amo le rughe, la rabbia, le ninnenanne, la carta, appiccicare cose alle pareti, avere le dita sporche d'inchiostro, il pane, l'acqua, camminare scalza, i lucernari, le vecchie corde della mia chitarra, le biblioteche, leggere tra le righe, i treni,le altalene, perdermi, i bastoni della pioggia, le bacchette magiche, i pistacchi, i pacchetti, i regali, il mojito, fare l'amore, la polvere innamorata negli occhi.

lunedì 15 aprile 2013

Good bye vip

 "Che strano, non è cambiato niente."
"Perché, doveva cambiare qualcosa?"



Eppure vivere in un paese con la cinta muraria intatta non è la stessa cosa che non. Si sente nel modo di fare, che abiti in un'isola. Ed è un'isola di vip che, man mano che ti allontani dalle mura verso la periferia, si tingono di colori più azzimi e genuini, da forno a legna e porticati, giacché qui in Veneto si è vip non per meriti ma per territorio, e il senso di appartenenza viene dalla storia che altri hanno creato per noi e che abbiamo trovato pronta, confezionata da una boutique del centro. Siamo tutti valvassori e valvassini di un feudatario pronto a piacerci a priori, solo perché vorremmo anche noi stare lì.
Da quando ho memoria, io dalle mura provo a fuggire. In mezzo a tanto annaspare, ho sempre sperato con lucidità di non riscoprirmi all'improvviso un Drogo che cercava l'avventura all'interno della fortezza Bastiani; le smancerie e le meschinità da zia coi tacchi che sta sempre in prima fila ai funerali, mi hanno sempre, da sempre, tolto l'aria e la vita. Avere qualcosa da cui fuggire è indispensabile, ad alcuni più che ad altri. Scalciare mi ha aiutata a ragionare. Eppure non importa quanto sia insopprimibile il tuo bisogno di libertà: ognuno ha le sue mura che, prima o poi, vengono fuori.

Credo che le mie siano le parole; e suona strano, lo so, da chi le ama così tanto. E tuttavia uso i loro significati, se non i loro suoni, con grande parsimonia. Mi fido poco di chi si innamora in due settimane, di chi decide per sempre, di chi si diverte ogni week end in modo pazzesco e anche di chi soffre come un cane. Delle persone che hanno detto di essere innamorate di me, con metà mi sono arrabbiata per la leggerezza con cui inventavano sentimenti da film mentali. Se dopo due mesi è amore, dopo due anni cosa sarà? Non svilire i giorni che avremo, che verranno, che cercheremo. Lascia che ti scopra con il tempo, e che il nostro barattolo di buoni pensieri cresca di volume ogni giorno, ad ogni risata, insofferenza, ad ogni impigrirsi insieme per il freddo e la pioggia.

Ecco perché, nel ritrovarmi circondata da attribuzioni di migliori amiche, mi sono sentita come la madre in Good Bye Lenin che si risveglia di colpo in un mondo diverso da lei. E ce ne vuole, di coraggio, per vivere in un mondo così diverso da te, ma d'altra parte cosa puoi pretendere da un postaccio comico in cui su ebay vendono un abito da sposa "usato una sola volta"?
Continuerò a cercare le finestre illuminate all'ora di cena, a sorridere all'idea che il Carota, prima di diventare Carota, fosse un mio amico, e a leggere il giornale al bar come i vecchi che non vogliono comprarlo; che si fanno compagnia con il rumoraccio delle pagine che si accartocciano quando non riesci a voltarle, e quelle briciole e poi il segno del bicchiere proprio lì, dove anche tu stavi imprecando. E vabbé, forse c'è perfino di peggio di quei nostri amici intrappolati tra un telefilm e l'altro come se Sex and the City fosse un reale modo di vivere.
Finché al risveglio posso trovare delle storie, sono salva. Come quel quadro, scovato da un tizio a Princeton mentre passava davanti ad una piccola casa che lo teneva appeso al cancello, così, senza cornice. "Stiamo per avere ospiti a cena", gli aveva spiegato una donna dalla casa, "e mangeremo ostriche, perciò ho pensato di dipingere alcune ostriche."

