amo le rughe, la rabbia, le ninnenanne, la carta, appiccicare cose alle pareti, avere le dita sporche d'inchiostro, il pane, l'acqua, camminare scalza, i lucernari, le vecchie corde della mia chitarra, le biblioteche, leggere tra le righe, i treni,le altalene, perdermi, i bastoni della pioggia, le bacchette magiche, i pistacchi, i pacchetti, i regali, il mojito, fare l'amore, la polvere innamorata negli occhi.

giovedì 27 dicembre 2012

I won't back down /2


Hey baby, there is no easy way out
I will stand my ground
And I won't back down

 


mercoledì 26 dicembre 2012

I won't back down




Il mio compleanno è iniziato con una serenata alle otto del mattino, col Carota che si prende un giorno di ferie per portarmi al lavoro e mi fa trovare in macchina, nascosto dietro a un ombrello, anche Luca con la chitarra. Luca che non si sveglia mai prima di mezzogiorno, Luca con cui litigavo da due settimane. Luca e il Carota che quasi un anno fa, in tempi non sospetti, si erano dimenticati di dedicarmi quel Johnny Cash durante un concerto, e io ancora glielo rinfacciavo, ed allora si sono fatti trovare lì fuori casa mia, nella macchina alle otto del mattino, a cantarla e suonarla solo per me come due mariachi.

Ad essere precisi il mio compleanno è iniziato con la figura materna che mette le candeline alte e sottili sui savoiardi per la colazione, quelle che si sciolgono guardandole e che infatti, dopo essersi chinate l'una verso l'altra, formano un'unica candela la cui fiamma tenta un principio d'incendio e abbrustolisce tutti i biscotti e quasi la casa. La serenata è arrivata dopo. E dopo ancora, un pomeriggio intero solo col Carota, a cantare i Mumford in macchina e scovare trattorie di campagna dove ordinare pappardelle per poi pentirsene, non appena assaggiata la costata che ha preso lui. E poi coccole e dodici rose rosse e tanto amore, sul letto sul divano e anche sul muro, senza fermarsi mai se non alla fine del mondo. Che non è arrivata.

E quel biglietto per il concerto dei Mumford a Firenze, ché saranno anche 30 (o come dico io, il primo anniversario dei 29) ma c'é ancora spazio per divertirci.

martedì 18 dicembre 2012

I have been planning out All that I'd say to you
[...] Please say that if you hadn't gone now
I wouldn't have lost you another way

Chissà se era lui, quello che faceva benzina ieri col bavero alzato in mezzo a quel vento freddo. Mi sembrava lui, ci siamo guardati di fretta, col Carota che faceva benzina e giocava a bloccare l'erogatore a 50 euro esatti come quella notte il 6 agosto.

Non lo vedo da anni. Non so che fine abbia fatto, penso stia sempre con la stessa ragazza un po' acida, si sarà sposato? Non mi importa molto. E' strano come possano sparire dalla tua vita persone che ne hanno fatto parte con cadenza regolare, ma ero troppo piccola e lui era un'occasione che non ho avuto il coraggio di cogliere e, a conti fatti, quale occasione? è andata molto meglio così. Più che di una persona, all'epoca, avevo bisogno di rimanere coerente con me stessa. Dovevo ancora scoprirmi, come potevo dedicarmi a qualcuno? Non ho rimpianti. Se penso all'amore, non ho nessun rimpianto. Sarà perché ho sempre dato tutto quello che potevo dare e me ne sono andata quand'era ora di andare, senza crogiolarmi. Sarà perché sono felice. 

Un passato ce l'abbiamo tutti - lo so che sarebbe bello, a volte, che la persona di cui siamo innamorati sbucasse dal nulla il giorno in cui è diventata nostra, ma non sarebbe più quella persona. Non ho grossi problemi con le ex, anche se a dire il vero di solito sono loro ad averne con me. Il problema della ex del Carota non è, dunque, che sia la sua ex. Tutti hanno ex, se sono sani di mente e l'altra sua ex mi è pure simpatica. E C. non è proprio il tipo di persona di cui potrei, onestamente, sentirmi gelosa. 

E allora perché mi sento triste?

Mi sento triste non perché stava con lui ma perché c'ero quando stava con lui, me li ricordo. Mi sento triste perché è un'altra cosa muoversi in una casa in cui trovi le sue tracce dappertutto, i suoi ti amo di bambina e le loro vacanze. Mi sento triste al pensiero che il nostro letto fosse il loro letto, che i nostri posti fossero i loro posti, soltanto pochi secondi fa. E che lo fossero perché lui ci credeva. Mi sento triste perché in quella storia lui ci si era buttato subito a capofitto, prima di rendersi conto che si era sbagliato; perché credeva che lei fosse la donna della sua vita e si comportava come tale, e a volte mi chiedo quale possa essere allora la differenza con me: una cosa è sapere che credeva che la persona con cui era stato per anni, tempo fa, fosse quella giusta, e un'altra pensare a come, nel giro di un anno e mezzo, sia stato capace di incontrare lei, credere di amarla, dirglielo e ripeterglielo e ripeterglielo ancora, decidere di andarci a vivere insieme, rendersi conto di aver sbagliato tutto ed andarsene, trovando poi me su quella nuova strada, meno di un mese dopo. Come si può cambiare idea così in fretta su temi fondamentali? Come si può pensare la stessa cosa di me e di lei? Possiamo inventare parole nuove, perché quello che dice a me non abbia nemmeno apparentemente lo stesso valore di quello che diceva a lei?
Ogni storia ha le sue ombre, e questa è la mia. Non il fatto che abbia avuto una storia importante, ma il fatto che non lo fosse e solo la fretta e la leggerezza l'abbiano fatta sembrare tale, svalutando questi mesi che dovrebbero essere solo nostri, sprecando posti che avrebbero potuto essere solo nostri e appesantendo momenti bellissimi che non sono più solo nostri, se li ha buttati via per viverli con una storia che non se li meritava.

Ma soprattutto mi sento triste, stasera, perché sono quasi 30 e arrivarci senza di te, Martina, mi spezza.

