenti musicisti di Brema:
- 1 gatto - 1 cane - 2 oche (vuoi mettere quanto più simpatiche sono in coppia, quando camminano ondeggiando) - 1 tartaruga - 1 asino - 1 capretta
Rimango aperta ai suggerimenti)
martedì 1 giugno 2010
Poi è uscita, lentamente.
Ha vagato per ore senza sosta, segnando il perimetro del n.15 e cercando incessantemente la creatura.
Quando ha iniziato a fare anche questi miagolii sottili per dirci "anch'io sono un piccolo cucciolo" la resistenza delle figure materna e paterna è definitivamente crollata in una serie di strazianti "povera, povera micia!" con cui l'hanno difesa a spada tratta dalla mia assoluta malvagità, prima di rendersi conto di essere caduti nella trappola felina con un esplosivo "Oddio, siamo vecchi!"
[E comunque, facendo uso criminoso di un blog pubblico (?), vorrei nuovamente ricordare alla Salvietta com'è finita l'ultima volta in cui sono uscita con qualcuno con la volonterosa motivazione di "ti spiego perché non potrà esserci niente tra di noi".]
Casellanti avvezzi, telline fuorilegge, cuccioli e Bidibi Maculan
0 commenti Pubblicato da sand alle 10:51
Stranamente?, ho sostituito la segretaria all’e.r. che per questa settimana è in ferie causa impellenti pulizie di primavera e vasetti di marmellata da riempire. Che poi uno fa caso al fatto che sia assente un giorno sì e l’altro pure, perciò almeno queste assenze se le potrebbe risparmiare, diciamo, e invece.
Invece mi dà l’occasione per vestirmi in camicetta di sangallo, ballerine all’uncinetto e gonnellina ampia blu, cose che nemmeno Olivia Newton-John prima di incontrare John Travolta. Sarà che la botta presa in testa un mese e mezzo fa pulsa più del solito, anche per via del sole preso domenica a babysitterare i 3 pargoli di Chiara (più altri eventuali) all’assemblea annuale di IfP: avevo finalmente l’occasione propizia per rapirne almeno un paio ma il mio buon cuore ha avuto la meglio ed ora me ne pento. Qui si perde l’attimo e poi non torna più, carpe diem che poi calamaretti vongole e telline da un giorno all’altro vengono messe fuorilegge in quanto specie a rischio, e già non ne trovi più nei supermercati, nemmeno al banco freezer: pensavo di prenderne un po’ per il Tomtom quando torna, non so neanche se abbia una passione sfrenata ma insomma almeno una cena d’addio, due calamaretti, una pasta con le vongole, e niente!
Già era stato difficile arrivarci, domenica, a questo benedetto Parco delle Energie Rinnovabili.
Non saprei dire, effettivamente, se sia stato più complicato trovarlo o abbandonarlo, se la risata più soffocante e colma di lacrime causa due bestie che hanno frequentato Padova quotidianamente per cinque anni e possiedono un navigatore (acceso) a testa e continuano a perdersi ugualmente, sia stata all’andata o al ritorno.
Se sia stata, cioè, nel momento in cui, dopo un’ora di giri a vuoto a 1cm dalla meta, il navigatore ci mandava a destra e le indicazioni stradali a sinistra ed io, senza fiato, provavo a farlo notare al Babu che impavido prendeva strade a caso lamentandosi con tutte le macchine che si mettevano sulla sua via come neanche il Griso. O nel momento in cui, per fare Padova-Cittadella, ha tentato di prendere l’autostrada per due volte di seguito. La prima volta ci è anche riuscito (chiedendo il conto alla fine come alla cassiera del supermercato, perché lui non è avvezzo); la seconda no, ma solo grazie al mio urlo disperato e ad un’inversione improvvisa di quelle che solo Neo in qualche Matrix.
Certo mi dispiacerebbe tralasciare la scena in cui, cercando parcheggio insieme a Blè al parco n.2 della giornata, lui non trova un punto che lo soddisfi perciò va avanti, avanti per questa stradina sterrata… avanti… avanti verso il sole… avanti… avanti tra le frasche sempre più fitte… avanti finché dopo alcuni chilometri Blè, dalla macchina dietro, mi prega di svegliarlo o ucciderlo.