giovedì 10 gennaio 2013


E' ora di cambiare di nuovo il calendario, appaiarli sul tavolo e ricopiare in ordine compleanni, cifre e scadenze. Sostituire la vita passata con le caselle future ancora bianche, intonse. Alcune si aggiungeranno, altre verranno cancellate per strada.
Nelle feste di fine anno mi è mancato un po' di quell'ozio pigro e costruttivo, leggere libri natalizi alla Dickens o Narnia, giocare a Non t'arrabbiare incavolandosi a morte con chi ti sbatte fuori le pedine, qualche film vecchio alla tv. Di quei Natali in cui sgranocchiavi allegria per pomeriggi interi, tu e Olivia venivate chiamate il gatto e la volpe e l'età giustificava lo spiare i regali la notte del 24. Soprattutto le storie, di quelle che ti veniva l'acquolina in bocca a pensare ai filò dei nonni, tutti seduti intorno al fuoco a rammendare e a raccontare storie a voce alta. Novella mi chiamo, è inutile contestarmi il mio bisogno eterno di storie, di mondi e di racconti. Non è solo il gioco, non è solo la fantasia: chi diceva che un buon libro ti spiega quello che hai già dentro? Quello che sei, quello che vuoi e soprattutto quello che non vuoi, penso che nient'altro al mondo come il guardarti dentro fra le pagine di un libro possa mostrartelo. E poi partire davvero, senza tv, senza playstation e giornali di moda che ti ingabbiano alle loro immagini prestampate e a schemi fissi di cause e conseguenze. Che noia che barba, questa gente che evolve poco, che immagina poco. Ho sempre dovuto combattere contro il "se tutti fanno così, anche tu dovresti farlo". I "lo fai apposta per sembrare diversa" mi hanno anche portata a mettermi in discussione, più volte. E se avessero avuto ragione? 
Però Natale no, a Natale si tira fuori Narnia, raggomitolati come i gatti, come quando la speranza era ancora intatta e pensavi che tu ed Olivia sareste state amiche per sempre.

Ne è passata di acqua sotto i ponti. Teo, da bravo amico di fango, ad un certo punto mi avrà spiattellato la verità su Babbo Natale, Olivia ed io abbiamo litigato una prima volta alle elementari, perdendoci per anni e ritrovandoci alle superiori; dopodiché abbiamo litigato di nuovo, e un altro silenzio, mai spezzato e anzi tristemente rafforzato dai lutti, si è trascinato fino ad ora.
Però, diverse come siamo, lei altissima, mora e secca secca, io bionda e piccolina, mi ha fatto veramente ridere rischiare di trovarci al veglione con lo stesso vestito. E se fosse stata una persona diversa mi sarebbe piaciuto andare a riderne con lei mentre si brinda alla mezzanotte, perché come fai, se non ridi delle cose? Di tutte, perché L. che finalmente esce con una ragazza dopo anni di crisi per la fine della storia con la sua ex e tu stai quasi per tirare un sospiro di sollievo quando scopri che lei si è appena lasciata con la sua, di ragazza, dopo tre anni e mezzo di relazione lesbica, se non ti permette di ridere che fa? 
E allora ridiamo, e beviamo, di quello buono magari, perché siamo golosi dell'attimo. E se tu non sai ridere non m'importa poi molto ormai perché sai, se ti interessa così tanto del tuo orgoglio da metterlo davanti ad ogni cosa, agli altri sentimenti, ai vivi e ai morti, ti lascio in compagnia del tuo rancore e cerco un nuovo vestito rosso, diverso da quello che porti.

venerdì 10 dicembre 2010

Grovigli a specchio

Forse gustarsi le nuvole avvitate contro il sole la mattina presto, ed i campi che fumano ghiaccio fino a diventare invisibili, non ha niente a che vedere con l'aver lasciato perdere persone che non valevano la fatica. Eppure a me sembra parte di un continuum personale l'aver lasciato (tanti anni fa, ma ci metto più tempo a lasciar perdere) una persona che pensa che i luoghi comuni del ribelle siano una scelta consapevole nella musica e nella vita, che i libri si possano scrivere senza sapere che daccordo ha l'apostrofo, che i giudizi contro le persone si possano dare prendendo la rincorsa come nel 2001 a Genova, con un rancore soppresso ogni volta che l'amore non va secondo i piani.