So you had to go, And I had to remain here...



martedì 11 dicembre 2012




Sensazioni, emozioni, odori, ricordi. Vagonate di impressioni che ci portiamo dietro fin da piccoli, per un momento preciso successo un giorno che adesso non si sa più quale sia. Quand'è stato che ho iniziato ad odiare il caffè così tanto che non posso nemmeno sentirne l'aroma? Quando, per cosa? Quando il grattarmi la testa in una certa zona è diventato una fonte indescrivibile di benessere? La figura materna dice che da neonata quello era il suo modo di farmi addormentare: è stato da lì? La sensazione di disagio, in inverno, per la doccia troppo calda quando fa buio, ché è domenica e si va alla messa delle 18, quella che ti interrompe a metà e rovina tutta la giornata. Quanti, per quelli che portiamo con noi, sono andati perduti?
Per un odore di crema solare al cocco che mi catapulta a quei momenti di assoluta libertà di luglio e agosto al mare, subito dopo pranzo, mentre tutti dormono e il bello della giornata deve ancora venire, quando le amicizie e le novità promettevano ancora l'infinito e non c'era nulla a compromettere l'allegria e le emozioni esagerate - quanti altri sono rimasti alle spalle?

Poi cresci e scopri che i primi della classe sono quelli che non sanno nulla, perché non si chiedono nulla di tutto questo, non si chiedono le cose. Non alzano il naso dai libri (il che fa ridere, lo so, detto da una che, tra i libri, lo considera uno dei posti più belli in cui mettere il naso) e dalle verità precotte. Non guardano, non toccano, non hanno punti di domanda e sono convinti che il mondo non faccia altro che starli ad aspettare, come Polillo che parla dei tedeschi e degli italiani.

Ti voglio bene, postman, sei stato veramente un mio amico ma la verità è che io con la tua vita ormai c'entro poco, perché tu hai questa capacità di sostituire le persone giacché l'importante non è chi, ma il ruolo che ricoprono in relazione a te, e sappiamo bene che io sono stata sostituita da un pezzo. Perciò non te la prendere, dai, se non vengo al tuo compleanno e scappo fra la neve ed i calderoni di brulé dei mercatini di Natale, a scaldarci le mani col fiato prima di mangiare lo spezzatino di baita e ad un certo punto battere i piedi perché a Trento, quando cala il sole, neanche il brulé ce la fa, tra le luci e le facce di chi, quel po' di bene e quel po' di male, te li vuole per chi sei e non per come gli giri intorno.

sabato 1 dicembre 2012



I ragazzi bevevano forte nell'angolo dell'orchestra 
bevevano roba pesa e andavano fuori di testa 
se ne stavano sopra il palco ad accordare gli strumenti 
con le loro giacche scure e lo spino in mezzo ai denti 
le lucertole del folk giravano le balere 

giravano per suonare ma pensavano solo a bere 

Dammi un tre, dammi un tre, che la gente vuole ballare 
le lucertole del folk adesso stanno per cominciare 
versa qui, versa qui, versa un goccio e sentirai 
le lucertole bevono forte ma non sbagliano quasi mai 

Modena City Ramblers






mercoledì 28 novembre 2012


"..Ma sempre meglio di adesso che vai girando come una sciantosa
e non sei niente, ma fai di tutto per sembrare qualcosa."
F. De Gregori



E perciò, davvero, chi paga stasera? Con gli amici nessuno fa i conti in tasca, stavolta tocca a me, la prossima a te ed i tirchi e coloro che calcolano il centesimo non sono bene accetti o sono, semmai, affettuosamente tollerati.
Che un fidanzato voglia pagare per me è assai carino, se si tratta di coccole e non di "si paga per le signore" e se posso a mia volta pagare per lui, essendo cresciuta con un'idea di indipendenza piuttosto limpida; così come aprirmi la porta è un gesto gentile, non da chi sta pensando che sono una donna ma da parte di chi, allo stesso modo, si pulisce le scarpe prima di entrare in una stanza.
Le calcolatrici, a me, piace ficcarle in tasca quando si va a mangiare fiorentina insieme a persone belle e si sceglie un vino e si sghignazza sulle proprie disgrazie mentre M. tenta di rubarsi tutto il filetto. I centesimi, le liste della spesa, le lascio a chi ha bisogno di scontrini. La "roba" non mi serve, oltre a quel po' che aiuta a pagare treni, chianine, caleidoscopi. Mi tengo la coscienza linda di chi cerca la bellezza, sempre, come il respiro - e alla bellezza, ovunque la trovi, non si paga pegno; non ci si attacca in senso materiale. Devi saziarti guardando, pescandola e poi ributtandola a mare, che sia in un libro o in un quadro o in un momento d'autunno. O in un gatto, ché i gatti ti insegnano velocemente ad amare senza istinto di possesso.

La bellezza ti sgancia; ti monda e ti salva dalle tue stesse, goffe piccolezze. Da chi non vota e si lamenta di chi viene eletto; da chi ti insulta perché chiedi lo scontrino; dalle ex che si affollano nei tuoi week-end, quella che ti contatta e tu non sai chi sia e quella (solita) che si sfoga con te delle sue tragiche tribolazioni, poi arriva con il nuovo fidanzato e non ti saluta ostentatamente, poi ti interrompe se parli con qualcuno perché scopre di avere qualcosa di assolutamente fondamentale da comunicargli e poi, quando esci dal locale e ti ficchi nella nebbia e ti baci ed è un bacio dolce, innamorato, lontano da occhi indiscreti, convince il fidanzato ad uscire con lei per gridarti "ciao-o" nell'orecchio. Ma a 24 anni i comportamenti non dovrebbero essere più veloci del buonsenso o dell'armonia, a meno che non servano ad essere assurdamente felici.

