lunedì 17 settembre 2012
Non dormo da te perché ti sveglieresti con la gola in fiamme, e dato che venerdì avete un concerto mi sentirei Yoko Ono.
0 commenti Pubblicato da sand alle 12:17
Be in my eye
Be in my heart
Be in my eye, ayayay
Be in my heart
L'hai sentita per anni, ogni volta che la temperatura da piedi scalzi ti lasciava tenere aperte le finestre, chiamare "Biba!" dieci volte al giorno con quella vocetta decisa e sapientina, e poi un bel giorno l'estate torna e quel modo ("Birba") corretto di chiamare il suo cane ti spiega che di estati, nel frattempo, ne sono tornate tante.
Hanno portato nuove voci alle finestre, trascinato via alcune di quelle vecchie, con Tendina che è incinta ed io lo scopro nel modo più comico del mondo il giorno in cui vuole raccontarmelo, perché la Tabubuta che non la conosce fa per accendersi una sigaretta ma, dopo aver confabulato con lei, si ferma, e quando la rassicuro che siamo pur sempre all'aperto lei strabuzza gli occhi e protesta "Ma cosa dici N., se lei è incinta!" - e anche il Tomtom diventa di nuovo zio, quel Tomtom che sta tentanto di infilarsi di nuovo dal mio balcone aperto, e non lo so cosa sia, se nostalgia o pentimento che lo spingono a chiedermi di raggiungerlo a Bruxelles, ma il fatto è che non posso. Non posso ed è piuttosto incredibile sapere che gli dirò di no, perché è la persona con cui ero convinta di trascorrere il resto della mia vita e invece sono passati più di cinque anni, quasi due da quando ho dovuto morire per rendermi conto che non era così, e tornare ora significherebbe lasciar andare quel futuro che sto guardando, che ancora non ho ma sto cercando di imparare. Anche se già ferisce, anche se è complicato, anche se sono diventata così poco addomesticabile ormai.
E così dirò di no a quel passato che era la cosa più mia che avevo, e continuerò a dire "Ce la faccio" portando troppe cose in mano e facendole rotolare per tutte le scale un momento dopo, continuerò a sentire Nicole confondere la parola smalto con la parola basmati quando prova a spiegarsi in italiano, a spazientirmi e lasciare alcune cose a metà, a stare malissimo per dieci ore e poi guarire all'improvviso, ad affezionarmi ed avere paura e trovare scuse (vedi titolo) per non darlo a vedere.
martedì 25 maggio 2010
Chissà quali odori trovi tu. Quali odori diversi.
Ci pensavo guidando in una strada sterrata fra due ali di campi impestati di concime naturale che in fondo, a noi che ci siamo cresciuti, sembra quasi buono a volte.
Eri appena partito e mi sentivo talmente frastornata da non riuscire più a trovare l'Uvetta, lì nel grande parcheggio sotto l'arsura delle due del pomeriggio. E' una canicola che zittisce tutto: piante, uccelli, automobili. Nulla si muove sotto il solleone, anche il vento, anche il passo, si azzoppa.
Mi sono sentita sola.
Lì, persa nell'immobilità, mi sono sentita sola.
Anche più tardi, con il gatto pezzato che sbucava dalla gramigna e pensavo a tutti quelli che, la notte, ti diverti a spaventare, forse più per spaventare me. Mi sono sentita sola tanto da sperare in una qualche pattuglia che mi fermasse, che li trovo nei momenti meno opportuni ad avere voglia di chiacchierare e invece se ti servono non ne trovi l'ombra, così finisci per attaccare il navigatore in una strada che conosci a memoria, solo per sentire quella consolante voce spagnola che sa di iuta sfregata e pelo di gatto, e di una stanza in cui il sole entra ad illuminare le sedie di legno.
Be', naturalmente il gps non funzionava; ha pensato bene di scovare il satellite giusto in tempo per annunciarmi che ero arrivata a mi destino. Son sottigliezze preziose. E una settimana è andata.
Ci pensavo guidando in una strada sterrata fra due ali di campi impestati di concime naturale che in fondo, a noi che ci siamo cresciuti, sembra quasi buono a volte.
Eri appena partito e mi sentivo talmente frastornata da non riuscire più a trovare l'Uvetta, lì nel grande parcheggio sotto l'arsura delle due del pomeriggio. E' una canicola che zittisce tutto: piante, uccelli, automobili. Nulla si muove sotto il solleone, anche il vento, anche il passo, si azzoppa.
Mi sono sentita sola.
Lì, persa nell'immobilità, mi sono sentita sola.