Non so se abbia qualcosa a vedere con questo, ma penso di sì, il fatto che se comprassi dei quadri li appoggerei a terra, perché i bambini li vedano e li possano toccare con le mani. Ho scritto una storia, una volta, che parlava di un pittore che dopo aver finito un quadro lo lasciava all'aperto, perché il sole il vento o le intemperie lo rendessero vivo.
Poi, lo ammetto sottovoce, bado più alla mia anziana vicina di casa che ai bambini della Repubblica Democratica del Congo. Ho frequentato abbastanza l'ambiente, lavorativamente, volontariamente, ma anche biblicamente e sentimentalmente, per capire che spesso è più comodo guardare i bambini del Congo sentendosi liberi ed eroici che rompersi le palle con la quotidianità del sabato mattina.

Ho evitato, per un po', E. che è sempre stata uno specchio che mi mette di fronte alla realtà delle cose in maniera irrimediabile ed inclemente, ricordandomi che probabilmente non sarò mai serena, e va bene che preferisco la felicità e la verità, e forse la serenità è sopravvalutata, è cosa da vecchi, da semplici. O forse lo dico io, lo diciamo noi, per consolarci, perché in fondo so che se fossi serena prima o poi mi annoierei e cercherei di uscirne.
L'origine dei miei mali sono io. Appena mi sento finalmente dentro a qualcosa, appena spio un equilibrio, finisce che ne esco con gran dolore e fracasso, e devo ripartire da capo e con il culo per terra e allora forse non è nel mio destino essere dentro a qualcosa, forse devo stare sempre nel percorso tra un punto e l'altro, tra una cosa vecchia ed una nuova. Il Tomtom non capiva la mia resistenza nel seguirlo nei suoi viaggi ma è come quando preferisco i quaderni a quadretti o evito le droghe leggere: uno, se fa pensieri lunghi, se sa di sforare, deve autoimporsi dei limiti esterni, quantomeno, per la sopravvivenza.
Tenere il piede in due scarpe, lo chiama Raven quando ho sempre pronta questa via di fuga del vagheggiare quello che non ho, e lui che si era innamorato senza mai raggiungermi dice che a volte non sa se mi vorrebbe dare un bacio o due sberle.

Da quando sei morta sono invecchiata, il che non è male se calcoli che anche prima l'unica cosa che avevo di giovane era l'immaturità. Quella speranzosa e incosciente che si rialza ad ogni costo e vuole sempre la verità. Ma ti ho sognata di nuovo, ed eri così reale che rimettevi a posto le cose.

sabato 18 settembre 2010


Orsù, diciamolo che recentemente ho perduto, insieme alla dignità, momen-taneamente anche la spocchia per quanto riguarda musica e cultura, e prendendo una pausa da me stessa mi sono trasformata in una vecchia zitella che si consola tuffandosi in vezzosi telefilm per adolescenti, che è un po' come venire piantata a 50 anni dal marito dentista per la segretaria sbarbina dello studio e reagire mettendosi in minigonna quando arriva il giovane giardiniere.
Dirò di più: è un telefilm che scopiazza allegramente intere parti da un altro telefilm e da una stucchevole serie di film che hanno spopolato per primi, ma che devo farci, è una fregatura questa cosa che i vampiri dell'Ottocento hanno sempre l'aria british che in un uomo mi fa proprio capitolare (salvo poi, una volta insieme, incazzarmi da morire perché non dimostra i suoi sentimenti e non reagisce. La coerenza prima di tutto).
E per la cronaca, comunque, il mio preferito è il fratello malefico.
E soprattutto sarà sempre meglio che tuffarsi, nell'ordine: nei vasi di nutella, nelle giornate di pioggia durante le quali prodursi in riti del 1692 discendenti da Salem, in acquisti compulsivi di edizioni limitate di Dostoevskij o, assai peggio, nelle lenzuola di vecchi e cari amici con i quali hai in sospeso un paio di situazioni irrisolte causa tempi di attrazione sbagliati (sì lo so, in questo momento la mia maturità emotiva è devastante. Capita.)
Così oggi ho rifiutato l'invito a cena di uno di quei vecchi amici, ho comprato un meraviglioso paio di scarpe e sono rimasta tranquilla, e a questo punto del discorso i telefilm caramellosi sembrano quasi una dimostrazione di saggezza.