Forse ti aspettavi solo vino barricato, C., che ora ti rivolti all'improvviso; certi aromi fruttati, senza asperità, accattivanti e tutti simili, allineati l'uno all'altro come soldatini obbedienti. Forse credevi che bastasse la scorciatoia per essere felici; che bastasse il mosto.
Ma come si fa senza aver mai rotto nulla, un bicchiere o quel fiasco che portavi di peso? Il neutro, io te lo lascio: la vaniglia, gli sbiancanti artificiali, ricordi soppiantati da altri ricordi e felicità cercata col goniometro. Non barare, dai, non barare coi tuoi calvari, coi polpettoni malinconici: siamo tutti in questo bar ombroso come un cavallo a bere vino che gratta in gola. Tra una cianfrusaglia e l'altra che racconti, ti fermi mai a pensare ai temporali di luglio? A conti fatti, ridere per non piangere è sempre meglio che piangere per farsi veder piangere, e il dialogo è sempre più buono da bere di un monologo.

E la bellezza di fare cose sciocche, anche: scovare una nuova enoteca, comprare per la prima volta un cappello, spegnere la luce per ascoltare una canzone. Parlare di una mostra, trovare un vecchio amico alle primarie, col vecchietto al bar di fronte che chiama macachi quelli che vanno a votare e si fanno fregare i 2 euro mentre compra un gratta e vinci da 10. Trascinare 5 persone al concerto di Cristina D'Avena e arrivare troppo tardi. Lasciare le chiavi appese alla macchina e trovare qualcuno che te le restituisce. Fermarsi a guardare i poggioli, le luci, le foglie, le foto in bianco e nero. Vestirsi di rosso.

sabato 24 novembre 2012

Thanksgiving

"E' necessario che una donna lasci un segno di sé, della propria anima, ad un uomo perché a fare l'amore siamo brave tutte."
Alda Merini


Quello di cui sono grata è il 2 dicembre 2011, quando il mondo mi è cambiato sotto il naso senza che me ne rendessi conto. C'è voluto qualche altro mese, circa sei. A te un po' meno, forse.
Mi piace, perciò, ripercorrere quel passato ignaro, trovare coincidenze e segni che, a riguardarli, sembrano comici adesso. L'amicizia che nasceva spontanea, senza nessun fine sospetto, come l'erba lungo le scarpate che viene su da sola; parlare e pensarla allo stesso modo e difendersi, anche. E tu che nemmeno ci pensavi perché avevi una ragazza e perché, dicevi, non avevi speranze con me. Ed io che nemmeno ci pensavo perché avrei trovato un inglese allampanato da qualche parte, e invece eccoci qui, a tormentarci di "ti ricordi..."

Ti ricordi quella volta, era la prima volta che ci parlavamo e non ti sono piaciuta, perché ti sembravo altera; tu nemmeno, perché facevi il bullo. Ti ricordi quella volta, mi hai fatta arrivare due ore prima al concerto e sono stata sequestrata da R. che non ha fatto altro che parlare per due ore e mezza. Ti ricordi quella volta, vi siete dimenticati di cantarmi Johnny Cash e adesso ogni tanto ridi, e mi dici che non ti perdonerò nemmeno fra 70 anni in punto di morte (la tua).
Ti ricordi quella volta, facevi l'ubriaco molesto ed io ti ho spinto via. Ti ricordi quella volta, incoraggiavi Gruccia a provarci con me all'aperitivo. Ti ricordi quella volta, mi hai detto che ero bravissima ad eludere discorsi scomodi. Ti ricordi quella volta, era la prima volta che passavi a prendermi e forse, sotto sotto eravamo entrambi felici che la tua ex non fosse venuta, mica per pensieri malandrini (ché i peccatori li abbiamo fatti poi, da liberi), ma solo per passare il tempo insieme a una persona bella.
Ti ricordi quella volta, ero al lavoro e mi è arrivato il tuo sms con scritto "E' tutta la mattina che ti cerco, ma che amica sei!" perché stavi per lasciarla ed eri tu a piangere. E ti ricordi quella volta, mi hai riaccompagnata a casa e quando mi hai baciata mi hai chiesto "Dimmi che non sei ubriaca".

Non lo ero.

martedì 20 novembre 2012

"Quando Miùsov e Ivàn Fedorovic stavano per entrare dall'igùmeno, nell'animo di Petr Aleksàndrovic - un uomo veramente fine e cortese - avvenne un cambiamento repentino e assai delicato: si vergognò della propria collera. Sentì che in fondo non avrebbe dovuto dare tanta importanza a quel poveraccio di Fedor Pàvlovic, che non avrebbe dovuto perdere il sangue freddo e uscire anche lui fuori dai gangheri."
Dostoevskij - I fratelli Karamazov


Novembre è un mese adatto per ammalarsi, per dire di voler fare questo e quello e poi impigrirsi sul lettone, parlandoci, respirandoci, tentando di guardare un film e facendo l'amore sul più bello, e perdere a Ramino a gambe incrociate sopra il materasso. E poi uscire con gli amici per un aperitivo coi cicchetti, tutti molto saporiti e caldi nella pancia, mentre prendi in giro la S. che è rimasta alla festa fino alle 8 del mattino, quando il carro attrezzi stava per portarle via la macchina per fare posto al mercato.