Anche più tardi, con il gatto pezzato che sbucava dalla gramigna e pensavo a tutti quelli che, la notte, ti diverti a spaventare, forse più per spaventare me. Mi sono sentita sola tanto da sperare in una qualche pattuglia che mi fermasse, che li trovo nei momenti meno opportuni ad avere voglia di chiacchierare e invece se ti servono non ne trovi l'ombra, così finisci per attaccare il navigatore in una strada che conosci a memoria, solo per sentire quella consolante voce spagnola che sa di iuta sfregata e pelo di gatto, e di una stanza in cui il sole entra ad illuminare le sedie di legno.
Be', naturalmente il gps non funzionava; ha pensato bene di scovare il satellite giusto in tempo per annunciarmi che ero arrivata a mi destino. Son sottigliezze preziose. E una settimana è andata.
Etichette: amore, grovigli, mcm, partenze, piccole cose
martedì 18 maggio 2010
Uno che ti impegni incondizionatamente e ti faccia stramazzare di fatica e poi, alla fine, ti lasci qualcosa, un risultato da stringere, una sensazione esultante fra il gocciolare della fronte.
Sono andata al lavoro sotto quella luce comparsa così, de repente direbbero gli spagnoli, a tagliarti gli occhi ancora pieni di pioggia. Il ragazzo aveva un berretto ed una tuta da lavoro per strappare erbacce dal ciglio della strada: non un'occupazione invidiabile. Eppure, io lo invidiavo.
Ricordo quando andavo al lavoro in bicicletta, lì all'associazione, con la gonna a ruota e i muratori che mi cantavano bella ciao come in una scena d'altri tempi: era tutto più semplice.
Non è che lo rimpianga, nemmeno per un secondo. Non è che non sia assurdamente felice che questa volta siano solo 3 mesi; so che lo ha fatto per me. So che è importante, che 3 mesi volano in un attimo e quasi non te ne accorgi, ormai lo so. Non mi ci abituo, ma lo so. Chissà, potrei perfino diventare più gentile e meno egoista con quei soldati che muoiono, ragazzi giovani, poveri cristi che partono per avere due soldi, invece di pensare che loro, be', loro vanno a portare la guerra e ce la fanno chiamare pace, ce la fanno chiamare eroismo, patria, giustizia e lui invece rischia la vita proprio perché esiste gente come loro a combinare casini da risolvere, a stracciare paesi, popoli, persone da rimettere in piedi.
Solo che ieri ho passato due ore a camminare e fotografare le mura illuminate contro un buio più prepotente del solito, presa in mezzo alla provvisorietà in cui barcollare come un ubriaco di notte, ai pezzi di conversazione ancora nell'aria, agli abbracci ai saluti e alle finestre illuminate come rumori di fondo. In mezzo a giardini su cui sdraiarsi in due e un po' di fortuna per trovare parcheggio ed occhi chiusi e resistenze, cose che vanno a posto e nuove cose da aggiustare. E non sarò mai troppo stanca di stare ad aspettare, ma lui se n'era appena andato ed io, io non mi ero mai sentita tanto sola.
Sono andata al lavoro sotto quella luce comparsa così, de repente direbbero gli spagnoli, a tagliarti gli occhi ancora pieni di pioggia. Il ragazzo aveva un berretto ed una tuta da lavoro per strappare erbacce dal ciglio della strada: non un'occupazione invidiabile. Eppure, io lo invidiavo.
Ricordo quando andavo al lavoro in bicicletta, lì all'associazione, con la gonna a ruota e i muratori che mi cantavano bella ciao come in una scena d'altri tempi: era tutto più semplice.
Non è che lo rimpianga, nemmeno per un secondo. Non è che non sia assurdamente felice che questa volta siano solo 3 mesi; so che lo ha fatto per me. So che è importante, che 3 mesi volano in un attimo e quasi non te ne accorgi, ormai lo so. Non mi ci abituo, ma lo so. Chissà, potrei perfino diventare più gentile e meno egoista con quei soldati che muoiono, ragazzi giovani, poveri cristi che partono per avere due soldi, invece di pensare che loro, be', loro vanno a portare la guerra e ce la fanno chiamare pace, ce la fanno chiamare eroismo, patria, giustizia e lui invece rischia la vita proprio perché esiste gente come loro a combinare casini da risolvere, a stracciare paesi, popoli, persone da rimettere in piedi.
Solo che ieri ho passato due ore a camminare e fotografare le mura illuminate contro un buio più prepotente del solito, presa in mezzo alla provvisorietà in cui barcollare come un ubriaco di notte, ai pezzi di conversazione ancora nell'aria, agli abbracci ai saluti e alle finestre illuminate come rumori di fondo. In mezzo a giardini su cui sdraiarsi in due e un po' di fortuna per trovare parcheggio ed occhi chiusi e resistenze, cose che vanno a posto e nuove cose da aggiustare. E non sarò mai troppo stanca di stare ad aspettare, ma lui se n'era appena andato ed io, io non mi ero mai sentita tanto sola.
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