giovedì 16 settembre 2010


Certo, c'è un po' di pressione. Che Fra sia il mio Will ed io la sua Grace un po' la alleggerisce, con buona pace della sua bistrattata eterosessualità. Ma come definire Postman che ti comunica che deciderà cosa fare della sua vita in base alla tua? Che se tu molli, lui molla. E poi vi date alla pazza gioia.
Io non sono una guida. Io mi perdo e ti faccio scoprire gli angoli, è questo che faccio, ed è un'altra cosa. Io guardo il sole la pioggia e gli stivali da tirare fuori prima del primo freddo, e poi libri tanti libri, e odore di carta e maglioni e bottiglie da stappare e discutere col gatto tentando di convincerlo, e arrabbiarsi e poi sorridere. Sporcarsi le mani di gesso ed aprire il barattolo di nutella convinta di assaggiarne "solo un cucchiaino". Ho cose da raccontare e posti da vedere e sfide da perdere per aver tentato, e un dialogo a due con l'Epicocco dal tendine spezzato che arriva sempre al punto giusto e rimette, dopo due mesi, le cose al loro posto.

Io sto qui, e scrivo, e perdo tempo.
Salgo in treno e scorgo questo signore dal naso rubizzo ed un bellissimo quaderno che lui usa per scrivere e, soprattutto, disegnare. Mi piace la sua calligrafia; i disegni un po' meno, sono approssimativi, e porta anche le unghie lunghe come se suonasse la chitarra e allora mi chiedo quante altre cose sappia fare, e se tutte in questa maniera, sghimbesce.
Non so nulla di lui se non che è vecchio e somiglia a Babbo Natale. Potrebbe essere nato nel 1928, sposato nel '58, russo, tedesco, aggiustare cavi elettrici, perché non credo disegni di professione. Ma quando lo fa mi incuriosisce, disegna in modo diverso dal mio scrivere compulsivo e incontrollato: è come se obbedisse a una passione concreta e ordinata, al compito umano di portare avanti il mondo, perciò al diavolo la mia fermata, rimango fino al capolinea!

E mentre proseguiamo non sono più dietro le quinte, lui mi ritrae, è solo uno schizzo ma basta a lanciarmi sul mio palco capovolto. Mi muovo troppo, lo so che mi muovo troppo. Va benissimo, risponde lui in un inglese che non è da inglese, ma non lo so di dove sia, perché non parliamo del mondo, limitandoci all'essenziale del nostro improbabile incontro. Mi piace che non si faccia spaventare dal mio muovermi troppo. Non ho mai conosciuto nessuno che non si lamentasse.
Alla fine vorrebbe regalarmelo, quello schizzo, però che dire, piacere di averti incontrato, non importa, grazie mille, mi fa compagnia l'idea che lo tenga lui.

martedì 31 agosto 2010

Incipit (4)

"Che ci fai di nuovo in soffitta? Angelo, è di nuovo in soffitta!" si lagnava mia madre quando rileggevo Orgoglio e Pregiudizio, cosa che non mancavo di fare ogni estate, da quando a quattordici anni mi ci ero fortunosamente imbattuta nella libreria di famiglia.
Approfittavo delle giornate di pioggia, quando un ticchettare malinconico ed il fruscio di ogni pagina sfogliata erano gli unici rumori che mi raggiungevano, lì sotto il lucernario. Oppure aspettavo la sera, quando trattenendo il respiro mi accostavo alle porte delle camere in attesa che i discorsi s'incrinassero e i respiri diventassero regolari; il disco di Greshwin di mio padre sfumava da solo in sottofondo, senza che nessuno più se ne occupasse. Allora mi sentivo libera di piombare nella mia vita segreta con un tonfo.

(La Dormeuse)

domenica 29 agosto 2010

Incipit (3)

"Il villaggio di Aka cominciava dove finiva il resto del mondo. Be’, non è che le cose, lì, andassero diversamente che nel resto del Sudafrica: era solo un altro avamposto dell’Apartheid. Però la sera, ecco, la sera le file disordinate di strutture in mezzo al fango sembravano vivere di regole diverse: la polvere si colorava al sole diventato fuoco, e di nascosto aprivano silenziosi mercati in cui potevi comprare ogni cosa, anche quelle che non riuscivi ad immaginare.