Sono cresciuta in un mondo manicheo, dove i buoni erano leali ad ogni costo ed i cattivi portavano mantelli neri per farsi riconoscere. Quando ero piccola, un giorno, salii in piedi su una sedia e spalancai le ante sopra il lavello; con le mani afferrai una tazzina da caffè e cominciai a spremerci dentro le lacrimucce. La figura materna mi trovò così: con la guancia appoggiata alla tazzina mentre a tutti i costi cercavo di riempirla, per dimostrarle la mia sofferenza.
E poi? Poi sono cresciuta, anche se a volte metto ancora alla prova le persone per vedere se continueranno ad amarmi nonostante tutto. Ho trovato delle priorità (non tutte, non abbastanza). Ma cerco di capire quand'è il caso di mettere via la tazzina - quasi sempre, perché non è proprio il caso di aggiungere teatro alla fatica di svegliarsi al mattino sorridendo o, se possibile, almeno senza digrignare. 
Ad un certo punto, vattelapesca, mi sono innamorata delle debolezze. Mica ci riesco sempre, a non cedere a quel po' di autocommiserazione che ti coccola e ad aver voglia di abbracciare qualcuno quando fa il tragico o il meschino, e non è che adesso andremo in vacanza tutti insieme stretti stretti nell'abitacolo per un mondo migliore on the road. Però siamo vivi, tutti, e guardiamo le cose a volte dal basso, a volte dall'alto, a volte sedendocisi di fianco con un ghigno; ci sopportiamo gli uni con gli altri, coinvolgendoci o spingendoci via, spesso dimenticando che abbiamo i giorni contati, tutti, e che il modo migliore per sopravvivergli è guardarli per quello che sono, ché c'è posto per tutti e non dovremmo far passare il tempo lamentandoci perché il motivo per cui fai così, C., ne sono sicura, è che sei ancora una bambina.
Non per l'età, che 24 mica sono pochi per rendersi conto delle cose - forse lo sarai anche a 80 anni. Le donne, però, sai, magari sono stronze e magari anche aggressive, però non sono gratuite. Sarà una questione di utero, non lo so, ma hanno quel qualcosa di salvifico che ancora ti manca. E se mandi certi sms il sabato sera vuol dire che non hai ancora avuto occasione di imparare l'abc della sopravvivenza. Le cose che fai di notte non sono mai decisioni, C.: sono figure di merda del mattino dopo. E il dolore vero gratta, perché è talmente grande che ti denuda e provi pudore all'idea di mostrarlo agli altri. Oppure gridi ma il dolore vero, C., non va sulla bacheca di facebook insieme all'ultimo taglio di capelli. Non è uno scioglilingua di frasi tragiche e vittimismo verso qualcuno, solo per non permettergli di essere felice.

Fermati, C., strizza gli occhi. Guarda meglio. Guardare dentro mi è sempre riuscito abbastanza bene, e mica per superiorità etica - che in questi giorni mi è servito guardare e riguardare quella foto dei due spazzolini da denti per superare le cose che mi hai detto tra un pianterello e l'altro, per ferirmi - ma perché, non vedendoci di fuori, mi veniva spontaneo rivolgere lo sguardo altrove.

E quella volta, non è stato perché l'ho visto piangere che non me ne sono andata. E non è stato neanche (solo) perché io, per le cose, ci combatto da dentro e non da fuori. E nemmeno (ma anche) perché ha messo me davanti ad ogni altra cosa, perfino se stesso. Ed è il motivo per cui, quando mi chiedono perché stiamo insieme, penso che i veri ciechi siano loro che non sanno guardare.
E' per essere venuto da me tenendo il suo cuore nella mano, esposto, perché ne facessi quello che volevo. Il suo cuore, io l'ho potuto guardare come tu non sapresti fare.

E allora falle, le tue guerre da poveri se ti va, riesci anche a ferirci qualche volta, però noi lo sappiamo, di avere altre finestre da spalancare perché fuori c'è sole o c'è vento e le case chiuse sono case morte, e altri vini da bere e altri concerti da saltare visto che io, la musica, la preferisco ascoltare da sola; e anche con il cinema ho qualche problema, perché se una persona mi piace proprio ho voglia di parlarci e ridere e mettere in pausa per mangiare qualcosa e toccarla e tenere la luce accesa per guardarle la faccia. E poi fare i peccatori e riderci su tanto, tantissimo, e quando usciamo guidare piano, ché la buona compagnia ce l'abbiamo già dentro la macchina e non c'è fretta di arrivare da nessun'altra parte.

martedì 6 novembre 2012


E' che ci sono cose che, comunque, ti faranno arrabbiare. Cose per cui ti devi arrabbiare, perché se non lo fai, se non ti viene voglia di alzarti in piedi e dare a qualcuno del cretino e del disonesto, significa che ti sei ammuffito nelle paludi del qualunquismo e del tuo orticello muto.
Perciò il vecchietto dall'aspetto innocuo che, cinque minuti dopo aver visto per la prima volta te ed un'altra persona, comincia a raccontarvi con astio di quanto sia insopportabile sua moglie che, malata di diabete, non lo accetta e fa perciò ammalare anche lui ed è per questo che il diabete è un castigo divino per le persone cattive e spera che lei muoia prima di lui - 
- quel simpatico vecchietto appartenente a svariati e fanatici gruppi di preghiera (non dimentichiamo truffaldini) il cui capo spirituale gli spiega come le tre categorie di persone che andranno sicuramente all'inferno sono le donne che abortiscono, i medici che le aiutano ad abortire e le persone che non sanno perdonare (notare, oltre all'abbondanza di carità cristiana, la coerenza insita nella frase) - 
- quello stesso vecchino che ti guarda con aria di sfida mentre tu strabuzzi gli occhi chiedendoti cos'avrai mai da dire al riguardo, e quando gli rispondi il più educatamente possibile che quella è evidentemente una frase pronunciata da un uomo comincia a battere il pugno contro il tavolo dandoti (cit.) della testa di cazzo e lanciandosi in spiegazioni scientifiche fornitegli dai suoi amici medici ed infermieri che gli hanno spiegato come sia provato che quelle categorie di persone puzzano prima ancora di morire -
- beh, dovrei davvero preparargli un cartello.