Però insomma, dopo le fatiche del babysitteraggio, del servizio camerieri a pranzo in mezzo a quelle cavallette affamate, del testamento del Grande Capo che si era sentito in punto di morte, è stato bello ritrovarci noi tre, una coperta, una bottiglia di vino sgraffignata all’assemblea dopo che fra tante bottigliacce avevo adocchiato la scritta Maculan.
Inoltre, presa dal diabolico concetto “oddio siamo vecchi!” dopo che i nostri discorsi avevano iniziato a vertere su stanchezza, vacanze in centri benessere, acciacchi e malattie, ho accettato di buon grado, per riconquistare la mia perduta gioventù, di giocare a frisbee. Aggiungendo furbe variazioni sul tema tipo: “prendere il frisbee ballando al ritmo balcanico della festa qui di fianco” o “lanciare il frisbee continuando a correre in tondo per scambiarci le posizioni”.
Quando una è furba, lo è fino in fondo.
mercoledì 5 maggio 2010
(23.04.2010)
"Chi viaggia senza incontrare l'altro, non viaggia, si sposta."
Alexandra David-Néel
Ma è un nuovo giorno, che porta una nuova torre: proprio non lo voglio capire che soffro di vertigini dai 10cm in su... infatti il Tomtom si diverte ad immortalare i miei primi, impanicatissimi minuti in cima alla Torre di Pisa dove né la pioggia né le persone che mi urtavano sono riuscite nell'intento di farmi spostare di 1mm da una salda posizione centrale fra i due strapiombi che mi circondavano. Solo 56m e 293 scalini questa volta, ma resi scivolosi dal tempaccio.
Io, infatti, esco in versione cappuccetto rosa-fragola, bardata ed insciarpata per combattere pioggia e mal di pancia; sarà per questo motivo che incontro un secondo gatto sfacciato, di quelli troppo abituati ai turisti per trovarti interessante.
La pioggia, qui, sembra più leggera: bisognerebbe fare collezione delle piogge del mondo per vedere le differenze tra la pioggia che inzuppa, quella che infastidisce, quella che colpisce punteggiata di ghiaccio, quella che porta pulviscolo o, come doni, gli avvenimenti degli altri. Li lava via e cola sui semafori, tintinna tra i bicchieri dimenticati all'aperto nel Bar al Duomo, piega le mappe e le piante nelle aiuole, poi corre verso i tombini vibrando. Tutte queste cose, io le metterei in una serie di flaconi, lì in fila, a raccontarmi il mondo. La pioggia di Pisa non può essere uguale alla pioggia del Cairo, non può cantare allo stesso modo.
Ci penso mentre fotografo le colonne, il Battistero, le persone: forse la bellezza, in questi posti, è nell'anima di chi ha contribuito a crearli.
Dopo un paio di focaccine gustate clandestinamente in macchina e altri Vernacolieri sparsi per le edicole torniamo verso Lucca per una bellissima strada alberata dove incontriamo, tuttavia, cinque brutti incidenti. Come diamine guidano in questi posti?
Prima di un secondo giro per Lucca passiamo per la camera, rimanendo fregati nel senso che a fermarsi un attimo poi non ci si muoverebbe più; eppure, ecco, quell'oretta trascorsa a leggere e fare zapping senza volume poiché il Tomtom si era addormentato profondamente al mio fianco vale un po' tutti i monumenti del mondo. Intenerita come sono, non ci penso neanche a svegliarlo e rubare quel momento. Bisogna avere cura dei momenti belli.
E' vero che non sono mancati i grossi, grossi incidenti diplomatici tipo quando si è messo a fare paragoni con le sue ex e nel bel mezzo della notte me ne sono andata in sala colazione finché non è venuto a prendermi con aria contrita e chiedendomi di stare con lui, ma si sa, è difficile amare qualcuno di così diverso da te. Ti si aggrappa in gola e gratta e devi imparare a farci i conti, e chissà, magari è per questo che non avevamo mai i bicchieri vuoti.
La Piazzetta Anfiteatro infatti fa da cornice all'aperitivo, con quel mercato dei fiori e delle piante grasse su cui si aprono le numerose botteghe ed enoteche disposte a cerchio, tutte gialle. Proseguiamo con un conto di quelli che ricordi e che ha però ben valso la serata in quel posticino rustico e pieno di Lucine che è l'Osteria Baralla dove, finalmente, ci hanno servito una fiorentina epocale, un vino che andava giù che era un piacere ed un olio che berresti anche al posto dell'acqua. Inoltre la cameriera era simpatica, ed il Tomtom ed io abbiamo passato la serata in dialoghi piacevoli, animati, interessanti, come quel giornalista spagnolo che lui ama molto e che adesso, dopo che mi ha raccontato quel suo articolo, ha fatto amare anche a me.