Era tutto quieto. Delle 130 famiglie che lo popolavano, ne rimanevano solo 75; molti se n’erano andati per cercare lavoro. Alcuni erano morti. Questa era una cosa che dava il senso del tempo, in mezzo alla monotonia di giornate tutte uguali scandite solo dai divieti: il loro tempo non si contava a giorni, ma a disgrazie. “Quando hanno ucciso questo,” o “prima che bruciassero la casa del panettiere”.


(Il Consiglio per la Classificazione delle Razze)

Incipit (2)

Prima di tutto noto la chitarra. La tiene così, senza custodia, in mano come farebbe con un vecchio amico per uscire.
Mentre sale i tre gradini del vagone passo ad osservargli le mani, da cui decido che è garbato e pulito nell'aspetto: forse l'ho agganciato nei ricordi a vecchi colleghi, è il mio solito vizio di restare incastrata in quello che è stato, come una specie di deleterio piano di vita.
Non che abbia sempre avuto un piano: però ho sempre avuto sogni. I sogni ti sfiancano, ti fanno anche del male perché ci mettono un secondo ad andare storti, costringendoti ad improvvisare. Comunque pare che non sia un granché come metodo per inquadrare le persone, infatti mi sorprende la sua cresta rossa e rancorosa sulla faccia ispida. Deve essersi appena alzato, nonostante sia già passato mezzogiorno. Tutto sommato, credo, è davvero gentile quel modo di tenerla, spostarla, abbracciarla senza invadenza perché in treno non scivoli via.
Stretta fra le dita la birra si sta facendo calda. Forse quando scenderò non avrò più tanta voglia di berla, ma ho pensato che potesse servirmi per affrontare il viaggio. Avrei preferito una bottiglia di vino, un Amarone eccezionale per brindare al nuovo corso, ma poi che avrebbero detto di una ragazza che frigna stringendo un Amarone?
“Biglietto”, irrompe il controllore nel vagone vuoto.
“Prosit,” avrei potuto rispondergli.

(Ricordi da Undergraduate)

Incipit (1)

Il signor Camillo è molto premuroso da quando è morto: sta alla finestra tutte le mattine con il gatto Arturiano - non Arturo, l’ha chiamato proprio Arturiano perché suonava più nobile, come un imperatore. Perciò da quando è morto sta lì con Arturiano e mi saluta con la mano quando esco per andare al lavoro. Mio nonno era il suo migliore amico, anche se poi si accigliava spesso per la sua invadenza e anche per i peli di gatto, perché il signor Camillo è un po’ così, bonariamente cialtrone e comunque in realtà io mio nonno non l’ho mai conosciuto. Sarà per questo che, lui, non lo vedo mai.

(Nebbie)

Storie e incipit


Non posso nascondere che, in questi mesi, sono le storie ad avermi aiutata a tirare dritto. Oddio, dritto. E' un concetto forse un po' estraneo al mio modo di muovermi: diciamo piuttosto avanti, o comunque da qualche parte. Mi hanno aiutata a rimanere in piedi.
E adesso tutte queste storie fanno parte di me come le macchie d'inchiostro rimaste sulle dita, e quando un giorno tornerà le troverà insieme a me, tutte lì al mio fianco, ad aspettarlo. Sono loro che l'hanno reso possibile, perciò, se vorrà restare, dovrà accettare anche loro insieme a me.
Ecco perché comincerò a lasciarne alcune qui: per ogni storia, una traccia. Un indizio per ogni giorno che è passato.

giovedì 3 giugno 2010

Cose da donne



« Quand’ero più giovane io, Orgoglio e Pregiudizio, lo rileggevo spesso; era il mio libro preferito.

Laura finiva per canzonarmi ogni volta che me lo vedeva in mano, e mi beccava invariabilmente perché abbiamo sempre fatto tutto assieme: superiori, scuola per infermieri, lavoro in pediatria. Allora un bel giorno l’ho comprato in lingua originale per usare il pretesto di migliorare la lingua; non so se mi abbia mai creduto.

Il fatto è che, quando uno legge per la decima volta Orgoglio e Pregiudizio, c’è di mezzo per forza Mr. Darcy. Non trovi cantante o coetaneo abbronzato che tenga: non c’è confronto con quel meraviglioso principe azzurro.

Simone l’ho conosciuto di notte, e con quegli occhi penetranti, Mr. Darcy poteva esserlo davvero; poteva essere uno spirito antico per quel modo cortese di guidarmi tra i vicoli ed il profumo di aranci. La gente sedeva ai tavolini all’aperto, negli angoli delle strade, sui marciapiedi, e lui mi aiutava a schivarli tutti.