lunedì 5 novembre 2012





Scorgere l'aspetto comico, anche quando hai voglia di arrabbiarti o di piangere. Guardare la vita di lato e riderne, di tanto in tanto, è una cosa che ti salva.
Altrimenti come ci esci viva, dall'esistenza quotidiana? Colazioni eternamente assonnate, tacchi che si rompono, fp e le terapie. La ex del Carota che diventa piccola piccola e trascorre il tempo a confidarsi con facebook anziché con l'analista, enunciando pubblici proclami sul loro eterno amore e sulla loro ex vita coniugal-sessuale (con rara delicatezza verso il nuovo fidanzato), scoprendo improvvisamente e casualmente di non poter fare a meno di posti e persone che prima disprezzava soltanto perché li amiamo noi, e passando quindi dal chiederci di non frequentarli perché lei sarà presente all'annunciare di volergli riportare le sue cose ad una cena con trenta persone. La classe non è acqua - direbbe fm vedendo le sue foto in autoreggenti.
E possono ben dire, gli altri, che le persone fanno così, portano acqua al loro mulino. Non è vero: le persone meschine fanno così. Ho conosciuto persone strane, persone squilibrate e persone stronze, ma -sarò stata fortunata- persone meschine mai; alla piccolezza di chi piange calde lacrime di vittimismo rinfacciando a lui di non averle detto di me mentre lei esce di nascosto con un amico di lui no, non ero abituata. Perciò mi fa arrabbiare, ed ho un bel dirmi anch'io che non ne vale la pena, ma se non mi arrabbiassi più di fronte a quella che vedo come un'ingiustizia non sarei io.
E così mi arrabbio, e poi qualche volta non lo faccio, e poi lo faccio di nuovo. E qualche altra volta, poi, bisogna fermarsi, comprare un cartoccio di castagne, spianare le rughe, portare a casa un catalogo di abiti da sposa il primo giorno in cui il Carota ha messo piede al n.15 solo per vedere le facce. Bisogna correre sotto al diluvio e ascoltare i vecchietti all'osteria che raccontano di quando conoscevano Margherita Agnelli, e andare ai concerti del Carota che ti fa un cuore con le dita mentre canta, con una delle groupies in prima fila che si alza in piedi per rispondergli pensando che sia per lei, e a noi scappa da ridere.


martedì 23 ottobre 2012

Trenta, e perciò si festeggia, che dici, si brinda e si cena l'ennesimo che gira la boa - sbeffeggiato da chi l'ha già passata, applaudito da chi ancora manca. E che tu abbia i jeans sformati o la giacca, a chi importa? Siamo tutti qui, tutti insieme in quell'ingresso stretto che sembra una taverna di briganti lungo la strada. E tutti a camminare di qua, a camminare di là, è una danza di palloncini colorati questa benedetta cena a sorpresa. Per una sera, abbiamo voglia di essere felici senza pudori. E non importa se quando sei felice la gente diventa cattiva, non importa cosa dicono, non importa se la ex del Carota vuole i tuoi posti e le tue persone che prima disprezzava. Stasera non importa. 
E' una serata che gocciola, e non so se chi non conosce la nebbia padana ne abbia, di serate così - che entrare in un covo di briganti è come un'epifania, e poi magari uscire e infilarcisi in mezzo, alla nebbia, per baciarci scappando dal mondo che gocciola e sparisce, e poi sbucano due chitarre e allora si rientra, sì, con due chitarre e tre voci che diventano quattro, diventano cinque poi diventano venti, e il gestore indeciso se fermarci o cacciarci si unisce a noi con un'altra bottiglia di vino, ed una specie di mariachi che suona in piedi sulla sedia perché è tornato a quando di anni ne aveva venti anche lui ed era famoso, e adesso è un po' meno artista e un po' più ubriaco, forse. 
Che poi cosa vorrà dire venti, trenta o sessanta, a me pare che siamo tutti nello stesso punto stasera, la ragazza che voleva il Carota e mi guarda con aria di sfida e quella che viene dalla Siberia e mi racconta che quando scendi dal treno trovi il paese più vicino dopo seicento chilometri di neve e di bosco. E poi a una certa ora il trucco si squaglia, i single fanno i ruffiani e la ragazza ti carambola sguardi, ma fa niente che fuori fa freddo e qui sembra ancora presto ed abbiamo ancora vino.

martedì 16 ottobre 2012

Basta stringerlo un po' più forte, per gioco, quel calice di rosso che tenevi in mano, perché si spacchi in mille pezzi e due persone si feriscano. E' capitato domenica sera, riuniti da qualche parte a scaldarci con le voci e a guardare Baumgartner alla tv di un locale, tifando come si fa solo per i pazzi o i perdenti. Ho pensato, allora, a com'è facile rompere qualcosa stringendo troppo forte; bisogna essere sobri, con le cose cui si tiene davvero.

Mi ci sono ribellata per anni, io che sono impulsiva ed entusiasta e dovevo lottare contro i modi inglesi del Tomtom, e adesso che il Carota è così affettuoso mi accorgo di essere un po' inglese anch'io. Adesso che il Tomtom torna, chiama e scrive solo per essersi accorto delle mie valigie pronte. Ma io non posso tornare indietro solo perché mi è familiare come la strada di casa, o perché, dentro di me, faccio delle incursioni nel passato un'abitudine salvifica - me l'ha insegnato lui, con la sua cautela e la sua costanza, che certi bicchieri non si possono riparare.
Per quante altre volte potrai arrabbiarti, sanguinare, stringere il bicchiere prima che il vetro si infranga? Quante crepe puoi ancora rischiare? Altre mille? Forse una.

Ne ho dovuti infrangere tanti, di bicchieri, per impararlo, e adesso fa così parte di me che non riesco ad immaginarmi senza. Mi dispiace. Dovevi pensarci. E' diverso da me, il Carota, così diverso che qualche volta mi viene il dubbio che lo sia troppo, in quell'eterna bagarre tra il mio cuore e la mia testa che vanno sempre in direzioni diverse e che in 29 anni non ho mai capito come mediare, dando retta ora all'uno, ora all'altra. Però la verità è che ho sempre cercato, nelle persone, qualcosa che non avevo - quello che mi manca. E' bello somigliarsi, non dover spiegare perché si ride, intuirsi così, che se ti regalo Franny e Zooey è perché lo so, che dentro la vasca fai come Zooey, anche se non ti ci ho mai visto. E' bello e facile e dio lo sa se ho bisogno di qualcosa di facile a volte, però non è quello che mi serve. Non ho bisogno di simbiosi per stare bene con qualcuno, o con me stessa, come non ho bisogno di caviale o foie gras per cenare. I miei spazi sono un ottimo modo per stare bene con gli altri, senza l'ansia di condividere ogni pensiero; la simbiosi va bene con le migliori amiche dell'adolescenza, quando coordini perfino i sogni, e ho smesso di crederci prima ancora che un incidente mi portasse via la mia, sei anni fa. Fare le stesse cose è facile: è costruire fiducia e rispetto che richiede crepe e sangue, e aiutarsi un po' ogni giorno e non litigare mai in piedi.