La fotografia: A volte lo fraintendo. Nel bene e nel male. A volte lui mi dice una cosa ed io ne capisco, o ne interpreto, un'altra. Me lo rimprovera spesso.
Ci sono delle volte, però, in cui gli scappa una cosa bella che io poi, in un momento di lucidità, penso che conoscendolo forse non era proprio quello che intendeva, forse la spiegazione è molto più semplice e banale, e tuttavia fingo di non averlo pensato per potermi tenere quella prima interpretazione che preferisco.
Così è successo che la seconda volta in cui eravamo troppo satolli per darci ai nostri cantucci e vin santo sul letto come mi sarebbe piaciuto, lui ha buttato lì questo lapsus pieno di tepore nel rassicurarmi che li avremmo mangiati a casa nostra.
A volte, a parlarne troppo, ho paura di perderlo. Di sciupare qualcosa.
martedì 4 maggio 2010
Già il terzo giorno, e questa volta il felino non viene a trovarci, peccato, mi sarebbe piaciuto salutarlo. Scoviamo un B&B a Lucca e partiamo, stanchi per la nottataccia da "digestione di fiorentina in atto" e prendendocela un po' più comoda delle previsioni iniziali, infatti la camminata tra le colline salta in favore di una semplice passeggiata sul lungomare di Livorno.
Livorno. Andiamo incontro a una giornata tersa e ventosa, di luce e capelli spettinati. In una mano la fotocamera, l'altra libera per afferrarci camminando. Il vento schiaffeggia i cartelli stradali, schiva i pennoni delle barche ancorate, straccia i manifesti e inumidisce la statua di bronzo dei Quattro Mori.
Ci tenevo molto ad andarci, per cui l'impatto è un po' spaesante: la città non si muove all'unisono con il vento, oppone una feroce resistenza al disgregarsi risultando così arruffata e spoglia, con abitanti scorbutici e priva di quei localini pittoreschi di cui dovevano formicolare le rive dei canali. Non mi piace, ma mi piace. Mi appare brutta ma so che, se ci vivessi, l'amerei: il mare è un modo di vedere e vivere le cose. Come noi diciamo colline, sentieri, casolari, e serate docili nei centri storici, loro hanno le voci salmastre e i modi scompigliati, e la pelle ruvida del porto.
Respirare il mare fa scomparire il resto del mondo. Solo mare da inghiottire a pieni polmoni, e terrazze e vento e un gatto sfrontato abituato ai turisti che si lascia fotografare mentre si impigrisce al sole come una diva dei tempi andati.
Lucca, invece, è una scoperta. Piccola e da fotografare, in ogni via, ogni bottega, ogni grondaia pencolante. I raggi del sole per arrivare in fondo alle viuzze devono piegarsi e abbassarsi sotto le arcate, schivando davanzali, carezzando vasi di fiori in disordine, rimbalzando sull'acciottolato e scivolando sulle tegole bagnate dei tetti. Sono raggi scarsi che sbattono il naso contro la vecchia insegna di un portico che sembra aver preso la forma dalle persone che ci hanno camminato sotto.
In fondo non succede così anche con noi? Non prendiamo, noi stessi, la forma che abbiamo in base agli scontri che ci succedono e a quelli che schiviamo e agli altri più morbidi che chiamiamo abbracci e ai movimenti che ci vivono tutt'intorno?
Prendiamo un aperitivo di fianco alla chiesa mentre mia madre mi telefona per dirmi che la gatta non si muove mai dalla porta, rimane lì ad aspettarmi con l'ostinazione che può avere una gatta che ha adottato una famiglia per metà trentina, e ovviamente riesce nel suo intento di farmi sentire in colpa e di lamentare due o tre "Povera, povera la mia micina sola e abbandonata!" gonfi di pentimento.
Tra vent'anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite. (Mark Twain)
Tra vent'anni, cosa penserò di questo momento?
La fotografia: Una strega alta 30cm è appesa sotto una zona coperta del mercato portuale. Mi perdo ad immaginare la scena in cui, alcuni mesi fa, ad un mercato domenicale irrompe il brutto tempo e le bancarelle sbaraccano in tutta fretta. Una donna non riesce a slacciare quel nodo troppo stretto che lega il pupazzo al palo e allora il marito le grida di andare ad aiutarlo a smontare il bancone, che poi a quello ci penserà lui.