La porta del locale, mi ricordo, era verniciata di rosso.

La sera dopo abbiamo fatto l’amore alla finestra: era il terzo piano ma chissà se qualcuno ci ha visti. Bisognerebbe conservare quel coraggio di fare l’amore all’aperto, anche al freddo o dentro una macchina più sgangherata della vespa del nonno. Bisognerebbe portarselo dietro per ricordare il significato delle cose anche dopo essersi trasferiti in una casa vera, con la veranda. È bella la mia casa: ci ha pensato Simone a costruirla, lui se ne intende. Ha lavorato molto per potersela permettere.

A volte mi è capitato di sentirmici un po’ come in un vestito troppo stretto, anche se è così grande. Però dopo un giorno o due mi passa. Mi stiracchio, guardo il gatto e le foto del matrimonio (sembra l’altro ieri ma son già andati due anni) e mi passa.

Mi piace uscire sul terrazzo, guardare il sole che scopre i gerani se ho avuto il turno di notte. Mi piace passare a prendere il gelato mentre aspetto che Laura arrivi: viene sempre a trovarmi, quando abbiamo il turno di notte. Simone è al lavoro e ci godiamo questi pomeriggi di chiacchiere a gambe nude sull’erba. Sono momenti fatti di niente, di pelle nuda e gelato alla fragola, eppure per ognuno servirebbe una foto almeno quanto per il mio matrimonio.

Quando glielo dico, Laura mi canzona. Lo faceva anche quando ho incontrato Simone, perché era tutto abbronzato ed aveva queste idee un po’ decise; poi quando ho deciso di sposarlo, due anni fa, mi è sembrata triste. Mi ripeteva “Ti auguro solo la felicità, ma stai attenta” ed io non capivo che problema avesse: certo, eravamo un po’ distanti dalle profondità d’animo di Mr. Darcy, però mi amava molto. È sempre stato un gran lavoratore, Simone, uno di quelli di cui ti puoi fidare.

Fortuna che hai un fratello intelligente,” sospirava lei ed io, lo ammetto, ho creduto che fosse gelosa.

Ma io, che sono sua moglie, lo capisco. Per esempio, Orgoglio e Pregiudizio non è solo Mr. Darcy: c’è tutto questo aspetto sulla necessità di avere figli maschi, nella società dell’epoca, per poter trasmettere in eredità case e territori che altrimenti andavano perduti. O, nel migliore dei casi, a qualche lontano e imbolsito parente.

Per tutto il romanzo Elizabeth e le sue sorelle devono lottare fra la possibilità di sposarsi per amore e la necessità di garantire un futuro alla famiglia.

Anche per noi era così, un tempo: le donne non avevano il permesso di lavorare e la fabbrica, i campi, a chi avresti potuto lasciarli? Quando glielo ricordo, Laura scoppia a ridere. Mi dice: “Guarda che il primo figlio maschio serve solo ai regnanti, e nemmeno a tutti!

Però è stata carina con me. Quando sono finalmente rimasta incinta è venuta a trovarmi con un’albicocca, me l’ha passata sul viso. Sarà così la sua pelle?, mi chiedevo. Lei lanciava in aria la tutina azzurra che aveva comprato Simone. Mi ha portata per la strada a ballare il valzer, mentre saltellava le si è rotto un tacco e si è messa a ridere, aveva le guance arrossate in modo quasi violento, come un palloncino che stesse per spiccare il volo.

Ho sempre temuto che lo facesse. Partiva con questi discorsi astrusi sul suo fidanzato che lavorava in qualche ospedale dell’Africa, e si arrabbiava tantissimo per la condizione precaria delle donne. Io non le rispondevo mai, perché avevo paura che un bel giorno decidesse di raggiungerlo. Trovo che stare zitta risolva molte cose.

Anche quando Simone ha dichiarato di non volermi accompagnare alla prima ecografia perché “sono cose da donne” sono rimasta zitta. Ci è venuta Laura a stringermi la mano, e sembrava più preoccupata di me, anche quando ci hanno detto che la bambina stava bene. La mia bambina grande quanto un’albicocca.