Quello che mi serve è l'armonia di due note, di due gusti diversi che si mescolano creandone uno che non conoscevi prima. E non lo so se è con lui che riuscirò a crearlo, ma adesso mi servono le sue mani, così incredule mentre mi bacia sfiorandomi come se fossi una pietra preziosa, così forti quando facciamo l'amore e mi prende per l'anima e per i capelli. Mi serve mangiare una pizza a gambe incrociate sul letto facendomi raccontare come, ad un certo punto, si sia tirato su le maniche ed abbia salvato la sua famiglia con quella sua intelligenza gentile, più gentile della mia.
E che importa se non ama leggere, ci sono già io a leggere, non mi serve finché mi chiede se guardiamo quel film, finché sghignazza per come mi addormento e cerca insieme a me i bigolari perduti in collina, finché sopporta le mie improbabili mostre e trova il lato comico e quello paziente delle cose. Finché mi scalda, sotto le coperte, non solo la pelle ma soprattutto quella cronica mancanza di fiducia che ormai mi portavo addosso.

La crepa fatale non è diversa dalle altre: è piccola, subdola; perciò bisogna stare molto attenti alle strade familiari, agli scorci di ogni giorno; mantenere quella curiosità che si ha per le botteghe umide di barbieri scalcinati in qualche borgo, e non so perché, ma è un'immagine che mi consola.

martedì 9 ottobre 2012


Se penso ai momenti migliori delle mie amicizie non c'è mai qualcuno che sceglie o che offre soluzioni; c'è quel modo di stringermi forte il braccio mentre tento di non piangere, di arrivare a casa mia con una torta alla cioccolata, di rimanere chiusi fuori insieme a me e fumare un sigaro alla vaniglia guardando la notte dal terrazzo, così pieni di stelle da accenderlo dal lato sbagliato.
Sono quelli, i modi in cui combatti per qualcuno. Essendo lì quando ci devi essere, senza che lui (lei) ti chieda di rimanere, e non solo quando ti piace esserci. Facendone parte anche quando non vorresti, quando non ti piace, quando fa male. Se mi lasci indietro nel momento in cui avevo più bisogno di sentire che mi amavi, cosa resta? Se mi lasci indietro perché in quel momento non sono come mi vorresti, era me che volevi?

Il punto è che la vita non va mai, mai come vorresti che andasse - o anche solo come pensavi che andasse; altrimenti scriverei libri per bambini e passerei a prendere Marta il giovedì sera, viaggerei di continuo ed avrei una bestiolina, Sebastiano oppure Linda oppure Sofia, che piange tutta la notte e ride tutto il giorno.

Non ho più giustificazioni da dare a chi non sa essere felice per me. Specie se sa come sono stati i miei ultimi due anni. Ho trascorso questi due mesi a preoccuparmi ogni giorno per gli altri, tutti gli altri, a farmi scrupoli per come ci sarebbero rimasti gli altri, ed erano tanti, e ne hanno approfittato pensando solo ai loro sentimenti come gnomi inzuppati di meschinità. 
E sai una cosa? Se c'era una persona su cui credevo di poter contare eri tu, ed invece sono proprio quelli che avrebbero potuto reagire peggio ad essersi dimostrati persone belle. Noblesse oblige.

lunedì 8 ottobre 2012


Uno si fa una certa idea del suo fine settimana, ché è venerdì e non ne può più, e non vede l'ora di andare a quel concerto con amici buoni e amici vecchi, e ballare e mettere lo smalto giallo zucca in macchina con la Scila, e Nicole avrà la ballerine "to kick some ass", come ti scrive in un sms, nel caso l'ex del Carota intenda farti uno smokey eye. Il sabato poi compleanno della figura paterna, con una passeggiata a Marostica per fargli vedere la casa vecchia in cui ti piacerebbe abitare, e poi lasciare che scelga dove festeggiare tra quell'enotechina nuova, quella con la pergola, la trattoria tipica in collina, la taverna storica a ridosso delle mura, il locale jazz e anche la pizzeria di Apo che faceva il cantante o il corista, non si è mai capito, ed ha alle pareti foto con il papa e giannimorandi, e te ne parla, io e il giannimorandi, come se fosse uno di loro. E poi la domenica finalmente assaggiare quel salame meraviglioso che hanno comprato e ti si scioglie in bocca, e se è una giornata di sole andare a vedere la festa nel centro storico come quella volta, quell'altra domenica, prima di rintanarsi a fare l'amore all'infinito.
Riempirsi gli occhi, il cuore e la pancia di ricordi per l'anno prossimo, un gruzzolo di speranza per il 2013, che se questo è ciò che abbiamo alle spalle, allora andrà bene. Allora potrò continuare ad addormentarmi nel bel mezzo di qualcosa - leggendo la Trilogia della Fondazione, completando un cruciverba in bianco, dicendomi "Ora guardo Doctor Who" - e soprattutto mentre mi scrivo col Carota, ché stiamo parlando e all'improvviso non ci sono più, e le prime volte lui prendeva anche paura.

Poi c'è la realtà, che al n.15 è un altro paio di maniche - ed è sempre un po' da Pomi d'ottone e manici di scopa.

