lunedì 17 settembre 2012
Non dormo da te perché ti sveglieresti con la gola in fiamme, e dato che venerdì avete un concerto mi sentirei Yoko Ono.
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venerdì 28 ottobre 2011
lunedì 13 giugno 2011
Perciò, davvero, non è mica egoismo. Altrimenti perché le persone tornerebbero quando hanno bisogno di me? Non si tratta di "nel momento del bisogno" in senso opportunistico, è più una cosa emotiva, perché se sanno dove sono, sanno che possono trovarmi sempre - il che appare come un grosso controsenso, pronta come sono a scalciare e fuggire lontano. Ma è pur vero che se fra un anno o dieci avrai bisogno di me, anche se mi ero staccata per un litigio o perché hai preteso cose che non avevi il diritto di pretendere, mi troverai. Non nel 100% dei casi, certo: una delusione troppo grossa, o un matrimonio del fratello da organizzare. Però quasi. Ex amici, ex fidanzati - il fatto è che sono indipendente da loro, sono fondamentalmente molto (troppo?) indipendente dalle persone, e non avendo bisogno di loro posso starci per il semplice piacere di starci, oppure perché sono diventata più indulgente: mi ha fatto tenerezza, sabato, il mariachi. Mi ricordava Marta, con cui ci eravamo allontanate per un periodo ma poi, quando è stata male, ero io la persona che voleva al suo fianco. E' da me che è venuta con tutto il suo pudore che le impediva di spiegarmelo a voce.
Certo, il rapporto che ho avuto con Marta non è paragonabile a nulla di recente (o forse a nulla soltanto), ma sabato notte, poi, ho sognato Lambiel, che farà ridere ma aveva la camicia bianca e azzurra a righe che metteva in quegli anni lì, di Marta e di allegra innocenza.
giovedì 28 aprile 2011
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domenica 17 aprile 2011
martedì 15 marzo 2011
Di solito non supero gli anziani che camminano piano, per non ricordarglielo.
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giovedì 16 settembre 2010
Io non sono una guida. Io mi perdo e ti faccio scoprire gli angoli, è questo che faccio, ed è un'altra cosa. Io guardo il sole la pioggia e gli stivali da tirare fuori prima del primo freddo, e poi libri tanti libri, e odore di carta e maglioni e bottiglie da stappare e discutere col gatto tentando di convincerlo, e arrabbiarsi e poi sorridere. Sporcarsi le mani di gesso ed aprire il barattolo di nutella convinta di assaggiarne "solo un cucchiaino". Ho cose da raccontare e posti da vedere e sfide da perdere per aver tentato, e un dialogo a due con l'Epicocco dal tendine spezzato che arriva sempre al punto giusto e rimette, dopo due mesi, le cose al loro posto.
Io sto qui, e scrivo, e perdo tempo.
Salgo in treno e scorgo questo signore dal naso rubizzo ed un bellissimo quaderno che lui usa per scrivere e, soprattutto, disegnare. Mi piace la sua calligrafia; i disegni un po' meno, sono approssimativi, e porta anche le unghie lunghe come se suonasse la chitarra e allora mi chiedo quante altre cose sappia fare, e se tutte in questa maniera, sghimbesce.
Non so nulla di lui se non che è vecchio e somiglia a Babbo Natale. Potrebbe essere nato nel 1928, sposato nel '58, russo, tedesco, aggiustare cavi elettrici, perché non credo disegni di professione. Ma quando lo fa mi incuriosisce, disegna in modo diverso dal mio scrivere compulsivo e incontrollato: è come se obbedisse a una passione concreta e ordinata, al compito umano di portare avanti il mondo, perciò al diavolo la mia fermata, rimango fino al capolinea!
E mentre proseguiamo non sono più dietro le quinte, lui mi ritrae, è solo uno schizzo ma basta a lanciarmi sul mio palco capovolto. Mi muovo troppo, lo so che mi muovo troppo. Va benissimo, risponde lui in un inglese che non è da inglese, ma non lo so di dove sia, perché non parliamo del mondo, limitandoci all'essenziale del nostro improbabile incontro. Mi piace che non si faccia spaventare dal mio muovermi troppo. Non ho mai conosciuto nessuno che non si lamentasse.
Alla fine vorrebbe regalarmelo, quello schizzo, però che dire, piacere di averti incontrato, non importa, grazie mille, mi fa compagnia l'idea che lo tenga lui.
sabato 3 luglio 2010
Non l’avevo mai visto tenere una lezione. L’avevo incrociato, il primo giono di università, molti anni fa – e quella scena mi era bastata.
Io avrei vissuto la mia carriera universitaria, lui la sua, possibilmente senza incrociarci e senza che questo rattristasse l’esistenza di uno dei due. In fondo era seccante, ora, dover sostenere un esame con lui, una cosa da mastercard… ma sedersi all’appello in mezzo a decine di imberbi e vedere Tomicio che entra da quella stessa porta, be’, non ha prezzo, e vale pure la pena di sorbirsi il prof.
Però, ecco, c’è una cosa che mi piace di me ed è questa capacità di superare, in caso, un’antipatia nata a pelle: se un giorno sbuca l’occasione, non mi rifiuto di cambiare idea; oppure, senza arrivare a tanto, di godermi il momento allontanando, finché dura, i preconcetti per riuscire a ricavarne tutto il buono che posso.
C’è anche un’altra cosa che mi capita spesso: a quei prof odiati e temuti e universalmente riconosciuti come Gran Ciambellani della Bastardaggine, io piaccio. Al momento dell’esame si finisce sempre per trovare un dialogo fluido e interessante e per nulla viziato dalle differenze di status, qualcosa che lascia entrambi evidentemente soddisfatti. Da ringraziare per aver potuto sostenere quell’esame, robe da matti.
Così è andata ieri. Proprio nel momento giusto sono arrivati questi 45 minuti di esame orale che più che un esame sono stati uno scambio (in cui sono riuscita a trascinarlo, sebbene si trattasse di traduzione, evoluzione e registri della lingua anglo-americana, in un’appassionante discussione sui Malavoglia, su scarsi narratori contemporanei che utilizzano l’inizio in medias res per coprire le loro carenze, e sulla Califfa di Bevilacqua).
È stato bello, anche, quando verso la fine dell’esame mi ha chiesto: Lei lavora? – e non per bistrattare ciò che evidentemente distraeva e rallentava il mio percorso, ma perché “aveva notato in me una maturità sicuramente sconosciuta alle colleghe presenti, ed una capacità, man mano che l’esame avanzava, di sovrapporgli un processo di autoanalisi ed autovalutazione molto più importante dell’esame stesso.”
“Perché avevo una buona preparazione di fondo, una cultura generale che mi permetteva di spaziare e collegare argomenti con indiscusse capacità logiche.”
“Perché non era stato un esame univoco ma uno scambio in cui lui portava qualcosa ed io portavo qualcos’altro, e tutto ciò valeva molto più di qualunque voto su un libretto”, e quando gli ho spiegato che sì, in effetti mi dispiaceva che lavorare allungasse così tanto i miei tempi, ma quello che era certo è che mi aveva dato una consapevolezza completamente nuova nell'affrontare anche gli studi, lui mi ha consigliato di leggere Allan Sillitoe.
E lo sto scrivendo qui non per bullarmi ma perché non vorrei, col tempo, rischiare di dimenticarmi di tutto questo.
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