Invece tutti se ne dimenticano, scappando dall'uragano improvviso, e lei rimane lì a farsi scalciare dal vento perenne del mare.
Svegliarsi la mattina fra braccia così calde, così docili a contenerti e adattarsi ad ogni tuo angolo ed ogni tua curva abolisce qualsiasi problema che ronza eternamente per la tua testa.
Gli uomini della tua vita ne hanno fatto parte in modi differenti. Per le loro parole, il loro sapore, quel modo di muoversi; ognuno ti riconduce a luoghi diversi, a cibi diversi. Non ho mai incontrato qualcuno con lo stesso modo di guardarmi, di toccarmi, di mangiare insieme a me, e la mattinata inizia con la consapevolezza di qualcosa di speciale.
Parcheggiamo veramente troppo lontano dal centro di Siena: 45 minuti a piedi da aggiungere alle successive 7 ore ad inerpicarci per le sue pittoresche pendenze striate di colori, dall'onorata Contrada del Bruco in poi. Tante salite, ma amo le salite: come diceva Terzani, con una salita c'è speranza. Ti tiene all'erta. Scendere è più facile, ma poi ti trovi in un buco.
Le scie degli aerei, intanto, pian piano ripopolano i cieli.
La città è incantevole, e attraversando la zona universitaria capisco che se avessi studiato lì non sarei più stata in grado di andarmene. Esistono cose, mai successe, che conosco con certezza: non è un problema di "se", perché i se non mi attirano poi molto. Per esempio, so che se avessi continuato a suonare alla Filarmonica non avrei incontrato il Tomtom. E' una questione di intricati calli e rii che mi hanno portata a conoscerlo e che, probabilmente, in quel caso non avrei attraversato.
Entri in Piazza del Campo e ti ritrovi in mezzo ad un dialogo di voci diverse e colori tutti intrecciati. Con le guance piene degli immancabili panini (ma che odissea farseli tagliare!), lì seduta penso a Calvino, cui ho rubato in parte l'espressione, e penso che non sono i monumenti a fare di una città, di un viaggio, il significato che acquisiscono per te. Per quanto numerosi, e belli, sono le domande e le risposte che ci trovi in mezzo.
Leggo divertita a voce alta come i corpi laterali del Palazzo Ducale fossero in origine a due piani, e siano stati rialzati nel 1680 per bilanciare i palazzi circostanti: in fondo, come al giorno d'oggi, è sempre una questione di misure. Dopodiché, visto che soffro di vertigini, mi faccio tutti i 400 scalini necessari per vedere Siena abbarbicata dagli 83 metri di altezza della Torre del Mangia, il campanile, che prende il nome dal suo primo campanaro (detto, chissà perché, il Mangiaguadagni). Lo spettacolo è stupefacente, con il salmone delle case che si tuffa armoniosamente verso le pendici verdi che lo cingono tutt'intorno.
Più tardi mi lascio catturare da una famiglia francese che, seduta in fila di fronte al meraviglioso Duomo, è composta da madre, padre e tre bambine, ognuno rigorosamente con la sua matita ed il suo blocco per gli schizzi a riprodurne, a suo modo, la facciata. La scena fa da contraltare all'uomo incrociato nei giardini della Fortezza: mi immergo nella sua solitudine e nell'assoluta tristezza del suo sguardo per alcuni minuti, e ne esco in parte sollevata e salva, in parte schiantata. Mi chiedo quanti altri sguardi così io abbia incrociato a casa senza accorgermene: l'ho notato solo perché lontano? Bisogna per forza guardare da lontano per mettere a fuoco le cose?
E' vero che le cose sembrano sempre più belle nel ricordo, che i ricordi appaiono sempre più piacevoli del presente? Sono una persona nostalgica, ma anche severa: non ci riuscirei, per me non è così. Questa notte ho sognato di trovare, in un piccolo scrigno in cui tengo dei ricordi, tre schede SD. Ognuna era stata lasciata da uno dei tre uomini più importanti della mia vita amorosa, e ok, la storia delle schede SD fa un po' ridere ma non mi fa ridere per niente il fatto che, nel sogno, il Tomtom mi avesse lasciato la scheda più grande. Certo che il passato portava un'ingenuità e una gaiezza che mi mancano. Certo che continuo a provare un grande affetto per ciò che è stato. Questo, però, non mi impedisce di vedere quello che ho guadagnato andando avanti, crescendo in consapevolezza. Non sarò mai d'accordo.