Perciò via di compleanno della figura paterna, con la figura paterna talmente indebolita dalla radioterapia che quasi ti fa un collasso mentre la figura fraterna, che doveva chiamare alle 13 per accordarsi, scompare dalla faccia della terra per cinque ore, e ad un certo punto tu non sai più se chiamare prima l'ambulanza per fp o i carabinieri per ff.
(tutto è bene quel che finisce bene. N.d.A.)
Presunti amici che inventano spazzatura, vabbé, quando vedono che gli altri sono felici, entrando nelle vicende private altrui come schiacciasassi. Ex (tuoi, altrui) attaccati con la supercolla.
Milf ultra40enni agghindate come diciottenni ad una cena elegante di Arcore, e lo giuro che il mio lato ironico è ben sviluppato, ma il mio post su di loro doveva intitolarsi "Gallina vecchia fa buon brodo, ovvero: le cose che NON farò dopo i 40 anni" dopo averle viste, in un locale mediamente chic, cominciare a ballare come se non ci fosse un domani denudandosi progressivamente, smorfioseggiando con tutti i 30enni presenti (chiamiamolo così, quel film erotico anni '70) e strusciandosi sui musicisti e sulle aste dei microfoni dei musicisti. Carota compreso, che trovandosi una tizia a 90° che gli sculettava addosso mentre cantava, ha sollevato le braccia sopra la testa con lo sguardo da "Lo vedi, vero, che io non sto facendo nulla??" mentre noi, laggiù nel mondo, sghignazzavamo bevendo limoncello.
O la scena meravigliosa in cui stai sorseggiando un buon rosso con la Scila e al telefono con il Carota nel momento in cui arrivano l'ex del Carota mano nella mano con il fratello della Scila e il vino rosso carambola dentro la tua borsa perché la sorpresa è troppa perfino per lui.
Dopo un week end umano così faticoso, capisci, l'unica speranza è cominciare la settimana con un lunedì pieno di gatti!


martedì 2 ottobre 2012

Babel

I cry Babel, Babel, look at me now, the walls of my town 
they come crumbling down

[...]
You'll build your walls and I'll play my bloody part

To tear, tear them down.



"Non ho mai conosciuto una persona che ci tenga come te. 
Tutto quello che fai mostra che tieni alle cose, e ti incazzi anche, perché ci tieni, che si tratti di un fidanzato o di un'amica o di un'idea. Non ho mai conosciuto nessuno che ci tenga così."

Non essendo mai stata addomesticata in maniera decente, essendo orgogliosa come una spina ed avendo l'aggravante di alcuni anni di cura inglese del Tomtom, mi è più facile dimostrare che ci tengo incazzandomi che dicendolo. E' difficile da spiegare agli altri. 
Ed è bello scoprire che, qualche volta, non serve.




Foto postata online per cercare solidarietà contro quell'abile parcheggiatore (che poi erano due, entrambi meravigliosi, e meno male che sono una sardina).
Commento postato sotto:
"...E oltretutto è cieco!"

(Lo giuro. E' successo nel mio fb.)

lunedì 1 ottobre 2012


Non è necessariamente così, per esempio il Babu ha una precisione ed un'accuratezza che io posso sognare, ma quando una casa è abitata da soli uomini si vede. Manca qualcosa. Diventano tane.
Penso all'appartamento minuscolo del Barbagato, che scavalcava sacchetti e biglietti d'aereo per cucinarmi le braciole di cavallo e sembrava di passaggio. Alla prima volta dal Carota, con l'odore di fumo ed i puzzle alle pareti lasciati al di là della porta chiusa della camera.
Non è necessariamente così, certo, e che il Babu sia gay non vuol dire nulla, perché non è che abbia davvero tutto quel buon gusto che i cliché vorrebbero affibbiargli a forza. Il fatto è che ci passo ogni giorno, davanti al reparto di ginecologia dell'e.r., e mi trovo davanti questi mariti, fidanzati, fratelli, questi assistenti improvvisati che non sanno bene dove appoggiarsi, dove posare le borse e le mani. Aspettano che lei esca dalla sala operatoria e non hanno idea di cosa dovrebbero fare ed anche mio fratello, che è una meraviglia di serial killer per quanto riguarda la cura delle persone e delle case da rivista, quando la moglie ha perso il bambino ha chiesto a me di farle compagnia per un po', lì in ospedale, ché lui doveva lavorare, certo, ma il fatto è che le mani e le parole non sapeva dove metterle.
E' il senso di disagio delle giornate piovose in cui entri in una stanza e mancano gli attaccapanni. L'aria costretta di chi sta smettendo di fumare, con la faccia stranita di chi quasi ti incolpa per doverti chiedere "Come stai?", e mi fanno una tenerezza di quelle che correrei ad abbracciarmeli tutti uno per uno e a preparargli carne e vino rosso, se sapessi cucinare. 
Hanno lo stesso modo di fare, gli uomini che attendono le donne, di quando entri in una stanza e non sai dove appendere il cappotto.


..però questo non mi sembra né il teatro né l'auditorium di Galzignano Terme.
Con buona pace del tomtom (quello vero).

lunedì 24 settembre 2012

A conti fatti, innamorarsi è un atto di coraggio, perché significa dare un calcio a tutte le convinzioni che ti sostenevano, all'equilibrio costruito giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Non è solo questione di abitudini che cambiano. E' prendere in mano tutto ciò che ti è successo fino a quel momento, guardarlo negli occhi e chiedergli sinceramente se per caso ti abbia lasciato troppe ossa rotte per poterti fidare di nuovo, per rimetterti in gioco senza vestiti. Perché è allora che te ne accorgi, mica prima, quando stai rintanata per la paura e ridi forte perché nessuno lo veda. Per questo mi fanno arrabbiare le persone che trattano i sentimenti con leggerezza, che stanno insieme a qualcuno perché non sanno stare soli, che si innamorano e disamorano dei loro amici e di tutte le persone che incontrano, che parlano troppo facilmente, troppo presto, come se fosse solo un'altra puntata del loro telefilm preferito.
A quante donne hai detto che erano l'amore della tua vita? Quante volte hai cambiato idea? Quante altre volte ti sorprenderai all'idea di esserti sbagliato?