In fondo te lo sei scelto” ha sospirato alla fine, ed io sono stata zitta ma mi dava fastidio che lo criticasse. Ho provato tante volte a spiegarle che lui fa un lavoro faticoso, che quando torna non è giusto fargli pesare le sue debolezze e che non è colpa sua se è stanco e non abbiamo più quei giorni d’estate in cui si ascoltava musica sotto l’acacia e si beveva vino bianco preso da una bacinella colma di ghiaccio.

Non ci eravamo mai voluti bene come allora,” rispondeva lei con la malinconia nella voce. È la vita che scorre e che rotola, pensavo, ma mi sembrava quasi che mi rimproverasse, perciò stavo zitta.

Anche con Simone sono stata zitta quando sono tornata a casa e lui si è arrabbiato: si è arrabbiato così tanto, perché non era un maschio, che tacevo perché speravo di non litigare ma lui continuava ad arrabbiarsi; ha litigato anche con mio fratello quando è intervenuto per difendermi.

Ha sbattuto la porta mentre usciva, senza guardarmi, ed è una settimana che non torna. Io cerco di restare in casa più che posso perché ha dimenticato le chiavi e non vorrei che arrivando non trovasse nessuno, però questa mattina sono andata al mercato: ho comprato una cassetta di albicocche e nel frattempo, quando la notte mi sento un po’ sola, me le struscio sul volto per avere compagnia. »



(purtroppo, questa è vera)

mercoledì 13 gennaio 2010

Grazie grazie grazie

La verità è che sono diventata egoista.

Capita che mi facciano notare che sono meno allegra di un tempo, meno felice ed entusiasta del modo che avevo di portare avanti le mie giornate. Be', sono pure egoista.
Sono sempre stata quel tipo di persona che - non te l'avrebbe mostrato neanche a morire - ma leggendo il giornale, guardando il tg, si sentiva un buco grosso allo stomaco. Sto parlando non di quelle avarie politiche che mi fanno incazzare ma delle persone.

Rimanevo lì con un singhiozzo nel cuore insieme ai disperati impotenti di Rosarno, a quegli omini piccoli piccoli che blateravano di "troppa tolleranza" dopo averli lasciati mangiare a terra, dormire a terra come i cani, peggio dei cani. Rimanevo lì a prendermela con i miei antidolorifici per il mal di schiena, io che non vivo 15 ore al giorno piegata come un mulo e pagata come un asino. Ritrovavo gli esseri umani alla voce di quel parroco che scacciava i farisei bianchi dalla sua chiesa, che calpestava il presepe di Natale perchè quegli uomini, prendendosela con i deboli e i disperati, dalla sua chiesa in rovine ci erano usciti da soli. Quegli uomini, noi uomini. Che non abbiamo visto. Sentito. Non ce ne siamo voluti accorgere finchè non hanno sfasciato la nostra preziosa macchinina.
Rimanevo lì con quel bimbo piccolo, ma piccolo, che in barba a tutte le paure di bambino, ai saggi pensieri convenzionali cui avremmo dato retta noi adulti, si alzava senza esitare, senza barcollare, per consolare quella bimba piccola, ancora più piccola mentre veniva maltrattata dalla maestra. Le faceva una carezza (quella che avrebbe chiesto anche lui, perchè le carezze ti fanno sentire meglio anche con il terremoto) mentre veniva rimbrottata, malmenata, gettata nel suo stesso vomito.
Quel bambino che non si lascia paralizzare dalla paura, dalla tentazione, è qualcosa di pulito e di onesto. E' coraggioso e innocente e di fronte a lui sono profondamente egoista, perchè sento parlare di 100.000 morti e vedo orrore e mutilazioni e orfani e vite squarciate, e la prima cosa che penso, che ripeto, che mi grido dentro è Grazie, grazie, grazie.

Grazie perché non c'era.

Grazie perché questa volta anche l'ipotesi Haiti era stata avanzata, e tutto sommato sembrava la meno pericolosa e invece alla fine con MSF hanno scelto di nuovo Congo e lui adesso non è lì, non è lì perchè è salvo; anche se non è con me, anche se nemmeno oggi ha scritto, se tornerà e poi ripartirà di nuovo perchè è quello che ha scelto ed io ci starò male e mi sentirò triste, e poi mi sentirò in colpa per essermi sentita triste... anche se non ne posso più, lui anche questa volta è salvo.

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