Rientrando ci fermiamo per la seconda volta all'alimentari che ci aveva fornito i panini perché vogliamo comprare pici e panforte da portare a casa, e cantucci e vin santo con cui festeggiare un letto sfatto. Il proprietario, per qualche motivo, si ricorda di noi e mi domanda se mi sia gustata la passeggiata. Per qualche altro motivo mi fa davvero, davvero piacere che ci abbia riconosciuti, e così chiacchieriamo per un po' prima di riprendere la via.
Il tempo continua ad assisterci, perciò cerchiamo un agriturismo perdendoci inesorabilmente fra le collinette da cui gustiamo un intenso tramonto. Alla fine ne scoviamo uno per la prima fiorentina della vancanza: voto sufficiente, e poi che chiacchieroni!
E' la seconda notte che rientriamo all'albergo e sembra già un po' casa, con quell'albero piegato sopra una parte del tetto. Gente strana questi senesi: perché mai riempire le stanze di foto raffiguranti occhi di cavallo? Troppo sazi per i cantuccini ci ridiamo all'ambaradan, e il Tomtom, che sa che mi sento un po' triste, rimane lì a coccolarmi e tenermi abbracciata, e poi fa una cosa che non fa quasi mai e che per questo ricorderò sempre. Perché non sono le persone a fare i viaggi, diceva Steinbeck, ma sono i viaggi che fanno le persone.
Buonanotte.
La fotografia: Appena svegli, ci trasferiamo dal letto alla piscina termale riscaldata solo per noi e mentre sguazziamo in libertà un gatto bianco passeggia all'esterno e si ferma, incuriosito di noi. E' come se sapesse a cosa sto pensando: credo che i gatti lo capiscano. E' un concetto che ha a che fare con la frase di Steinbeck, e che ha a che fare con la differenza tra direzione e meta, tra percorso e punto d'arrivo. Sono i primi ad esistere: è il percorso; l'arrivo non è altro che un pretesto.
E' il motivo per cui i gatti passeggiano. Non m'importa dove arriveremo, finché siamo insieme. Non è il vedere due volte un albergo a farti venire voglia di chiamarlo casa, ma il modo in cui l'hai vissuto e la persona con cui l'hai condiviso.
Il Tomtom si avvicina al bordo vasca ed inizia a dialogare con la bestiola che rimane lì per diversi minuti, in qualche modo a rispondergli.
Non potrei mai stare con qualcuno che non sa dialogare con un gatto.
martedì 16 marzo 2010
Poi i capelli, i pensieri si sciolgono, le contraddizioni ritornano sfacciate e vestita di blu sono in un treno che mi porta, come tante altre volte in questi 27 anni, a Venezia.
Non posso farne a meno. Non posso fare a meno di perdermi, scegliere a naso calli e rii come un migrare, e stupirmi per aver riconosciuto quella panchina di due anni prima, un vecchio bacaro, l'oste che invita i musicisti senza denti a fare più piano.
Gatti più pigri degli altri a Venezia: non li vedi camminare mai, con quelle righe sulla schiena che vanno a rilento anche loro, abituati come sono al sole che li insegue e finisce sempre per scovarli da qualche parte, su qualche pozzo. Bettole di tavole apparecchiate e camerieri che ti invitano prima di sentirti parlare, che quel modo strascicato è anche il tuo, che i bicchieri ne frattempo passano di mano, un giro a me, poi un giro a te, ci sarà sempre qualcuno che ci prenderà per turisti a Venezia e poi in fondo a Venezia non sono turisti anche i veneziani?
Girare insieme mentre l'imbrunire spappola la massa di visitatori chiassosi e cangianti del giorno; costringersi e riconoscersi nelle vie strette come una specie di famiglia, come un guado, un lasciapassare, che non ti ricordi nemmeno un quarto dei nomi delle persone con cui stai ma alla fine ci canti insieme, e scopri le loro vite, i loro capelli, le loro piazze; e poi al ritorno tutti insieme - di fronte a una pizza, una bruschetta, non importa, quel che si trova che son le undici di sera, fuori scende la nebbia e questa notte non dormirai da sola.
Etichette: amore, gatti, mcm, piccole cose, venezia