Io non lo so se ho ancora la capacità di credere in qualcosa di permanente, ho 29 anni e un 17 maggio alle spalle, quel 17 maggio e quel pomeriggio di luglio che colpiscono forte, ancora, dopo anni. Però l'entusiasmo fa parte di me e c'è qualcosa, dal 6 agosto in poi, qualcosa di diverso. E' partito piano, parlando sottovoce, senza che ci avessi mai pensato. Qualcosa di difficile, perché ha calciato via il mio equilibrio e bisogna che mi impegni, qualche volta, per non farmi portare via dal panico. Qualcosa che ha ferito alcune persone e che alcune altre hanno, vigliaccamente, tentato di ferire. Ma crearsi un mondo e volermi assegnare una parte significa non avermi mai guardata negli occhi, e se quello è l'unico modo in cui sei disposto a lasciare che io faccia parte della tua vita, allora non ti servo io, ma solo il tuo stupido film.
A conti fatti, scelgo la via poco rassicurante, che non mi sarei aspettata di prendere, quella che sta imparando a dire miliardi di cose con un respiro, ed è come credere per tutta la vita che i fantasmi non esistano e poi incontrarne uno: piuttosto incredibile.

giovedì 20 settembre 2012

Ci sono le cose belle, ci sono le cose brutte, e sono tutte cose di cui vorrei parlarti - perché c'entri tu o perché sei tu e basta. E poi c'è il fatto che non so come stai e cosa pensi e allora ogni giorno ti scrivo una mail o un messaggio, poi non li mando. E' stupido, lo so, ma vedo le cose che scrivi, le foto che metti, e non mi sembra tu abbia bisogno di aggiustare le cose.

Allora me li tengo e non scrivo perché, nelle foto, hai perfino una faccia diversa. Sarò strana io, che vuoi farci, sarò orgogliosa come una spina, ché quando ho saputo quella cosa mi sono sentita un pugno nello stomaco come con il Tomtom due anni fa; è un misto di male e di tradimento e di sufficienza, ed è stato pesante, diciamo pesante.

Però vabbè, mi manchi, ho un sacco di novità che ti farebbero rizzare i capelli e lo sai quanto mi costi dire quella frase.
=)

lunedì 17 settembre 2012


Be in my eye
Be in my heart
Be in my eye, ayayay
Be in my heart
 

L'hai sentita per anni, ogni volta che la temperatura da piedi scalzi ti lasciava tenere aperte le finestre, chiamare "Biba!" dieci volte al giorno con quella vocetta decisa e sapientina, e poi un bel giorno l'estate torna e quel modo ("Birba") corretto di chiamare il suo cane ti spiega che di estati, nel frattempo, ne sono tornate tante.
Hanno portato nuove voci alle finestre, trascinato via alcune di quelle vecchie, con Tendina che è incinta ed io lo scopro nel modo più comico del mondo il giorno in cui vuole raccontarmelo, perché la Tabubuta che non la conosce fa per accendersi una sigaretta ma, dopo aver confabulato con lei, si ferma, e quando la rassicuro che siamo pur sempre all'aperto lei strabuzza gli occhi e protesta "Ma cosa dici N., se lei è incinta!" - e anche il Tomtom diventa di nuovo zio, quel Tomtom che sta tentanto di infilarsi di nuovo dal mio balcone aperto, e non lo so cosa sia, se nostalgia o pentimento che lo spingono a chiedermi di raggiungerlo a Bruxelles, ma il fatto è che non posso. Non posso ed è piuttosto incredibile sapere che gli dirò di no, perché è la persona con cui ero convinta di trascorrere il resto della mia vita e invece sono passati più di cinque anni, quasi due da quando ho dovuto morire per rendermi conto che non era così, e tornare ora significherebbe lasciar andare quel futuro che sto guardando, che ancora non ho ma sto cercando di imparare. Anche se già ferisce, anche se è complicato, anche se sono diventata così poco addomesticabile ormai. 
E così dirò di no a quel passato che era la cosa più mia che avevo, e continuerò a dire "Ce la faccio" portando troppe cose in mano e facendole rotolare per tutte le scale un momento dopo, continuerò a sentire Nicole confondere la parola smalto con la parola basmati quando prova a spiegarsi in italiano, a spazientirmi e lasciare alcune cose a metà, a stare malissimo per dieci ore e poi guarire all'improvviso, ad affezionarmi ed avere paura e trovare scuse (vedi titolo) per non darlo a vedere.

mercoledì 12 settembre 2012

Insiminia

E' così tanto che non scrivo, è quasi un anno, che non ricordo neanche più come si fa. Impostazioni, titoli, html, ma stiamo scherzando? Proprio quando provo ad entrare nel mondo concreto del buonsenso?

Che devo fare, adesso? Riempire la pagina di aneddoti, le mie figure criminali a bizzeffe? Un po' mi spiace non averle scritte, si perde il conto e a me il conto piace.

(Io e la Scila che rimaniamo incastrate nella processione, per esempio, che meriterebbe un post a sé)

O dire quante persone mi mancano, da quell'ultimo post? La Salvietta e Fra prima di tutto. La Salvietta che è entrata in crisi e forse forse nella crisi di me non aveva bisogno, ed è stato questo che ha mandato in crisi me. E Fra. E tutte le cose inaspettate che sono successe dopo, veloci, vorticose, 

E allora, mentre fissavo la pagina senza scrivere, ho ripensato a come sia la vicinanza che ti fa sentire più acutamente la mancanza di qualcuno. E' adesso che mi mancano. Adesso che le cose sono cambiate. E' stasera che sono andata a ripescare quelle lettere vecchie vecchie che non avevo più riletto per anni, ed avevo fatto bene. E mi è tornato in mente quel sogno, terribile, l'avevo dimenticato quello, preferivo ricordare quello molto più bello, consolatorio, in cui tornavamo indietro nel tempo di una settimana ed anche se sapevamo di non poter cambiare le cose, potevamo almeno salutarle.

Credo, fondamentalmente, di aver scelto la sera sbagliata per scrivere, in cui il complesso del sopravvissuto torna prepotente a fermarmi quando vede che un sms con scritto "Insiminia", mentre affogo nel passato, basta per farmi tornare a galla. E' la sera sbagliata per il tormento che sta venendo fuori, quando sembro schiantata e invece la verità è che sto rischiando di tornare felice.

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